MINORI… PER MODO DI DIRE. Le “Fornare” di Monterubbiano

Ricominciano da tre. Da tre fornaie o, meglio, in dialetto: da tre Fornare. Che sono Maria Antonietta Vesprini, sempre indaffarata, Serena Carlini, che somiglia a Nadia Toffa delle Iene, e Ramona Carlini, integerrima contabile e non solo.

Sono le tre Fornare del forno di Monterubbiano. Lo hanno preso in mano appena due mesi fa. Una grande festa cittadina. Un incoraggiamento della comunità. Una importante condivisione.

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Da sx Serena, Ramona e Maria Antonietta

Ma andiamo per gradi. Il forno si trova ad un  passo da Largo Garulli, pieno centro storico, tra due chiese medievali che sono stupende.

Ci sono andato. Bottega simpatica, accogliente, come il sorriso delle nostre. Acquirenti uno dopo l’altro. Una parola a questo, una parola a quello, ce n’è per tutti di attenzione e amicizia.

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Dunque, il forno di Venanzo Mircoli chiude a novembre scorso. Un problema per Maria Antonietta, che ci lavora da 12 anni, e per Serena, lì da quattro. Che fare che non fare, la grande decisione: prendiamo noi la licenza, riapriamo, puntiamo sulle novità e che Dio c’aiuti! Detto e fatto. Ma le due amiche sono brave, la prima a far pane, pizza e dolci, la seconda ad avere brillanti idee, chi farà il contabile, chi curerà l’amministrazione? Trovato: la sorella di Serena, Ramona che è ragioniera e ha fatto esperienza in uno studio commerciale.

Il team a questo punto è formato. Si parte.

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Me lo raccontano, contente, nel grande vano di fianco alla bottega, che ospita il forno per le cotture ed hercules, che non è il nome di un maschio, ma di una attrezzatura che aiuta ad infornare.

Dura è dura. Sacrifico è sacrifico. Maria Antonietta si sveglia all’una e trenta della notte (alla domenica si concede il lusso di alzarsi alle quattro), inizia a trattare pane e dolci, scalda il forno, vi infila i prodotti. Dopo mezz’ora (alle due) arriva Serena, che abita a Moresco. Ci sono da preparare le pizze, le crostate, i ciambelloni, la ciambella di mosto. C’è da correre. Alle cinque si presenta Ramona, che sistema il negozio, mette pane e dolci sugli scaffali e, soprattutto, li carica sul furgoncino. Poi, buio o non buio, si mette alla guida per le distribuzioni ai diversi negozi lungo l’Ete, a Fermo, Lapedona, Rubbianello e via così.

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E quando si dorme? Alle 20 si sta già a nanna. «Anche una cena fuori con amici diventa problematica» spiega Serena, alzando gli occhi. «Però le soddisfazioni sono di altro genere: – aggiungono quasi in coro – i complimenti e anche le critiche costruttive».

I progetti per il futuro non mancano, come quello di riproporre la pasta all’uovo, che un tempo si produceva a Monterubbiano. C’è poi l’idea (Serena è vulcanica) di girare discoteche (così lei le potrà frequentare) e luoghi associativi con il carretto dei cornetti. E ancora c’è da esplorare il campo dei vegani.

Buon lavoro, ragazze. Siete esemplari.

La Scheda:

Maria Antonietta Vesprini è nata a vive a Monterubbiano. Terminata la scuola, ha subito trovato lavoro: è fornaia da 12 anni. Del gruppo, si sente la veterana.

Serena Carlini abita a Moresco, è la più giovane del trio, ha conseguito la laurea in biologia nutrizionale. Da quattro anni è fornaia.

Ramona Carlini abita a Moresco, è ragioniera, ha lavorato presso uno studio commerciale di Fermo. Nel campo di pane e dolci si considera la novizia.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, sabato 20 gennaio 2018

#Forno #Dolci #Monterubbiano #DestinazioneMarche

 

 

 

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GENTE DI CAMPO. La permacoltura di Sergio Vallorani

Contrada Camera di Fermo è una bella zona nei pressi del fiume Ete. È qui, in un fazzoletto di terra, che Sergio Vallorani (classe 1964) sperimenta la permacultura.

Lo incontro in una mattinata di freddo-umido. Indossa giacca a vento, cuffia da sci e scarponi. È da ore che sta controllando la  campagna.

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Sergio Vallorani nel suo appezzamento di terra

Sapevo del suo interesse. Non è la prima volta che, visitando le piccole aziende gestite da giovani, m’imbatto in questo sistema naturale. Prima della visita, mi sono documentato: «La permacultura è un metodo per progettare e gestire paesaggi antropizzati in modo che siano in grado di soddisfare bisogni della popolazione quali cibofibre ed energia e al contempo presentino la resilienza, ricchezza e stabilità di ecosistemi naturali. Il metodo della permacoltura è stato sviluppato a partire dagli anni settanta da Bill Mollison e David Holmgren attingendo da varie aree quali architetturabiologiaselvicolturaagricoltura e zootecnia». Non solo metodo, mi sembra anche filosofia di vita: «Le strategie “dal basso verso l’alto” più rilevanti partono dall’individuo e si sviluppano attraverso l’esempio e l’emulazione fino a generare cambiamenti di massa. La permacultura non ha come obiettivo principale quello di far pressione su governo e istituzioni per cambiare la politica, ma quello di permettere a individui, famiglie e comunità locali di accentuare la loro autosufficienza e autoregolazione».

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Calo la mia infarinatura nella realtà di Vallorani. La prima cosa che mi colpisce è il camminare su un tappeto di cippato, morbido. Se non fosse per il freddo, credo che entrambi ci toglieremmo gli scarponi.

Un rettangolo, questa è la forma dell’appezzamento. In un lato: quello più corto e più in alto, Sergio ha realizzato un «laghetto», che a me sembra uno stagno. L’obiettivo però non cambia: raccogliere l’acqua piovana e, per caduta o per «sifonaggio», condottarla e distribuirla ai diversi cumuli sul terreno realizzati con materiali inerti (argilla, lapillo, pietra pomice) perché se ne impregnino dando luogo a microorganismi che producano humus.

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Un  modo per fertilizzare la terra senza ricorrere a sostanze chimiche. Sui cumuli spuntano diversi ortaggi come i cavoli di Bruxelles. Vallorani è molto preparato. Mi parla delle micorize, che è un rapporto tra il fungo e la pianta superiore; della «rete di comunicazione tra le piante» che lanciano allarmi se una è attaccata da parassiti.

«Ho il bosco come sistema di riferimento, come equilibrio», mi ripete, «connessione tra il tutto».

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Più avanti, degradante verso il fosso Terqueta, c’è l’area noci americane, dove si prevedono funghi, tartufi e asparagi. L’area centrale dell’appezzamento invece «sarà piantumata con alberi autoctoni: mele rosa, mele anurca, ciliegi della Marca».

L’azienda è nata nel giugno del 2016. Giovanissima. Le coltivazioni le si vedranno nei prossimi anni. Sergio se lo può permettere in quanto ha un’altra occupazione: la rappresentanza di materiale impiantistico ed elettropompe, qualcosa comunque che ha a che fare con l’acqua e la terra. E con l’equilibrio naturale.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, venerdì 19 gennaio 2018

#Permacoltura #Agricoltura #Fermo #DestinazioneMarche

 

VOCI DALLA PRIMA REPUBBLICA. Fausto Paci, il sindaco della “domenica” che avviò grandi opere a Porto San Giorgio

La sua casa di Porto San Giorgio è biblioteca, pinacoteca, museo,  galleria d’arte. Libri, riviste, giornali, li trovi sui tavoli, sedie, letti. Dappertutto.

Alle pareti, quadri di Licini, Fontana, Sironi, Vedova, Trotti, e poi manifesti d’arte e, immancabile, Guglielmo Achille Cavellini, GAC, artista e collezionista d’arte.

Paci, 94 anni, lucidissimo e simpaticissimo. È stato sindaco di Porto San Giorgio dal 1966 al 1969. «Socialista ma cristiano, mai comunista», un po’ come Sergio Zavoli, il socialista di Dio. Una passione per Pietro Nenni, un’altra per Bettino Craxi, «l’ultimo statista italiano».

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L’ex sindaco Fausto Paci, “ambasciatore” di Cavellini

Il sig. Fausto si trovò a fare il sindaco per caso. Neppure consigliere comunale, era entrato nella lista socialista per dare una mano. Primo dei non eletti, quando chi lo precedeva, Recchi, si dimise, lui fece ingresso in consiglio. L’amministrazione di centro sinistra (sindaco Ilari) in crisi, restava un anno e mezzo dalle elezioni, nessuno voleva bruciarsi, troppe rogne, gente disposta a fare il sindaco non ce n’era, neppure la voglia di un commissario prefettizio. Paci è chiamato in causa. Ma lui di professione faceva il rappresentante di articoli idraulici, girava mezza Italia, a Porto San Giorgio tornava per pochi giorni la settimana… Alla fine, chiesto e richiesto, accettava, diventando, come qualcuno un po’ ironico lo definì, «il sindaco della domenica».

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La casa-museo di Porto San Giorgio

Domenica o non domenica, il sig. Fausto riesce a terminare il mandato. Nuove elezioni, il PSI le vince passando da 800 a 2100 voti. Un successo personale. Paci torna primo cittadino. E quante cose si fanno o s’avviano: la delibera per il Liceo artistico, il finanziamento per la banda cittadina che «s’era spenta», le attività turistiche «con un grande collaboratore come Francesco Alocco, presidente dell’Azienda Autonoma di Cura e Soggiorno», la prima pietra posta, insieme all’arcivescovo Norberto Perini, per la Chiesa della Sacra Famiglia, e, specialmente,  la messa in bilancio del primo milione di lire per il restauro del Teatro diventato negli anni deposito di attrezzi. Paci lo fece visitare a due personaggi in vacanza a Porto San Giorgio: il ministro Orlando e il Sovrintendente alla Scala Paolo Grassi. Lo incoraggiarono: «una bomboniera da non perdere».

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C’erano personaggi di rilievo a quei tempi: Rodolfo Dini, «grande esperto di musica», Franco Loira, «con i suoi studi storici sulla nostra città», e i più politici Alvaro Stampatori, Nino Felicetti, Luigi Vitali…

L’esperienza da sindaco si chiude nel 1969. La sua amministrazione cade sull’affaire del Grand Hotel.

La giunta precedente aveva avviato un progetto che prevedeva costruzioni per 32 mila metri cubi (il Grand Hotel ne occupava un tempo 6 mila). Troppi. La giunta Paci li riduce a 18 mila. Sempre troppi per l’opposizione. Crisi. Dimissioni.

Oggi il sig. Fausto guarda con distacco la politica, ma ne legge ancora. Ha scelto la via dell’arte. Collezionista. Ogni anno organizza la mostra dei manifesti d’arte. Ne ha accumulati seimila. Una passione per quel genio pieno di verve e di trovate che fu Cavellini. La famiglia di quest’ultimo ha nominato Paci ambasciatore a tutti gli effetti.

Ridiamo a crepapelle quando mi presenta il proprio volume Non ci sono mai stato. Raccolta di cartoline spedite da tutto il mondo in occasione di congressi, convegni, presentazioni di lavori su Cavellini. Tutto falso. Paci ha paura dell’aereo. Affida le cartoline già predisposte ad amici che in quei luoghi ci vanno sul serio. Le cartoline tornano a Porto San Giorgio con tanto di «saluti cavelliani e il volto dei due», cioè di Paci e di GAC. Un gioco. Meno gioco è la richiesta all’amministrazione Loira di allestire un museo-archivio dei suoi manifesti d’arte presso il liceo artistico prima che vada disperso.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, mercoledì 17 gennaio 2018

#Cavellini #PortoSanGiorgio #DestinazioneMarche

CAMMINO LA TERRA DI MARCA. Da Montemonaco al Santuario della Madonna dell’Ambro.

«Ora so. Questo mondo così come è fatto non è sopportabile. Ho dunque bisogno della luna, o della felicità, o dell’immortalità, insomma di qualche cosa che sia forse insensato, ma che non sia di questo mondo».

La frase di Albert Camus è come una vanga, che scava nella mente. O come una bussola, che indica la rotta.

È domenica. Ed è ancora notte quando decido di prendere per la montagna. Tutto tace.

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Voglio scorgere l’alba dai monti. Voglio vedere il rosa che sale dal mare inondare il bianco dei Sibillini. Mi capitò una volta. Stavamo girando con la troupe di Medi@Comunicazioni un documentario su Padre Pietro e il suo eremo di San Leonardo. Era primavera. Dormivamo in stanze spoglie. Lui, il cappuccino solitario, arrivò, ero infilato nel sacco a pelo, mi toccò la spalla, disse nessuna parola, indicò solo i raggi che illuminavano il gruppo della Sibilla. Magia allo stato puro.

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Santuario della Madonna dell’Ambro, Montefortino

Vado, dunque, con meta Montemonaco. Nessuno in strada. Supero il ponte di Servigliano ed entro in un’altra dimensione, la mia dimensione. Libertà.

La neve dei giorni scorsi s’è ritirata. Non potrò sperimentare i miei nuovi scarponi da montagna.

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Bypasso il centro di Amandola prendendo per la stradella bianca dell’ex, gloriosa ferrovia. Mi pento. Il Caffè Belli fa cornetti al cioccolato stupendi. Rimando.

Sosto a Montefortino per gustare i due profili: La Priora e La Sibilla, queste sì ancora bianche candide.

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Il fiume Ambro

Procedo: una serie di curve, e mi fermo un attimo a guardare la pieve di San’Angelo in Montespino che spicca dalla collina più alta. Chissà se il cavaliere che la protegge, secondo la leggenda, al sorgere del sole si sia già tramutato in ranocchio?

E il sole sta sorgendo davvero. Guardo l’est: scorgo l’Adriatico in una sorta di imbuto sempre più rosso, sempre più potente.

Montemonaco è ancora addormentato. Raggiungo la parte più alta, quella della Rocca e delle due chiese medievali. Da qui il Vettore sembra a due passi. Ma da qui si scorge anche la turpitudine di chi volle lo sfregio della Sibilla: quella strada a zig e zag dei vandali contemporanei.

C’è vento. Ed è forte. La campana della chiesa annuncia qualcosa.

È tempo di scendere. Ho un’altra meta: il Santuario della Madonna dell’Ambro. Si è fatto giorno, intanto. Il Santuario è chiuso. Eppure inizia ad arrivare gente. Arriva pur sapendo che il sacro edificio è inagibile. Bene farà la Carifermo Spa a restaurarlo.

Costeggio il fiume, lo risalgo. L’abside della chiesa è interamente fasciato.

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C’è una serie di cascate. L’acqua è gelida ed impetuosa. E bianchissima, quasi spumeggiante. Salgo e ancora salgo. Le foglie  a terra sono scivolose. Raggiungo una specie di caverna tra due massi che s’appoggiano l’un l’altro come due innamorati. Siedo scrutando il versante opposto. Anche lì scorgo un antro, una caverna. Rifugio di chi?

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In ricordo del miracolo. Quando la pastorella Santina riebbe la parola

Porto uno dei miei libri. Cerco un brano. «Ora: né ieri né domani. Ora: totalmente, pazzescamente. Completamente. Ora! Non una frase buttata là, un modo tanto per dire. Ma un’immagine dell’essere, disperato e bisognoso, malinconico e inquieto, gentile e bellicoso, dolce e guerriero, dritto e rovescio, lineare e contraddittorio».

Solo la montagna è libertà. Più ci vado e più comprendo.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, domenica 14 gennaio 2018

#SantuarioMadonnadellAmbro #Miracolo #Montemonaco #destinazioneMarche

 

 

MINORI… PER MODO DI DIRE. La voce di Annarosa Agostini

Se ci fosse un genere femminile dei folletti lo identificherei con lei, Annarosa Agostini. Piccola, scura di capelli, occhi mobilissimi, vivace, simpatica, briosa, coinvolgente. Non le mancano le parole, non le manca una bella esposizione.

La incontro nei locali della parrocchia di Santa Lucia a Fermo. Annarosa ne dirige l’eccellente e omonima Corale (30 cantori), che è anche la Cappella del Duomo, gruppo musicale che anima le celebrazioni più significative: come ultimamente l’arrivo del nuovo arcivescovo Pennacchio o il Te Deum di fine anno.

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Annarosa Agostini, cantante, pianista, insegnante

In quelle occasioni mi aveva incuriosito. Ed ora le chiedo di lei, della sua professione, della sua storia.

Ne esce un bel ritratto perché il percorso di Annarosa non è stato tutto rosa e fiori. Anzi. Partiamo dall’inizio. Da quella pianola Buontempi regalatale dai suoi genitori. Le piaceva la musica, strimpellava lo strumento giocattolo. Avrebbe voluto approfondire. «I miei genitori Michelina e Pietro però frenavano», racconta, «volevano che studiassi e basta, nessuna distrazione».

Agostini A.

La Agostini mentre riceve un premio

«A scuola, invidiavo la mia amica Sara che suonava già il pianoforte». Poi, un incontro cambia le prospettive. L’incontro è con don Nicola Marucci, direttore di Corali, buon musicista, buon sacerdote. «Lui insiste perché io entri nel suo gruppo. I miei genitori acconsentono, si fidano. Ho 14 anni. Faccio il passo. La musica diventa la mia vita». Un anno dopo, Annarosa si iscrive al Conservatorio di Fermo, classe di pianoforte e studia canto con Stefania Donzelli. Perché già da piccola pensava di diventare una cantante lirica. Ed ora ci riesce. Soprano. A 19 anni la prima importante audizione. A 20 il debutto, a Mantova, al Teatro Bibiena, con un’opera minore di Paisiello Il fanatico in berlina.

Agostini Corale

Altre esibizioni, altri successi: a Piacenza, Pesaro (Rossini Opera Festival), Trieste, Milano (al Teatro Arcimboldi essendo la Scala chiusa per restauri), in Giappone. Ormai è lanciata, lanciatissima. A volte la sorte però riserva sorprese. Annarosa si accorge di avere un problema alla voce. Occorre intervenire chirurgicamente. Si sottopone ad una operazione a Lione, in Francia. Le cose non vanno come debbono andare. La voce non torna come prima. Almeno per il momento. I sogni sembrano infrangersi. Crolla un castello costruito con pazienza e sacrificio.

Annarosa prende una sofferta quanto necessaria decisione: cambia rotta, inizia la carriera di pianista, inizia ad insegnare a scuola, inizia a dirigere la Corale di Santa Lucia, inizia a fare spettacoli di altro tipo. S’ingegna. È stato un colpo ma bisogna reagire. Lo fa con decisione.

La sua positività di fondo la sostiene. Ama la vita e ama la musica in tutte le sue forme.

Oggi insegna in una scuola di Porto d’Ascoli. Ed è molto contenta: la voce è tornata…

La Scheda:

Annarosa Agostini è nata a Montegiorgio il 16/3/1981. Risiede a Rapagnano.

Intrapreso lo studio vocale con Stefania Donzelli, si diploma in canto con il massimo dei voti e successivamente in pianoforte, al Conservatorio di Fermo. Nel giugno 2007 consegue il diploma di Didattica della Musica con il massimo dei voti e la lode ricevendo la Pagella d’oro, e nel giugno 2009 il diploma di Didattica Strumentale (pianoforte), con il massimo dei voti e la lode presso lo stesso Conservatorio.

Ama leggere racconti e novelle: da Verga a Camilleri. Ha scoperto da poco la musica rock. Preferisce il mare ma vorrebbe anche frequentare la montagna. È ghiotta di pizze e antipasti.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, sabato 13 dicembre 2018

#Cantolirico #Paisiello #Conservatoriodimusica #CoraleSantaLucia

GENTE DI CAMPO. Le scelte di Federica dell’azienda Scarpecci di Torre San Patrizio

Stavolta siamo a Torre San Patrizio, in via Serrette, 12. Nella campagna che guarda Rapagnano, Monte San Pietrangeli e, sul lato opposto, Montegranaro.

Ho raggiunto l’Azienda agricola Scarpecci Marcello e Federica, dove Marcello è il babbo e Federica la figlia. Senza dimenticare il supporto della signora Mirella, e di Endrio, rispettivamente mamma e fratello di Federica.

Minaccia pioggia e c’è gran vento. Federica, 32 anni, mi aspetta con un quasi eskimo, sciarpa e cappuccio da sci. Sarebbe orafa di studi. Ha frequentato l’Istituto d’Arte. Poi, dopo il primo anno di università, ha optato per la terra, il campo, le buone produzioni. Ed ora sta assumendo la direzione. Buon sangue non mente: nonno Giuseppe è all’inizio dell’attività agricola.

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Federica Scarpecci, da orafa ad agricoltore

Sotto la piscina – sì, perché dal 2013 è nato anche l’agriturismo, con camere, La Via del Sole,- si srotolano 700 piante di olivo. «Del genere Leccino al 90 per cento, il restante è Carboncella», spiega Federica che mi parla anche del frantoio in proprio, della Cantina e della vigna con i vitigni Pecorino, Montepulciano, Sangiovese.

Il Pecorino lo hanno chiamato Delicius, il Montepulciano è Procies, il Sangiovese Harmonie. Tento inutilmente di farmi spiegare le origini dei nomi. Risposta: «Piacevano». La campagna dell’azienda si stende per sette ettari, al sole, al riparo dal freddo.

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Federica e i suoi coltivano legumi: roveja, cene nero, cece nostrano (piccolo e senza buccia), lenticchie, fagioli dall’occhio bianco o nero, cicerchia.

«In produzione – spiega l’orafa di campagna – c’è la lenticchia nera e gli azuki, che sono fagioli piccoli». Mi informo, successivamente: «anche depurativi e ricchi di ferro».

Nei campi dell’azienda di Torre cresce anche il grano antico: Jervicella, Saragolla e Senatore Cappelli.

Il Saragolla serve per la pasta (che l’azienda produce) tipo Paccheri, Gigli, Pennette e Tagliatelle. Lo Jervicella, mischiato al grano Saraceno, al Bologna e al Rieti, serve per il pane preparato in casa.

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Il pane fatto in casa

La produzione di frutta (ciliege, albicocche, pesche e mele) e di ortaggi resta residuale.

Sotto la strada, sorge la stalla con sette capi. Si tratta di mucche della razza marchigiana. La macellazione avviene presso il mattatoio di Loro Piceno.

Qualche anno addietro la «pazza idea» dell’agriturismo. Il ragionamento è stato questo: abbiamo la campagna, l’olio, la carne, il vino, la pasta, perché non…? Ed è nata La Via del Sole dove si mangia quel che si trova. E dove Mirella si sbizzarrisce in cucina tra sughi, tagliatelle e vincisgrassi. Su questi ultimi, ci siamo trovati su fronti opposti: lei, per la besciamella, io, solo per rigaglie di pollo e, forse tartufo, come consigliava il Nebbia.

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Federica invece si occupa dei dolci. Dunque: orafa, contadina e pasticcera. È talmente brava che, tempo fa, Marie-Andrée Bergeron, più nota come Ima, cantante canadese, cliente in incognita nell’agriturismo di Torre, dopo aver assaggiato il dolce, e di nuovo riassaggiato, s’è alzata in piedi e ha cantato dedicando una canzone a Federica e alla sua famiglia.

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di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, venerdì 12 gennaio 2018

#graniantichi #TorreSanPatrizio #DestinazioneMarche #Mediterraneandiet #Ima

VOCI DALLA PRIMA REPUBBLICA. La storia, i racconti, l’impegno dell’ex vice ministro Giulio Conti

Lo incontro a Monte San Pietrangeli, al tavolo del ristorante Da Pina, un po’ la sua casa. Sta pranzando. Arrivano persone che lo salutano con affetto. Come Iole, che ha 92 anni. Giulio Conti ne ha 79 e l’arguzia di un tempo. Monte San Pietrangeli è il suo luogo di nascita e dove è stato sindaco per tre mandati, l’ultimo dei quali terminato per decisione del prefetto Angela Pagliuca.

Lo conosco da tempo. Dalla fine degli anni Sessanta, quando, vestito di un poncho messicano, venne a Montegiorgio per trovare gli amici dopo 16 giorni di carcere a Perugia, città dove studiava medicina e dove era presidente del «glorioso» FUAN (Fronte Universitario di Azione Nazionale).

Conti giulio

L’ex vice-ministro Giulio Conti

Di politica, l’on. Conti ne ha fatta. Per 17 anni, tra gli Ottanta e Novanta, è stato deputato, raggiungendo la carica di sottosegretario alla sanità nel primo governo Berlusconi. Doveva essere ministro, secondo le promesse di Gianfranco Fini. Berlusconi gli preferì Raffaele Costa. Conti fece un passo indietro «perché Costa era una gran brava persona, capace e onesta». Dunque, Costa ministro, Conti vice e trottola in tutta Italia, specie al Sud.

Del periodo in Parlamento, Conti ricorda di essere stato più volte sospeso per risse in aula e fuori. Craxi gli piaceva, «era uno statista», specie dopo il caso Sigonella, «quando ebbe le palle di rifiutare agli americani la consegna dei sequestratori della nave Achille Lauro. Fece rispettare l’Italia».

Altri personaggi graditi? «L’ex ministro della difesa Antonio Martino, Roberto Maroni che prendeva consigli dal missino Tatarella. Sulla sponda opposta, Berlinguer. Sapeva fare, morto lui è iniziata la crisi della sinistra».

A destra? «Giuseppe Tatarella su tutti, e Pino Romualdi. Berlusconi lasciava fare».

Sull’oggi il giudizio è tranciante. «La classe dirigente fa a gara a chi è peggio».

Recentemente s’è incontrato con La Russa e la Santanchè. Gli hanno chiesto un  nuovo impegno. Ha rifiutato.

Conti è stato anche consigliere comunale a Macerata, sua seconda città di riferimento. «Una bella esperienza». Ma la più bella, forse perché legata agli anni della gioventù, è quella del FUAN perugino. Conti ci pensa e ci ripensa. Sono gli anni fine Cinquanta, Sessanta, inizi Settanta, ideologie forti, scontri di piazza, manifestazioni contro gli USA per la guerra in Vietnam.

Sembrano passati secoli, invece quel tempo è appena dietro l’angolo. «Noi del FUAN non eravamo americani, eravamo però anticomunisti. Volevano impedirci di vedere il film Berretti verdi al cinema Lilli? Ci mobilitammo in centinaia ed entrammo – e poi uscimmo – tra una marea di oppositori che ci insultavano. Quando l’amministrazione di Perugia invitò in municipio una delegazione Vietcong,  noi sfilammo inquadrati per tre sotto il Comune, per contestare».

«Il FUAN – racconta con un po’ di commozione – era diventato il più forte soggetto nell’università perugina. Via Alessi era completamente nostra, c’erano le nostre camere, le nostre case» Politica, ma non solo. «Aprimmo il circolo D’Annunzio nelle cantine del Palazzo del conte Tiberino Anzidei. Proiettammo film, organizzammo convegni e serate musicali. Una volta arrivarono anche Albertazzi e una sua amica attrice».

Li chiamavano fascisti. Andava di moda quell’insulto, significava mettere l’avversario nel mirino. Per i ragazzi del FUAN non lo era. Conti si beccò una denuncia per aver salutato romanamente. Assolto.

E la carcerazione? «Tutto nacque perché partecipammo a Foligno ad una assemblea sul Vietnam promosso dai comunisti. Si scatenò una grossa scazzottata, prima nella sala, poi in piazza. Ce la vedemmo brutta. I Carabinieri ci arrestarono in 17, il diciottesimo finì in ospedale. 16 giorni di galera. Ci assolsero». Gli episodi sono tantissimi. Impossibile riportarli in un articolo. Forse un libro…

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, mercoledì 10 gennaio 2018

#MSI #BettinoCraxi #FUAN #Perugia #Vietcong #BerrettiVerdi #MonteSanPietrangeli