Cammino la Terra di Marca. Tra icone e profondi richiami. L’opera di Vivianne Bou Kheir

Si può essere agnostici o non credenti, laici o laicisti, religiosi e anche bigotti. Ma l’arte e l’arte. Un capolavoro un capolavoro.

E una grande opera è quella che accoglie in questi giorni i visitatori del Duomo di Fermo e quanti vi si recano per la recita del rosario quotidiano. È il mese dedicato alla Madonna e la Cattedrale a lei è intitolata.

Un’opera, dicevo, anzi 20 opere. 20 icone, particolari, toccanti, capaci di scuotere. Icone che interpellano la nostra esistenza. Le ha realizzate Vivianne Bou Kheir. Libanese di nascita, fermana d’adozione. La sua proposta è un cammino. E noi l’abbiamo compiuto insieme all’artista questo itinerario. 20 pannelli, altrettanti olii su tavola e foglio d’oro. Un racconto che inizia con L’Annunciazione. La Vergine Maria ha gli occhi chiusi, anche l’angelo li ha allo stesso modo. Sono gli occhi del cuore a guardare e capire quello che la ragione potrebbe non cogliere: un Dio che si farà uomo nel ventre di una giovinetta. Impensabile. Vertiginoso.

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L’artista Vivianne Bou Kheir

La Visitazione ha due donne protagoniste: Maria ed Elisabetta. Entrambe incinte. Entrambe abbracciate, dalle  mani forti. È l’ospitalità orientale.

La Natività, quando l’eterno entrò nel tempo, l’Infinito nel finito. La Madonna è dolcissima, tiene stretto suo figlio al petto e un agnello le fa presagire quel che accadrà più tardi. Se lui non fosse Dio lei non avrebbe sofferto. Ma così dovrà essere. San Giuseppe porge la mano, aiuta, nonostante l’enormità si fida.

La Presentazione al Tempio, dove tutti guardano il bimbo del prodigio e Simeone ora potrà morire in pace. Gli occhi ancora chiusi, ancora lo sguardo del cuore.

Il Ritrovamento di Gesù. È già saggio, Lui, già insegna ai dottori moralisti della legge. Belli e ben vestiti, formali e distanti.

Il Battesimo. Dalla mano del Battista sgorga l’acqua. E Giovanni non è il selvaggio vestito di capra, ha vesti candide invece.

Le nozze di Cana. Gesù non vorrebbe rivelarsi, ma sua madre chiede. L’acqua si tramuta in vino. La festa ora potrà continuare.

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E poi L’annuncio del Regno, La Trasfigurazione e L’Eucarestia dove Vivianne ha lasciato la mensa incompiuta, anzi protrattasi verso di noi, che possiamo entrare nel Mistero. Avvolgente.

E siamo all’Agonia sul Monte degli Ulivi, e alla Flagellazione, dove gli occhi si aprono, dove lo sguardo non sgorga più dal cuore.

L’Incoronazione di spine ha due mondi alle spalle, quello di Pilato e quello di Gesù. Alternativi?

Gesù caricato della croce ha il manto purpureo del sacrificio.

Gesù muore in croce e i soldati sembrano aver capito l’immensa tragedia da essi compiuta.

La Resurrezione ha l’angelo che l’annuncia alle donne, mentre un sudario bianchissimo si srotola dietro alla pietra rimossa del sepolcro.

Ed ancora L’Ascensione in cielo; La Pentecoste dove tutti gli uomini hanno lo stesso volto, eguali dinanzi a Dio; L’Assunzione di Maria in cielo dove Gesù abbraccia teneramente sua madre essendo lui anche suo padre.

Infine, L’incoronazione di Maria regina del cielo e della terra.

20 capolavori, sgorgati dal rosario recitato da Vivianne, «quasi una sequenza cinematografica». Un lavoro compiuto di notte, nel silenzio. Immagini arrivate dal profondo. E di una profondità unica

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, domenica 20 maggio 2018

#ArteBizantina #Icone #Misteri   #VivianneBouKheir

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Minori… per modo di dire. Le opere di Francesca Blasi

Il termine più usato nella nostra conversazione è famiglia. Francesca Blasi lo fa rimbalzare in continuazione raccontando le sue tante attività. Moglie di Luca, madre di Carlo (5 anni) e Martino (8 anni), è stata definita dal figlio maggiore sculturiera. Simpatico neologismo per indicare una mamma appassionata scultrice. Perché questo è il vero mestiere di Francesca. I fermani la conoscono per numerose opere ammirate nelle diverse mostre, ed anche per il busto a Vincè de piazza collocato alla base dell’ascensore dell’Astoria. Nelle Marche è nota per i Laboratori nelle scuole dove ai bambini insegna le realizzazioni in cera d’api. In Italia per le tante esposizioni.

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L’artista Francesca Blasi

Francesca, mingherlina, occhi grandi capaci di stupore, che prima di parlare riflette come se dovesse usare uno scalpellino sulle parole per cesellarle, mi informa dei suoi lavori in bronzo, spiega la fusione a cera persa.

Lei predilige i ritratti e gli elementi della natura. E su questi ultimi si sofferma: «Amo le cose piccole, i dettagli. Con la scultura li rendo più visibili come fosse una lente d’ingrandimento». Mi sottopone la foto di una stupenda conchiglia che ha realizzato cogliendone una serie di venature, quasi fosse una foglia leggera capace di prendere il volo alla prima folata di vento. Fa parte della collezione gioie della natura, gioielli che crea in oro e argento ispirati proprio alle forme della natura.

Francesca è cresciuta a Fermo nella bottega artigiana di Alfredo Nepi. Aveva undici anni e già s’aggirava tra raspe pialle e martellini.

Una grande passione ce l’aveva per la scultura su pietra, solo che «l’uso del frullino da muratore mi rovinava i tendini».

Le sue creazioni nascevano nel laboratorio di casa. Ora il laboratorio è stato sacrificato per maggiori spazi famigliari e lei fa di necessità virtù, nel senso di arrangiarsi con un tavolino nello studio. Ma le creazioni non ne hanno risentito.

Da qualche settimana tiene un corso di scultura presso l’oratorio di San Zenhome a Fermo.

Tra le numerose iniziative all’estero, ricorda con piacere il mese passato in Spagna, a Fuente de Palmera, al simposio di scultura su pietra. Allieva tra dieci allievi, scelta per il suo bozzetto sulla valigia degli immigrati.

Per il futuro ha in mente di realizzare un mosaico con i frammenti che va raccogliendo negli orti dei vicini. I cocci li deposita in capaci scatoloni che, per i figli, sono diventati i contenitori delle pietre preziose.

Le piace la campagna, il mangiare sano e l’impegno civile. Da settembre 2017 ha iniziato un percorso con l’associazione Donna altra Difesa, «tutte donne e due allenatori che ci insegnano tecniche di difesa ma soprattutto la forza di “lottare”».

«Non sono un’artista, sono solo Francesca», rammenta. Vabbé, diciamo allora così: Francesca l’artista.

La Scheda

Francesca Blasi è nata a Porto San Giorgio e vive a Fermo. Dopo aver conseguito il diploma di Maestra d’arte all’Istituto Preziotti, si è diplomata con lode all’Accademia di Belle Arti di Bologna. Ha frequentato corsi internazionali per l’Incisione artistica. Dal 1995 ad oggi ha partecipato a mostre e concorsi a Roma, Bologna, Rimini, oltre che Ancona, Ascoli Piceno, Macerata, Giulianova, ovviamente Fermo. Ha insegnato nelle scuole medie superiori e tiene laboratori scolastici.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, sabato 19 maggio 2018

#Arte #Scultura #Ceradapi #Fermo

 

 

Gente di Campo. Il “Fiore” di Rossano Berducci

Monteleone di Fermo. Superato, in salita, il mostro dell’ex stabilimento Orsa Maggiore, una stradina bianca s’inerpica sino alla sommità del colle. A sinistra un orto curatissimo dove sta crescendo fava insalata e pomodori; una piccola vigna domestica; due possenti fichi, e poi un enorme gelso, quello dei bachi da seta, ultracentenario.

Ad aspettarmi la gatta Mimì, che rincorre le lucertole dopo averle scovate da sotto le mattonelle, una cagna che vuol giocare, una scultura in legno (una renna opera di un parente artista) e il proprietario della Fattoria Biologica Fiore.

Rossano Berducci ha 49 anni appena compiuti, e a diciotto, dopo la porte del padre, ha preso in mano le redini dell’azienda. Suo padre Ferdinando, detto Fiore (da cui il nome della fattoria), iniziò con l’allevamento dei bovini: prima la razza bianca marchigiana, poi quella bruna alpina, poi quelle francesi. Rossano è un tipo magro, scattoso, non alto, occhi azzurri, con tre anni di agraria  alle spalle. Ha portato avanti l’allevamento per qualche tempo, poi ha deciso di convertirsi ad altro.

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Rossano Berducci

Oggi, nei suoi 7,5 ettari di buona terra coltiva il farro, con cui, due sabati fa, ha stupito la carovana di studenti e docenti dell’International Student Competition.

Ci sono poi miglio, ceci, cicerchia. Una parte della sua «piccola realtà» è vocata a grani antichi, come il Saragolla e la Jervicella. Tra poco seminerà il Saraceno.

Il Senatore Cappelli lo coltiva invece un suo amico, in un podere poco distante. «Collaboriamo – mi racconta Rossano -. Non potremmo fare diversamente. Ci scambiamo anche le attrezzature». È l’unico modo per resistere.

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Le leggi sono tante e «anche giuste, solo che i piccoli non ce la fanno da soli. Occorrerebbe tener conto delle dimensioni. I problemi dei grandi non sono quelli nostri, e viceversa».

Per venti anni, la Fattoria ha prodotto per il Macrobiotico. Da qualche tempo non è più così. Rossano vende direttamente ai privati e ai gruppi di acquisto.

Camminando per la campagna, Berducci, che è un artista nella potatura, mi indica gli ulivi bruciati dal gelo. «Le gelate di questo inverno sono state micidiali. Verso la costa si è toccato il meno sette gradi, ma da noi si è raggiunto il meno quindici».

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Eppure, da quelle che sembrano braccia esangui, spuntano già foglioline verdi. «Tra due anni raccoglieremo nuove olive». La natura che vince.

Le olive sono del tipo ascolana, e non solo. L’olio è invece un blend senza marchio.

Se rinascesse rifarebbe la stessa vita: l’agricoltore oggi, e il bambino che, insieme alla sorella Giovanna, cavalcava le mucche. Non ama lavorare al chiuso. E poi «i tempi della fabbrica non sono i tempi della natura». È vero che si alza presto e fatica tutto il giorno, ma quando vuole organizza la giornata al meglio ricavando spazi per un giro in canoa a Pedaso, o una scarpinata in alta montagna. Libertà.

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Congedandomi noto un roseto. «Ci teneva tanto mia nonna Rosa. A pensare che da piccolo volevo tagliarlo perche le spine mi foravano il pallone». Ha fatto bene a lasciarlo. È bello, dà colore, impreziosisce il luogo. Coraggio, Rossano.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, venerdì 18 maggio 2018

#Campagna #Ulivi #GraniAntichi #MonteleonediFermo #DietaMediterranea

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Vita da sindaco. Da Lapedona all’Unione Comuni Valdaso. Le opere e i giorni secondo Giuseppe Taffetani

Giuseppe Taffetani, 59 anni, da quattro sindaco di Lapedona, ex ufficiale dell’Esercito, dirigente servizi generali e amministrativi presso la scuola di Montegranaro.

Da dove arriva la sua passione politica?

Parlerei piuttosto di impegno civico. Non ho frequentato partiti. Sono stato per nove anni presidente della Pro Loco e la responsabilità di primo cittadino è venuta di conseguenza.

Il problema di Lapedona?

È comune a tutti gli altri paesi di questo territorio: siamo piccoli, non abbiamo rappresentanti, non veniamo presi in considerazione dalle istituzioni superiori. Le nostre popolazioni sono risicate per cui non incidiamo a livello politico-amministrativo.

È proprio per questo fatto che sempre di più dobbiamo pensare in termini allargati, lavorare insieme tra comuni, per aree omogenee. Dobbiamo ottenere un riconoscimento vero e proprio come territorio che punta al turismo e all’agricoltura.

Le istituzioni superiori, Provincia in testa, dovrebbero supportarci come comunicazione ma, soprattutto, dovrebbero risolvere il vero nodo, che è la viabilità. Gliel’hanno detto anche i miei colleghi, ma su questo punto occorre ripetere e ripetere: siamo al degrado delle strade. E siamo al paradosso: noi sindaci ci impegniamo a sistemare i centri storici, ad accogliere turisti, a incentivare le attività legate al turismo, poi i turisti non hanno possibilità di raggiungerci per gli scarsi collegamenti e lo stato delle strade. Paradossale. Le risposte che ci vengono date, specie dalla Provincia, sono sempre le stesse: mancano le risorse.

Però credo che ci sia un altro fattore, magari è solo una mia impressione: la zona della Valdaso risente del fatto che è divisa tra due province: l’Ascolano e il Fermano, si trova cioè ai margini dell’una e dell’altra. E non abbiamo rappresentanti veri in Regione.

Taffetani

Il sindaco di Lapedona Giuseppe Taffetani

15 anni fa, prima che tutti ne parlassero, proprio qui nacque l’Unione Comuni Valdaso. Esemplare. Che è successo poi?

Io ne sono il presidente. Mi sono sacrificato perché non c’erano altri disponibili. Ho accettato perché ci credevo. Oggi ci sto riflettendo seriamente. Non riusciamo ad ottenere risultati veri. Nel tempo sono venuti meno i servizi di Polizia locale e dello Scolastico. Poco dopo la creazione, è mancato il servizio raccolta rifiuti. Restano solo i servizi tributi, statistica, sistema informatico centralizzato.

Un po’ poco. Che occorrerebbe fare?

Credo che il funzionamento dipenda da alcuni fattori. La legge Del Rio ci impone di non assumere un segretario tutto per noi: i comuni debbono mettere a disposizione i propri. Poi, accade che, con i rinnovi scaglionati dei sindaci, dobbiamo sempre ricominciare da capo anche per le diverse e nuove sensibilità. Infine, sette comuni aderenti, sono sette punti di vista diversi. Forse se ne fossero tre o quattro…

Andrete allo scioglimento dell’Unione?

Magari si potrebbe azzerare la situazione attuale e poi ripartire in modo diverso.

Torniamo a Lapedona. Dove puntare?

Lo dicevo indirettamente prima: sicuramente sul turismo. Quindi difesa del paesaggio e del paese. Pensi che abbiano 25 attività turistico-ricettive. Un grosso numero.

Per quanto riguarda il paese, stiamo ulteriormente riqualificando il centro storico. Abbiamo ottenuto un finanziamento dal GAL. Poi occorre integrare la parte nuova di Lapedona, per capirci: piazza Concordia, con il centro storico. Entro maggio ci sarà un consiglio comunale per una variante al piano regolatore sempre in merito alle attività turistico-ricettive.

Vedrà i frutti di questo lavoro?

Sinceramente, s’inizia adesso a vedere qualcosa. Certo che un sindaco dovrebbe avere un mandato per sette anni. A parte il fatto che tra poco per trovare gente disposta a fare il sindaco, occorrerà emettere un bando pubblico.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, giovedì 17 maggio 2018

#Lapedona #UnioneComuniValdaso #TurismoValdaso

Voci dalla Prima Repubblica. Da Dante alla politica e ancora a Dante. Il viaggio di Giovanni Zamponi

È medico di base, laureato in farmacia, già ufficiale dell’esercito, massimo conoscitore della Divina Commedia, suo faro di vita. E come Dante, alla stessa sua età: 35 anni, ha varcato il Palazzo dei Priori per una esperienza politica. Giovanni Zamponi a Fermo, l’Alighieri a Firenze. Altra similitudine è la doppia appartenenza: medici e speziali (farmacisti) entrambi. Dante vi si dovette iscrivere per partecipare alla cosa pubblica, Giovanni ne ha fatta professione.

È il 1985. Zamponi già lavora. La sua cultura scientifico/sanitaria si somma a quella umanistica. Si riconosce nel personalismo cristiano, specie in Emmanuel Mounier, e nella mistica di Carlo Carretto. «L’uomo è qualcosa di più di quel che crede di essere». Non solo materia, dunque. È l’approccio da medico nei confronti della persona malata. Persona, prima di tutto, nella sua integralità di corpo e di anima.

Zamponi G.

Il dr Zamponi Giovanni

È il 1985, dicevo, e nella politica italiana si affaccia il Movimento Popolare. Gente che sceglie di rischiare la fede nelle opere, nella costruzione del bene comune.

Il dottor Giovanni viene contattato. Ci sono le elezioni amministrative a Fermo. E c’è vicinanza ideale con altri candidati all’interno della lista democristiana: Nello Raccichini, Domenico Ciliberti. La regia è dell’innovatore Fabrizio Fabi. Zamponi accetta, non è tesserato allo Scudo crociato, lo farà più tardi. Riesce. E si sorprende. 540 preferenze complessive sono tante; le oltre cento nel solo suo quartiere sono un’esplosione. La gente lo apprezza. Anche per la carica umana che porta con sé. E che può trasferire in consiglio comunale. «È stata una bellissima esperienza. Ero molto libero nei giudizi, ho stretto rapporti anche con gli avversari: Giorgio Cisbani, Ezio Santarelli, Carlo Concetti, Silvana Desiato, Toni Vallesi». Di quest’ultimo ricorda gli interventi pregni di cultura. «Iniziava da Socrate o Platone e arrivava sempre a Carlo Marx…». Interventi densi.

Ricorda anche Guglielmi, Alati, Emiliani, Iacopini, e Renzi. Di Ubaldo Renzi dice che aveva una fissa per l’economia, «quando presentava il bilancio era talmente preciso e analitico che durava ore e ore». Talmente tante che Giovanni riprendeva fiato facendo una passeggiata sotto la statua di Sisto V. Erano gli anni della grande battaglia per la provincia di Fermo. Rammenta così gli schieramenti: «I Repubblicani non è che fossero molto propensi; i Comunisti dicevano che loro l’avevano già, ed era la quinta Federazione; i Democristiani ondeggiavano».

Cinque anni comunque di impegno. E poi? «Poi ho lasciato a causa del fumo. Si fumava in aula a quel tempo, e l’aria irrespirabile mi dava fortissimi dolori di testa. Non solo: noi liberi professionisti il giorno successivo al consiglio, nonostante si finisse a tarda notte, dovevamo lavorare comunque»

La tensione ideale c’era ancora a quel tempo. Tutti i partiti avevano retroterra culturali forti. E oggi? «Oggi no». Ma c’è di peggio: «La politica ha dimenticato la persona, quella concreta, il volto della gente». Oggi «impera l’efficentismo, l’aziendalismo e, soprattutto, il ricorso al freddo algoritmo. L’unica attenzione è al funzionamento della cosa. La cosa, non la persona. E i più spiazzati sono i giovani che attendono invece un’altra logica». Ci si può salvare da questa deriva? «La politica non salverà se stessa. Dal basso, invece, potrebbe venire qualcosa di nuovo, dalla buona volontà di chi tira avanti ogni giorno l’esistenza, da un nuovo convivio tra la gente, da una nuova koinonia». Il dr Giovanni ha lasciato la politica, ma, quando andrà in pensione, pensa di impegnarsi in «qualche servizio alla persona». Pur sapendo – e qui torna a Dante – che i difetti dell’animo umano sono sempre gli stessi: superbia, invidia, avarizia.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, mercoledì 16 maggio 2018

#Politica #DanteAlighieri #EmmanuelMounier #Fermo #DC

 

Cammino la Terra di Marca. “Vorrei portarvi in una bottiglia”. Parola di Colin Johnson, docente negli USA

«Vorrei inserire in una bottiglia un pezzo di terra marchigiana. E portarla in tutto il mondo». Sarebbe il proposito del prof. Colin Johnson. Non uno qualunque. Ma preside di facoltà all’Università di San Francisco. È arrivato in Terra di Marca da osservatore dell’International Student Competition, svolta la scorsa settimana per sei giorni dal mare alla montagna. Ne è rimasto colpito. Vuol condurre da noi, prossimamente, gli studenti americani.

Ma cosa l’ha stupito? I pescatori di Porto San Giorgio e il loro pesce preparato al Mercato ittico; il garage di Mogliano dove una famiglia intreccia a mano vimini su commissione di Prada e Vitton; la fabbrica di cappelli di Serafino Tirabassi, a Massa Fermana, con il racconto della paglia divenuta copricapo e la bicicletta di cui Serafino si serviva per vendere cappelli fatti in casa.

Fantastique, ripete. Comunichiamo in francese.

Suor Ida

La badessa suor Ida da Santa Vittoria in Matenano

E lo hanno colpito i vignaioli e gli allevatori di carne razza marchigiana.

E fantastique è stato il suo giudizio quando madre Ida, la badessa delle monache benedettine di Santa Vittoria in Matenano, ha portato in tavola zuppa di legumi nostrani parlando di san Benedetto come grande organizzatore di comunità, regola perfetta. Ed anche, il paesaggio dolce, ondulato, non aspro. Accogliente. La campagna, le colline, i Sibillini. Terra. Terra di Marca.

Uno scenario che sarebbe piaciuto a Ermanno Olmi, regista, poeta, autore, amante della campagna, che l’ha raccontata nell’insuperabile L’albero degli zoccoli. Quelle terre fatte di solidarietà e sofferenza. Di valori comunitari e rispetto per stagioni e Creato. Parsimonia e lavoro. Ma anche bellezza di tramonti ed albe.

Riserve geografiche? Regioni del Cuore? Qualcuno se l’è chiesto. Ma non è nostalgia di un mondo perduto. È sguardo aperto al futuro: possibilità di vita diversa. Esitente.

Spiegava Cesare Pavese: «Che cos’è questa valle per una famiglia che venga dal mare, che non sappia niente della luna e dei falò? Bisogna averci fatto le ossa, averla nelle ossa come il vino e la polenta, allora la conosci senza bisogno di parlarne».

Il mio amico Paolo Massobrio, ricordando Olmi, ha scritto che «la civiltà contadina nel nostro tempo c’è ancora: vive nell’impresa di tanti giovani, nelle famiglie e nelle nuove comunità…». Credo che valga anche per questa terra. Agricoltori, artigiani, piccoli esercizi. Siamo noi. Una ricchezza. Ma una ricchezza di cui prendere sino in fondo coscienza.

«La risorsa delle Marche – ha concluso la Student il prof. Alessio Cavicchi – sono le persone». Cuore e intelligenza. Loro vanno fatti parlare, loro vanno valorizzati. Occorrono, allora, festival di artisti e artigiani di casa nostra. Voci straniere siano ben venute, ma non sopprimano quelle indigene.

Concludo con Tagore: «Quanto più uno vive solo, sul fiume o in aperta campagna, tanto più si rende conto che non c’è nulla di più bello e più grande del compiere gli obblighi della propria vita quotidiana, semplicemente e naturalmente. Dall’erba dei campi alle stelle del cielo, ogni cosa fa proprio questo; c’è tale pace profonda e tale immensa bellezza nella natura, proprio perché nulla cerca di trasgredire i suoi limiti».

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, domenica 13 maggio 2018

#isc2018 #mediterraneandiet #SantaVittoriainMatenano #StudentiCompetition #DestinazioneMarche #SanBenedetto

 

 

Minori… per modo di dire. L’amicizia secondo gli studenti di Falerone. Un video per raccontarla

«Il vostro amico è il vostro bisogno saziato. È il campo che seminate con amore e mietete con riconoscenza. È la vostra mensa e il vostro focolare.
Poiché, affamati, vi rifugiate in lui e lo ricercate per la vostra pace». È una poesia di Gibran. La recita una voce giovane. «Quando l’amico vi confida il suo pensiero,
non negategli la vostra approvazione, né abbiate paura di contraddirlo.
E quando tace, il vostro cuore non smetta di ascoltare il suo cuore. Nell’amicizia ogni pensiero, ogni desiderio, ogni attesa nasce in silenzio e viene condiviso con inesprimibile gioia». Altre strofe. Stessa voce. E una musica. E immagini di un prato, margherite, un’altalena, una panchina, ragazzi che arrivano, siedono a terra sotto un albero, una chitarra richiama e diffonde musica.

Stud-Video

I giovani autori

«Quando vi separate dall’amico non rattristatevi. La sua assenza può chiarirvi ciò che in lui più amate, come allo scalatore la montagna è più chiara della pianura.
E non vi sia nell’amicizia altro scopo che l’approfondimento dello spirito.
Poiché l’amore che non cerca in tutti i modi lo schiudersi del proprio mistero
non è amore, ma una rete lanciata in avanti e che afferra solo ciò che è vano».

I Minori… per modo di dire, stavolta sono loro: un gruppo di studenti della terza media di Falerone. Si chiamano Luca Santoni, che suona il clarinetto e il flauto dolce; Giulia Senzacqua, alla chitarra; Carlotta Pompei, la voce; Irene De Minicis, alla tastiera; Edoardo Ercoli al montaggio video; e Valerio Battilà e Massimo Moriconi alle riprese.

Cosa hanno fatto? Una cosa piccola eppure enorme. Hanno pensato, ideato, scritto un testo, lo hanno musicato, hanno cercato una poesia adatta, hanno suonato e impersonato una storia. Non una delle tante. Ma una sull’amicizia. «E il meglio di voi sia per l’amico vostro. Se lui dovrà conoscere il riflusso della vostra marea, fate che ne conosca anche la piena. Quale amico è il vostro, per cercarlo nelle ore di morte? Cercatelo sempre nelle ore di vita. Poiché lui può colmare ogni vostro bisogno, ma non il vostro vuoto. E condividete i piaceri sorridendo nella dolcezza dell’amicizia. Poiché nella rugiada delle piccole cose il cuore ritrova il suo mattino e si ristora».

In un momento in cui tutto sembra sfaldarsi, nulla più reggere, molto liquefarsi; in un’era dove l’emergenza educativa si fa pressante, urgente, vitale; una scuola, un insegnante (Lelio Leoni), un gruppo di ragazzi rimettono a tema concetti fondamentali: essere amici, essere insieme, fidarsi. Rimettono a tema parole come: bisogno, amore, confidenza, pensiero, ascolto, condivisione, gioia, sorriso…

Ne hanno fatto un video e lo hanno inviato al concorso Abbado Award Musica insieme, proposto dal MIUR. Materia del concorso è la pratica della musica e il suo sviluppo all’interno delle scuole; la musica d’insieme e le tecniche che la rendono viva.

«La musica collettiva, strumentale o corale – ha spiegato ai ragazzi il loro professore – è una grande lezione di vita, induce all’ascolto dell’altro, alla capacità di dialogo ed è basata su un fondamentale esercizio democratico».

Il risultato è già egregio in sé, pensando anche alle condizioni «non proprio ottimali in cui si è lavorato. La mattina – ha raccontato il docente di musica – si doveva montare l’amplificazione nella classe e alla presenza di tutti gli alunni, anche dei non partecipanti al progetto: si è dovuto registrare quindi anche con un rumore di sottofondo. Finita l’ora di musica, di corsa smontare il tutto per lasciare l’aula libera alle altre materie, agli altri insegnanti».

Per il prof., non sarà importante vincere o meno il concorso ma aver visto i ragazzi lavorare con serietà e dedizione, riscoprendo un valore cardine: l’amicizia. Per oggi e per il domani.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, sabato 12 maggio 2018

#MIUR #Falerone #Scuola #Amicizia