CAMMINO LA TERRA DI MARCA. Il Grand Tour del “giovin signore”

Lunedì scorso, alla BIT di Milano, invitato dal sindaco di Fermo Paolo Calcinaro, ho parlato di Immagini, Personaggi, Storie e Leggende della Terra di Marca.

Ho chiesto cosa avrebbe fatto un rinato giovin signore dell’aristocrazia europea nel 1700, arrivando a Fermo sulle tracce del Genius Loci? Avrebbe raggiunto il Colle Sabulo e sarebbe entrato nella Cattedrale per recarsi in cima alla torre del Duomo. All’ingresso, avrebbe udito le voci dei settanta bambini di strada che Luigi Antonini aveva lì ricoverati. E avrebbe anche avvertito un acre odore di fuoco: gli incendi e la strage perpetrati nel 1176 dalle truppe di Cristiano di Magonza, arcivescovo scomunicato alle dipendenze di Federico Barbarossa.

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La tavola rotonda alla BIT di MIlano

Dopo aver scalato i 220 scalini, il giovin signore avrebbe guardato a  nord est, la distesa d’acqua tra due montagne. E avrebbe scorto Il Ricamatore (Raccamadoro), cristiano convertito all’Islam, pirata prima, corsaro dopo; e le 24 galee venete che scortavano il Bucintoro, la reggia galleggiante, arrivata per imbarcare  i nuovi doge già podestà fermani.

E avrebbe scorto le navi romane alla conquista del Mare nostrum. E avrebbe scorto le imbarcazioni cariche di ambra proveniente dal Baltico e destinata a Belmonte Piceno.

Poi lo sguardo sarebbe sceso verso sud, a Monterubbiano, dove si festeggia il Ver sacrum, la Primavera sacra dei Sabini che, inseguendo un picchio, si stabilirono sulle nostre terre. E avrebbe immaginato il generale Vidacilius, capo degli eserciti piceni, sconfiggere le legioni romane ed arrendersi solo al terremoto.

Tornato su Fermo, avrebbe notato la Rocca sul Girone dove il 15 gennaio del 1444 era nato Galeazzo Maria Sforza, futuro quinto duca di Milano. Figlio di Bianca Maria Visconti e di Francesco Sforza.

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Sportosi un poco, l’attore del Grand Tour avrebbe scoperto nel museo diocesano la Casula di Thomas Becket inviata da sua madre dopo l’assassinio del figlio, al vescovo di Fermo, già compagno di studi di Thomas a Bologna. E avrebbe osservato anche il Colle Vissiano: la decapitazione di Vissia, il sorgere di un’abbazia benedettina,  di un convento dei cappuccini, e la fortezza di Giuseppe De La Hoz.

E avrebbe intravisto a nord l’Abbazia Imperiale di Santa Croce al Chienti, dove la leggenda narra di Lotario e Imelda, e  dove Carlo il Grosso mise il suo sigillo di protezione con la richiesta di calzature per il suo esercito in transito.

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E avrebbe ammirato a Montefalcone Appennino, la sede, nel Mille, della prima scuola di medicina; e il fiume Tenna, Tinea per gli Etruschi, sorgere dall’orrido dell’Infernaccio dove secoli dopo Cecco d’Ascoli si nascose per sfuggire all’Inquisizione; e l’Ospitale dei Cavalieri del Tempio a Montefortino: Non Nobis, Domine, non nobis, sed nomini tuo dà gloriam; e la pieve di Sant’Angelo in Montespino, abitata da una ranocchio di giorno e da un guerriero di notte, e la montagna fatata, raggiunta dal Guerin Meschino in cerca delle sue origini; e Antoine de la Sale, il 18 maggio del 1420, arrivare dalla Provenza a Montemonaco, inviato  dalla duchessa Agnese di Bourbon, per sapere dell’antro e della Sibilla.

Questa è la Terra di Marca, dove le pietre parlano e la natura racconta storie incredibili.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, domenica 18 febbraio 2018

#BIT #GrandTour #Templari #Fermo #Sibilla #TerradiMarca

 

 

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MINORI… PER MODO DI DIRE. L’improvvisazione di Laura

Giovane, elegante, vulcanica. Vulcanica soprattutto. Laura Marziali sprizza energia e voglia di fare. Un articolo non basterebbe. Sintetizzo molto.

Ci incontriamo a Montegiorgio, nella sala della Biblioteca Mons. Germano Liberati. Laura mi ha incuriosito. Ho letto di Vicolo Cechov, della Scuola di Improvvisazione, dei molti ragazzi che la frequentano proprio a Montegiorgio. Lei ne è la responsabile e docente, legata alla Scuola di Civitavecchia.

Sono stato anche attratto dal nome assunto in facebook:  la Daphne, cioè la ninfa femminile, ma anche l’alloro o il lauro, quindi Laura.

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Laura Marziali

Ed eccoci qua, a ricostruire 28 anni di vita intensa, partendo dagli ultimi impegni. Scuola di improvvisazione, dunque, con 20 allievi di età compresa dai 16 ai 50 anni, con lezioni presso la Vecchia Falegnameria e il Cinema Manzoni. Poi, da Montegiorgio, Laura si sposta a Roma/Civitavecchia per insegnare pure là, dove tutto è nato e dove lei è stata allieva durante l’università e dopo la laurea in Giurisprudenza. Improvvisazione sì, ma anche scuola di canto, movimento scenico, danza, dizione. Un mondo creato da due direttori artistici: Roberto Rotondo e Fabio Astolfi, e dalla presidente Stella Perrone.

A cosa serve la scuola? «Si diventa più sicuri, più attenti, più aperti, è una crescita personale», risponde.

Lei ne è una testimonianza. I suoi genitori volevano che prendesse una laurea invece che iscriversi all’Accademia Nazionale di Arte drammatica Silvio D’Amico. Laura non si tira indietro. Si iscrive a Giurisprudenza, ha fatto una promessa a suo padre che nel frattempo è deceduto. Una sera viene invitata al Teatro Gassman di Civitavecchia. Va in scena proprio l’improvvisazione di Vicolo Cechov. È un amore a prima vista.

Laura studia legge e frequenta i corsi di improvvisazione. Si laurea con una tesi in diritto penale sul doping, memore del suo passato, ma anche presente, di praticante l’atletica leggera.

Tre anni dura la formazione a Vicolo Cechov. Nel frattempo, dopo un’esperienza a Parigi grazie ad un progetto europeo cui partecipa con un testo sulla violenza sulle donne, entra in una agenzia di comunicazione a Roma. Terminata la formazione, resta a Vicolo Cechov come insegnante e, date le sue origini marchigiane, le viene affidato il compito di aprire scuole sul territorio.

Mentre fa tutto questo s’è iscritta all’Istituto Teatrale Europeo. Segue corsi di Teatro-terapia e di Improvvisazione-terapia da portare nelle carceri, negli ospedali, nei luoghi problematici.

Tanto per non farsi mancare nulla, presenta eventi, concerti, iniziative. E, per farlo al meglio «studio la vicenda umana degli artisti, dei compositori, degli scrittori. Li approfondisco».

Ti ritieni un’attrice? «No, no. Ma un’artista sì».

La Scheda:

Laura Marziali è nata a Montegiorgio. Si è diplomata presso il Liceo linguistico di San Ginesio. Ha praticato l’atletica leggera con l’Elpidiense Avis-Aido, è cintura verde di Karate. Ama la musica jazz anni 30-40, si sveglia la domenica ascoltando Bach, Mozart e Vivaldi. Scrive poesie e racconti. Con la gemella Clara ha un progetto che non «rivelo».

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, sabato 17 febbraio 2018

#VicoloCechov #Passioneteatro #TeatroImprovvisazione #Montegiorgio

GENTE DI CAMPO. Il vino di Christian

Scendendo a Campiglione per la nuova bretella di Fermo, le vigne che s’affacciano sulla collina a nord sono composte e attraenti. Poco sopra sorge il colle gemello del Girfalco: il Colle Vissiano.

Quelle vigne, che assorbono il sole per l’intera giornata, sono dell’Azienda agricola Cantina Ortenzi di Ortenzi Christian. Nomen omen, il nome proprio.

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Christian Ortenzi

Christian ha 42 anni e un volto da ragazzo capace di stupore. Ci sediamo all’interno del punto vendita in Via Solfonara di Fermo. Al collo indossa una croce a forma di Tau. È il segno-simbolo dei Francescani, di san Francesco che amava la terra, amava la natura, vi scorgeva il soffio del Creatore. Ogni anno le vigne vengono benedette da un sacerdote. «È il mio sistema assicurativo», scherza Christian.

Forse anche per questo l’Azienda agricola Ortenzi appare così armonica e, passatemi il termine che gli economisti casserebbero, lieta.

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Sulle mensole, in fila come tanti soldatini inquadrati, si presentano le bottiglie dei vini: l’Amos, l’Abram, il Baruc, il Seruk, il Chrisor, l’Osea, solo per fare qualche nome. Ci sono bianchi Pecorino e Passerina, ci sono rossi Sangiovese, Montepulciano, Lacrima.

I nomi sono originali e hanno tutti una storia. Osea era un profeta biblico, ad esempio, e Baruk è l’ebraico di Benedetto, bisnonno di Christian e fondatore, a Montegiorgio, nel 1890, in Contrada Cisterna, della Cantina poi portava avanti da nonno Crescentino ed emigrata a Fermo con il padre di Christian, Luciano.

Dal ceppo originario, gli Ortenzi e gli Ortensi sono ora un numero ragguardevole. Recentemente Christian ha partecipato ad un raduno con… 500 parenti.

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Torniamo all’Azienda. A Fermo, nella zona intorno al Colle Vissiano e nelle vicinanze gli ettari da lavorare sono 16 (tre dei quali della famiglia Finocchietti la cui figlia Elena è moglie di Christian). Sei ettari e mezzo si trovano a Montegiorgio, 5 a Monte Vidon Combatte e altri pezzettini di terreno sono sparsi tra Monte Urano e Molini di Fermo. Quelli vitati, messi cioè a vigna, sono otto ettari. 13 invece a grano, sul resto crescono alberi di noce, ciliegie, olivi e querce. Ma il cor business è il vino.

L’azienda vinicola apre giuridicamente nel 2004. La prima produzione risale al 2010. Oggi sono circa 70 mila le bottiglie prodotte e distribuite nelle enoteche, ristoranti, bar. Mentre parliamo, arrivano clienti privati e Christian si alza per servirli. Intanto due collaboratori sono intenti alla sistemazione della vigna più grande.

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Prima di buttarsi nell’impresa, Christian ha studiato per due anni sulle tracce dei vitigni autoctoni come il Pagadebito, poi chiamato Passerina.

L’azienda è anche Cantina didattica che accoglie scolaresche in genere e studenti di Agraria. È anche piena di iniziative estive con cene in vigna e serate jazz.

Sulle pareti sono appese le attestazioni dei premi ricevuti. Il Bibenda 2018 ha riservato alla Cantina Ortenzi sei premi con 4 Grappoli sul massimo di cinque.

Una soddisfazione. «Grazie a Dio e all’impegno di tutti».

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, venerdì 16 febbraio 2018

#Campagna #Amoilvino #Fermo #Sangiovese #Passerina #CantinaOrtenzi

VITA DA SINDACI. Adamo Rossi da Montefalcone Appennino

Adamo Rossi è il sindaco di Montefalcone Appennino, eletto con la lista Progetto per Montefalcone. La località è stupenda, e turisticamente appetibile.

Partiamo da una iniziativa per alcuni negozi del centro storico

Se si riferisce ai negozi di generi alimentari e al bar-ristorante, sì, abbiamo fatto noi dell’amministrazione. Imprenditori interessati non ce n’erano. Quindi abbiamo sistemato i locali con fondi regionali ed europei. Poi li abbiamo dati in gestione a due famiglie del posto.

Adamo Rossi

Il sindaco Adamo Rossi

Voi avevate un grande richiamo turistico, l’Osteria Da Quintilia. Con la morte della signora, il locale è rimasto chiuso

Stiamo cercando di trovare una soluzione, sono in contatto con gli eredi, vorremmo acquistarlo intanto come Comune. Ho un progetto nel cassetto per riaprire l’Osteria. Non sarà facile riportarla agli antichi fasti. Però sono molto determinato.

A Montefalcone c’è un grande stabile di proprietà della Fondazione Marziali e Cruciani…

Esatto. È un grande edificio che entro l’anno diventerà una Casa di riposo per anziani e residenza protetta. La Fondazione, che ne è proprietaria, è amministrata da cinque consiglieri di cui tre di nomina comunale. Quindi posso dire che la Fondazione è controllata dal Comune. I lavori di sistemazione sono a buon punto. Azzardo una data: per la prossima estate dovremmo aprire la casa di riposo, con venti ospiti, e altrettanti per la residenza protetta. Abbiamo ottenuto 900 mila euro di fondi FAS. La Fondazione ha integrato con i suoi fondi. Poi abbiamo acceso un mutuo consistente.

Con il terremoto com’è andata?

Poteva andare peggio. Nel centro storico non abbiamo avuto grandi danni. Questo perché Montefalcone insiste su una roccia dura. Ed anche perché la ricostruzione dopo il terremoto del 1997 è stata fatta a regola d’arte. Il Museo, il Teatro, la Torre del castello stavolta hanno retto perfettamente.

Le chiese invece sono tutte inagibili.

La popolazione?

Circa 450 persone. E piuttosto anziana. C’è da dire che non viviamo più lo spopolamento causato dalla ricerca del lavoro, qui a due passi ci sono le industrie di Comunanza. Il problema è il calo demografico. A dire il vero qualcuno è tornato ad abitare a Montefalcone.

Per le scuole?

Da 15 anni abbiamo un accordo con Smerillo. Loro hanno l’asilo a San Martino al Faggio, i nostri bambini vanno lì. I bambini delle elementari e quelli più grandi delle medie vengono a Montefalcone. Certo, sono pluriclassi…

Qualche industria?

C’è una piccola fabbrica di scarpe che impiega una quindicina di persone, e una falegnameria rinomata con tre persone. Altro non c’è. Ripeto: molti vanno a lavorare a Comunanza, anche io ero assunto alla Indesit.

Un punto di forza?

Abbiamo un bellissimo Museo di fossili e minerali. Quando vennero gli esperti dell’Università di Firenze dissero che il museo, per i fossili, si posizionava ai primissimi posti nel Centro Italia. Arrivano numerose scolaresche a visitarlo. Puntiamo su questo. Poi c’è il polittico dell’Alamanno, che si può visitare al Museo.

Agricoltura?

Debbo ricordare che avevamo e abbiamo notevoli tartufaie di tartufo nero pregiato. Sono più di cento ettari. Purtroppo negli ultimi anni il clima non c’è stato favorevole. Il calo di produzione è stato netto.

Ne farete una De.Co?

L’avevamo pensata. Ci sta lavorando il vice sindaco William Liberatori. Abbiamo già il marchietto. Poi ci sarebbero le mele rosa e le castagne. Il nostro fiore all’occhiello è la manifestazione Sapori d’autunno.

Il Fermano è?

Un territorio pieno di storia.

Cosa non le piace della politica nazionale?

Ma come si fa a fondere i comuni, a cancellare secoli di storia? Se parliamo di servizi in comuni, va bene. Ma per le fusioni sono totalmente contrario.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, giovedì 15 febbraio 2018

#Politica #Turismo #MontefalconeAppennino #Casadiriposo

 

 

 

 

 

VOCI DALLA PRIMA REPUBBLICA. Da Fermo, Nello Raccichini: impegno e passione politica

Ci ha creduto molto, alla politica. Ci crede ancora. Ma a quella con la P maiuscola però, o, come meglio recita la Dottrina sociale della Chiesa, alla politica intesa come «la forma più alta della carità», secondo papa Paolo VI.

Nello Raccichini è stato insegnante di Matematica all’ITI. Oggi, settantenne, è in pensione. 30 anni della sua vita li ha dedicati all’amministrazione della sua città, sia in maggioranza al consiglio comunale, sia all’opposizione. Ancora prima è stato impegnato in una azione pre-politica, culturale, ideale. E     questo già da universitario a La Sapienza di Roma dove conobbe, diventandone amico, il futuro filoso e ministro Rocco Buttiglione, e poi dal 1975 militando nelle fila del Movimento Popolare.

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Il prof. Nello Raccichini

Nello Raccichini viene da quel mondo cattolica di presenza nella vita quotidiana, anche nella politica. Anche nella Democrazia cristiana, la cui tessera Raccichini prese nel 1985 entrando per la prima volta in consiglio comunale a Fermo spinto dal rinnovamento voluto da Fabrizio Fabi.

«Ero tornato da Roma, – racconta – e volevo riprendere i contatti con la mia città. Presi a frequentare i consigli comunali, per capire».

Da quella curiosità all’impegno diretto. Candidato come indipendente nella lista dello Scudo crociato, raccolse 1456 voti di preferenza. Scelse di prendere la tessera della Dc.

Qualche tempo dopo, entrò nella giunta di Pasqualino Macchini come assessore al bilancio. Poi, con il sindaco Saturnino di Ruscio, è stato per dieci anni presidente del consiglio comunale.

«È stato il periodo, anche grazia alla riforma della legge, di maggior stabilità». È anche il periodo in cui, grazie all’attenzione dell’amministrazione Di Ruscio per l’Europa, Raccichini viene mandato in Croazia, in Spagna e in altri paesi UE tanto da essere fregiato del titolo di «ministro degli esteri fermano». Raggiunge anche l’Australia in occasione dei Marchigiani nel mondo.

«Un momento toccante incontrare a Sidney i nostri emigrati, tutti ancora legati alle terre di origine. Ci dimostrarono un affetto profondo. Facemmo una sorta di gemellaggio ideale Fermo/Sidney».

Sia da assessore che da capogruppo, il rapporto con il partito è stato sempre forte. Raccichini ricorda che «il partito era un luogo di riferimento. Prima dei consigli comunali ci si riuniva, si approfondivano i temi, si discuteva molto animatamente, e si stabiliva anche l’ordine di interventi. Si andava in consiglio preparati».

Poi la Dc muore. Il 1992 è l’anno della fine. Ma Raccichini non resta con le mani in mano. È uno dei seicento, il 18 gennaio del 1994, che rimette in piedi il Partito Popolare che era stato di don Luigi Sturzo.

Lo convince una frase di Mino Martinazzoli, primo segretario del nuovo Ppi. Diceva pressappoco: «Non è possibile che in Italia non possa esserci ancora una rappresentanza dei cattolici in politica».

L’esperienza dura poco. Il nuovo sistema maggioritario chiede di schierarsi in uno dei due raggruppamenti. Martinazzoli non ci sta. Il voto non arride al Ppi, che sfalda.

C’è un rammarico oggi in Raccichini? È quello che non si possano più dare preferenze e quindi scegliere liberamente la rappresentanza in Parlamento. «E la rappresentanza è il succo della democrazia».

Un altro rischio, – fa capire – ma questo a livello locale, è il prevalere dell’organo amministrativo: sindaco e giunta, su quello del consiglio comunale. Il confronto forte è venuto meno.

Il problema era stato evidenziato anche a livello di ANCI tanto che si era costituita una Conferenza dei Consigli Comunali. Raccichini ne è stato il vice presidente nazionale.

«Una bella esperienza venire a contatto con i problemi, e le soluzioni, dei grandi comuni».

Ed ora? Raccichini legge I Promessi sposi, e fa parte di una Compagnia teatrale.

«Sul palco non si finge». E tra i politici di oggi?

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, mercoledì 14 febbraio 2018

#Politica #MovimentoPopolare #Dc #ANCI #PPI #MarchigianinelMondo

 

 

CAMMINO LA TERRA DI MARCA. Fermo: il Colle Vissiano, il colle della storia

Non mi allontano da Fermo. E pure sono lontanissimo. Per il Cammino di oggi scelgo la Montagnola o il Colle Vissiano dedicato ad una martire cristiana decapitata sotto Decio. Un’altra dimensione.

Visti dalla strada Mezzina, il Colle Vissiano e il Colle del Girifalco sembrano due colline identiche. Mi rimandano alle Porte di Durin, ai Cancelli Occidentali di Moria, raccontati da Tolkien ne Il Signore degli Anelli. Un pertugio dell’entroterra verso il mare.

Vado in una giornata di sole. Potrei prendere la strada asfaltata. Preferisco il sentiero appena accennato. Mi lascio alle spalle l’Istituto Sassatelli. Alcuni vecchi stanno seduti accanto alle vetrate. Un tempo, Gioventù studentesca portava i ragazzi a Caritativa. Un modo per donare il proprio tempo. Un modo per costruire il cuore. Non so se lo facciano ancora.

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Salgo sino ad una costruzione recintata. La costeggio. L’erba cresce ed è bagnata. Più avanzo e più i rovi si fanno fitti. Faccio esercizio per evitarli. Il Gran Sasso spicca alla mia sinistra, bianchissimo.

Fermo è diversa. È armonica, quella medievale e rinascimentale; è un’escrescenza terribile quella contemporanea.

Se interrogassi gli anziani del luogo mi direbbero che sto ascendendo al vecchio vulcano. Nessuna prova a favore. Anche a me però piace crederlo.

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La recinzione termina. La salita è stata impegnativa. Il fango scivoloso. Pantaloni bagnati fin sotto il ginocchio.

Sono in cima. Non guardo il pilone di antenne. Guardo il prato, ampio. È un posto stupendo, da quasi nessuno frequentato. Una croce al centro e una statua della Madonna.

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Immagino la storia: Abbazia benedettina prima del Mille, con proprio abate; convento di frati Cappuccini con tanto di Studio generale pari ad università, a metà 1500; fortezza del primo esercito insorgente al comando del generale Giuseppe De La Hoz, nel 1799.

Le pietre parlerebbero, ma non ci sono più tracce. La terra parla comunque come trattenesse le anime di quanti l’hanno calpestata. Occorre saper guardare la natura, e vedere l’oltre della natura. Appoggiato alla staccionata, guardo la terra, le zolle. La Zolla è uno dei quadri di Maurizio Bottoni. «Una nitidezza iperreale, un’esattezza fiamminga dell’immagine, che ne restituisce tutto il mistero. E ne esprime anche la drammaticità, per quel fondo buio che emerge anche dietro soggetti, come una zolla fiorita di erbe, apparentemente sereni». Questo hanno scritto di lui.

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Massimo Recalcati ha scritto che «l’opera d’arte… intrattiene sempre un rapporto con l’assoluto».

Squilla il cellulare: un amico. Rispondo. Mi accorgo di essere fisicamente in un luogo per cui ho affetto: la Montagnola, e virtualmente in un altro luogo: quello del mio amico. Se avessi un tablet  nello zaino, potrei collegarmi in rete con il mondo. Qui e là, e là ancora, nello stesso istante.  Lo chiamavano villaggio globale. Oggi usano web city.

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Va bene, accetto la sfida. Però leggo e rileggo La luna e i falò di Cesare Pavese quando scrive: «Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti».

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, domenica 11 febbraio 2018

#CesarePavese #MassimoRecalcati #AbbaziaBenedettina #Fermo #Web #Insorgenti

MINORI… PER MODO DI DIRE. Dalla matematica alla musica. Dai teoremi al Coro polifonico. Sandra Moschella

«Cantare nel coro ci ha insegnato a sentirci parte di un tutto per il quale una singola unità è essenziale e indispensabile… ci ha dato un altro punto di vista sicuramente più felice per vivere sino in fondo la scuola». La frase è tratta da una lettera che i ragazzi del Coro del Liceo Scientifico di Fermo hanno scritto alla loro direttrice, la professoressa Sandra Moschella. Non è l’unica lettera. Ce ne sono diverse nel grande album di foto e parole che la prof.ssa depone sul tavolo del suo studio.

Sandra Moschella è insegnante di matematica e fisica al Liceo Temistocle Calzecchi Onesti di Fermo. Dicono sia molto brava. Ma la sua opera maggiore per cui l’ho cercata non è stata tanto l’algebra o il secondo teorema di Euclide quanto l’aver dato vita e corpo ad una esperienza forte, che ha dato agli studenti una modalità per meglio vivere la stessa scuola. Il Coro, appunto. Il cantare insieme. Il ritrovarsi, intonati e stonati non importa.

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La professoressa Sandra Moschella

Tutto nasce durante l’anno scolastico 2006-2007.

Il Liceo sta organizzando convegni, conferenze, incontri. Cosa si può fare ancora per entusiasmare e motivare i giovani? Da dove cominciare? «Sono partita dalla mia esperienza personale», mi racconta, «da quello che più mi appassionava». E la cosa che l’aveva di più appassionata alla scuola media Fracassetti era stata la partecipazione al Coro polifonico del maestro Ferla. Perché, allora, non provare con i ragazzi più grandi?

E così, aiutata da altre due insegnanti, Irene Strippoli e Monica Grassi, la Moschella inizia. Il primo anno aderiscono in 18.

Oggi ne annovera 70, alcuni provenienti anche da altre scuole: Liceo classico/pedagogico, ITI, Istituto d’Arte. I giovani invitano i loro amici e chi ha concluso il quinquennio molte volte resta ancora per un anno.

L’ultimo concerto risale al 30 dicembre scorso presso il santuario di Santa Maria a Mare. Ancora una volta un successo.

Sandra Moschella si considera «soddisfatta e felice», parla anche di un vero «miracolo»: non tutti i cantori sono intonati, pochissimi conoscono la musica, «eppure alla fine i concerti escono sempre bene». I ragazzi si impegnano. Le prove si svolgono ogni venerdì, a scuola, nell’aula di fisica, dalle 14 alle 16. Ogni sezione ha il suo capo e tutti si sentono protagonisti. Ultimamente, la direttrice stava cercando voci di bambini per Nino Lindo, uno stupendo canto brasiliano. Le sono arrivate diverse registrazioni dei fratelli minori dei suoi allievi.

Ma cosa determina quello che Lei ha chiamato «miracolo»?

«Nel canto e nei testi che parlano di amore, amicizia, sofferenza, festa, i ragazzi si immedesimano paragonandoli alla propria vita».

E i riconoscimenti non sono mancati: dai due concorsi vinti ad Ercolano, alle esibizioni all’Arena di Verona e a L’Aquila.

Esemplare.

La Scheda:

Sandra Moschella risiede a Fermo. Insegna matematica e fisica dal 1987. I primi tre anni è stata docente presso l’Istituto Magistrale Bambin Gesù di Fermo.

Ha studiato per otto anni pianoforte al Conservatorio di Fermo.

Molte le lettere che i suoi allievi le scrivono dopo l’esperienza del Coro. Tanti coloro che all’Università cercano una Corale dove continuare l’esperienza.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, sabato 10 febbraio 2018

#CoroPolifonico #Liceoscientifico #Matematica