Racconti della Marca. Il colore del Presagio

Il tramonto è di fuoco

La montagna avvampa.

Un incendio sembra ghermire alle spalle gli Appennini.

Rosso intenso, rosso cupo… o rosso sangue.

Sarà forse questo il colore della Sibilla?

Sibilla maga, Sibilla strega, Sibilla vergine.

Le Sibille affrescate nei santuari di Maria,

quelle depurate dagli scritti di autori strani,

quelle che popolano menti e desideri…

Al mattino presto è il lucore dei monti che abbacina.

Il sole riflette una parte della cima incoronata.

L’altro versante resta… nell’ombra.

si

O sarà questo il colore della Sibilla?

L’ombra, il buio, la tenebra?

E se fossero entrambi, come in un gioco doppio di volti,

di un Giano a due facce: il rosso del fuoco e l’ombra della tenebra?

E se la tenebra fosse il colore del pre-sentimento?

Era l’abito di donne scomparse.

Io le ho conosciute.

Era il nero, il colore preferito.

Sempre indossato.

Non per mestizia.

Neppure per lutto.

Per abitudine, per tradizione… per consapevolezza.

Non era come per le vele di Teseo, lasciate per errore a gonfiarsi sui pennoni, messaggio non voluto, che portarono il padre Egeo al suicidio.

Non per mestizia. Neppure per lutto.

Per un ricordo, sì, per una memoria, per qualcosa di ancestrale.

Di oltre, più oltre, più in là.

Per una consapevolezza, dunque, direi.

Costruivano grattacieli e grandi navi, gli umani.

E prima, furono pievi raccolte e poi cattedrali slanciate e acquedotti superbi.

E teatri ed arene.

E piazze enormi: acropoli di parole e rettangoli perfetti d’automi dal passo dell’oca. Ieri come oggi.

Di nero vestivano le nostre nonne. E le nonne delle nostre nonne.

E loro sapevano il perché.

Gli eroi bruciavano Troia, s’avventuravano oltre le colonne di Ercole.

Sfidavano i leoni di Namidia, incenerivano le foreste di Teutoburgo, fino a far crescere un fungo su Hiroshima.

Di nero vestivano le nostre nonne.

E sapevano il perché.

Non era mestizia, neppure lutto.

Era presagio!

Cavalieri erranti raggiunsero la bocca dell’antro.

E videro la tenebra della maga, l’ombra della strega,

il riflesso della Vergine.

Ma pieni di sé, non domandarono.

Scelsero l’altra faccia. Sicuri della propria insicurezza.

Pieni di sé, cercarono le viscere più profonde.

Trovarono le serpi divenute corpi di burro, sgargianti di colori.

Eterno conflitto, eterna sfida.

Provocazione, infine. Scuotimento.

Prevaleva il colore del sangue.

Non chiesero all’ombra oscura della maga.

Neppure chiesero al fuoco avvampante di corpi e di abiti.

Condannati all’ebbrezza… non chiesero.

Neppure a se stessi.

Non era mestizia del lutto. Non era colore di morte, l’altra faccia.

Ma qualcuno ci fu.

Qualcuno che ascese la montagna per trovare se stesso.

Un senso, un senso all’esistere.

Solo potenza?

Fu allora, che la maga, la strega, la vergine, parlò.

Non era mestizia e non era lutto il suo colore.

Era… avvertimento. Era… presagio.

Era il sentimento della fragilità degli uomini tutti.

Quello provato e riprovato nell’indistinto intrecciarsi di corpi.

Era il pre sentimento della caducità delle cose,

assaporato ogni venerdì di passione.

Io, onnipontente, e destinato a morire.

Io, sopra ogni legge, e destinato ad essere cenere.

I volti ora parlavano, all’unisono,

le facce si mischiavano,

le bocche s’arrotolavano.

Io, onnipontente, e destinato a morire…

Eppure io, inutile scheggia d’un Infinito chino sul mondo,

destinato a ricongiungermi con il Mistero del mondo.

 

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, domenica 20 agosto 2017

#presagio #montisibillini #antro

 

Racconti della Marca. La fata di Smerillo

I miei amici ridevano quando raccontavo di aver incontrato una fata. «Ma dai, le fate…».

Eppure, una fata c’era stata.

La incontrai a Smerillo, una sera che non stavo bene in alcun luogo. Tv? obbrobriosa; scrivere? che palle!.

Io, auto. E via. Verso i monti. Non troppo veloce, le curve si susseguono. Intorno, un altro mondo in questo mondo.

In paese, nessuno. Salgo la Rocca, mi affaccio dal balcone e mi perdo tra un tremolio di luci e oscurità.

grotta

«Salute!». La voce arriva da dietro. Incantevole.

Di solito: «Salute» è il mio… saluto.

Fa effetto ascoltarlo da altri… da una donna alta quasi quanto me, esile, bellissima.

«Salute», replico con un qualche impaccio.

Indefinibili gli anni.

«Che fai?». La domanda è diretta. I suoi occhi sono nei miei.

Mi viene incontro, si appoggia alla balaustra. Meno di un passo da me. Il vestito è nero come le tenebre. Il profumo travolgente. Muta, mi guarda che guardo la Sibilla.

«Lo so che ti piace».

«Come fai saperlo?».

«Lo so e basta».

È autorevole.

«Si, mi piace la montagna con le sue leggende».

«Sono una di quelle».

«Come?»

«Sono una di quelle leggende», ripete, sottovoce e  mi tocca la spalla destra, come volesse render carne un fantasma.

«Sei …una fata?».

«Sono una fata».

La sua bocca è sulla mia, la sento ansimare, il corpo vibra, si inarca, poi si rilassa.

L’auto è poco più sotto. Scivoliamo due volte prima di raggiungerla. È in quel momento che avverto un rumore sordo, come di noci che cozzano. Siamo in macchina, scendiamo verso San Ruffino. Lo spiazzo è buio, ampio. Accogliente.

«Che scomoda la tua auto», mi rimprovera sorridendo.

Già: che scomoda. E se fosse stata comoda?

Mi chiede di ricondurla a Smerillo. Prima di scendere indugia con un altro bacio, poi sparisce silenziosa con quel rumore…

È la notte di lunedì. Notte senza sonno, passata a rimuginare.

Torno il martedì. La ritrovo con le identiche intenzioni. Riappare anche il mercoledì e quello dopo ancora. Il venerdì, no. Non c’è. La cerco, giro la collina. Non c’è. Non conosco il nome, né la  casa. L’ho persa? Il sabato è di nuovo lassù e così anche la settimana successiva. Ma il venerdì, no. Nessuna traccia. Intanto il rumore sordo ce l’ho nelle orecchie. La terza settimana sono deciso a capire.

Il giovedì voglio lasciarla il più tardi possibile. Ma già alle 23 chiede di tornare. Sono molto guardingo. La lascio che manca poco alla mezzanotte. Scende dall’auto, mi saluta come sempre. Ed eccolo il rumore delle noci.

Ho deciso di seguirla. Ha un’andatura strana, a scatti. Superata la curva inizia a correre velocissima. Non le tengo dietro. E il suono diventa un rimbombo, una specie di galoppo, come un legno che batta sulle pietre. Non sono zoccoli, non ha zoccoli, sono piedi di…capra… e non di donna…

Corre verso un antro, animalesca. Non è più lei. È vecchia, piena di rughe. È altro…

Gli ultimi pastori raccontano come nella reggia della Sibilla ogni venerdì le donne si trasformassero in serpenti succhiando sangue per rigenerarsi, e ammaliare, il giorno dopo, e dividere, e sconvolgere. E far soffrire.

«Non era una fata», commenta l’amica più maliziosa.

«All’inizio, una fata, più tardi una s…».

Vorrei dire «strega», ma non ce la faccio. La mia amica sorride. Le guardo i piedi. È scalza, è stata al mare.  Li ha abbronzati. E mentre si muove le noci sono lontane. Fuori stagione. Non sbattono più.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, 30 luglio 2017

#fate #destinazionemarche #smerillo #montisibillini

 

 

Successo ungherese per la Banda interprovinciale Fermano-Maceratese

Dopo la Bielorussia, lo scorso gennaio, e in vista di Mosca, la primavera prossima, la Banda Giovanile Interprovinciale del Fermano-Maceratese, ha riscosso un grande successo in Ungheria.

Il gruppo musicale formato da circa 60 adolescenti guidato dai maestri Lelio Leoni e Mauro Stizza ha partecipato dal due al sette agosto al tradizionale International County-Wandering Festival. L’evento nato nel 2002 porta, nel mese di agosto, musica e spettacolo in giro per città e paesi dell’Ungheria. Da qui il nome più familiare di Contea-Errante.

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La Banda Interprovinciale del Fermano-Maceratese ha eseguito una serie di concerti insieme ad altre formazioni provenienti dalla Turchia, Lituania, Ungheria. Per l’Italia era presente anche un gruppo pugliese. Le esibizioni sono state tenute in alcune località termali. Quartier generale dell’iniziativa e base logistica per i giovani strumentisti italiani è stata Makò, la città più fiorita d’Ungheria, come è stata ribattezzata da tempo, la cui principale attrazione turistica è la fonte di acqua termale.

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La Banda Interprovinciale si è fatta notare per le proposte musicali, per la serietà dei comportamenti anche al di fuori dei concerti, per la simpatia e vivacità espressa da tutti i componenti, primi tra i quali i maestri concertatori che più volte hanno inscenato sul palco siparietti improvvisati catturando l’attenzione del pubblico e ricevendo vere e proprie standing ovation.

Diversi anche i genitori che hanno accompagnato i giovani marchigiani nella loro tournée ungherese.

La Banda Interprovinciale, nata da un paio di anni in un rapporto molto stretto specie tra le realtà musicali di Montegiorgio e Montesangiusto, è riuscita a mettere insieme sino a 60 giovani strumentisti.

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«Siamo molto contenti di come stanno andando le cose – spiegano i maestri Leoni e Stizza, entrambi trombettisti -, oltre all’aspetto musicale, i ragazzi vivono una bella esperienza insieme, educativa e di amicizia, che, in frangenti come gli attuali, non è davvero poco».

Rientrati a casa, dopo qualche giorno di riposo, la Banda tornerà a prepararsi per la prossima meta: Mosca.

 

CAMMINO LA TERRA DI MARCA. Rubbiano-Vetice: un sentiero aperto

Ancora più di sempre cammino la montagna. Se i sentieri consueti sono chiusi, altri ne esistono e vanno fatti conoscere.

Rubbiano è terra di Montefortino. Poco più in là c’è Balleria, il pianoro del ballo, ed oltre ancora l’Infernaccio e la salita all’eremo di San Leonardo. La strada è sbarrata.

L’otto agosto dello scorso anno andammo in trenta. Dal bosco, e poi dalle rocce, ed ancora dall’incrocio per Capotenna, dalle faggete, uscirono due attori (Laura Subrini e Andrea Valori) che raccontavano storie di quelle contrade un tempo molto vive. Oggi non si può. In quei luoghi no, ma in altri sì. E l’abbiamo fatto, domenica sei agosto.

Una comitiva, alcuni bambini.

Rubbiamo fonte

Rubbiano ha una fonte. Lì ci siamo riforniti. Poi la discesa, poca nell’ombra. Un anfiteatro naturale ci ha permesso di sostare ascoltando di Orseolo e Teuda, delle loro famiglie, della loro economia, che il panno lana qui prodotto competeva con  l’Europa, che Montefortino fece la prima Denominazione comunale, nel Medio Evo, per attestare qualità ed evitare contraffazioni.

Buio quel Medio Evo, eh?.

Occorre fare nomi per evocare e ricordare. Chi non fa nomi, generalizza e dimentica presto.

Scendiamo ancora. Il sentiero si fa stretto.

Rubbano fiume

Ho un cruccio. Tre giorni prima ho compiuto un’ispezione. Il fiume Tenna era completamente in secca. Senz’acqua non c’è vita, non c’è allegria.

Da lontano invece sento lo scorrere. Mi rincuoro. Andiamo giù piano, l’altro giorno ho incontrato alcune serpi, una aveva il gozzo pieno, forse un topo inghiottito.

C’è acqua, invece. Non mi pare vero. Tutti a mollo. Mi tolgo scarponi e calzettoni, attraverso, acqua gelida, ci vuole proprio.

Rubbiano Roccaccia

Hanke, che è tedesca, non s’aspettava che la rana marrone le saltasse sui piedi. Strilla un attimo. La vegetazione è folta. Sopra c’è la Roccaccia. Il luogo è giusto per raccontare di Cecco d’Ascoli, dell’Acerba, del duro confronto con Dante, del rogo fiorentino, delle orgogliose parole tra le fiamme: «L’ho detto. L’ho insegnato. Lo credo». Storie di magia ed esoterismo.

Si sale per Vetice. Una fontana ci accoglie. È quasi un bagno per ognuno, fa caldo forte.

Abbiamo impiegato circa due ore. Ora ci attende un’altra avventura. Le monache di Amandola sono sfollate. L’antico monastero del centro ha avuto lesioni. Rifugio è stato trovato in campagna, a mezza costa tra contrada San Lorenzo e il crinale di Marnacchia. Si sono sistemate come meglio hanno potuto. Dal terremoto non hanno più avuto gruppi. L’ospitalità è il cardine benedettino. Avere della gente intorno è quasi un dogma. Andiamo. Ci sorridono «sorelle» bianche e nere (nigeriane). La Madre badessa suor Scolastica è raggiante.

Rubbiano Sibilla

Il pranzo è pronto. Ottimo, gustoso, colorato. Due tavolate vivaci. E un’allegria che cresce dopo un ulteriore bicchiere di grappa alla pera.

Sotto la tettoria di legno, sarebbe il momento di Battisti, Dalla o Battiato. Stavolta siamo privi di chitarristi. Rimediamo con un passo de I Promessi Sposi (il cardinal Borromeo che s’incontra con l’Innominato) e con la storia locale dei Farfensi. I discorsi scivolano anche altrove. La giornata è stata bella. Se ne architetta un’altra. Sempre per sentieri di montagna. Che ci sono e sono stupendi.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, domenica 13 agosto 2017

#destinazionemarche #montisibillini #rubbianovivo #Montefortino

 

 

 

RACCONTI DELLA MARCA. Il sacco di Castel Clementino. E lo scacco di Jean

Alba del 28 maggio 1799. Un giorno che Castel Clementino non avrebbe  dimenticato.

Lungo la piana silenzio di uomini; troppo e improbabile silenzio. Solo il fiume Tenna in piena ruggiva contro gli argini. Anche i lupi, lassù sulla montagna tra Amandola e Santa Vittoria in Matenano, avevano smesso la notte precedente di ululare alla nascosta luna di quella piovosa primavera.

Gli Insorgenti erano all’erta dietro le mura di quel Borgo nuovo. Quell’immenso ristagno di voci li preoccupava.  Continuavano a fissare l’altra riva, dalla parte del mulino Miconi. Il conte Clemente Navarra, di vedetta nella torre del suo palazzo,  era stato chiaro: i Francesi sarebbero arrivati da un momento all’altro. La cittadina era in pericolo, con essa le abitazioni basse degli artigiani e quelle fuori porta dei bifolchi, della gente qualunque e dei personaggi in vista, di chi, insomma, giacobino non fosse.

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Castel Clementino, l’odierno Servigliano

Le giacche blu il giorno precedente avevano sfilato al Girfalco di Fermo per poi raggiungere rapidissime Querciabella, riposarsi, acquattarsi tra le selve dinanzi a Castel Clementino, passare la notte. Non potevano tollerare che gli Insorgenti si acquartierassero in un punto strategico della valle. Fossero restati in montagna, a Montegallo, Montelparo o Norcia, poco male. Ma a Castel Clementino, no!

L’oscurità era calata in fretta complice un cielo sempre più minaccioso.  Quel posizionarsi per sfuggire agli occhi dei rivoltosi riuscì utile al soldato Jean. Il suo zaino scoppiava. Tutto quel che nei giorni precedenti aveva potuto sottrarre nelle chiese, nelle povere o ricche abitazioni messe a ferro e fuoco dalla sua compagnia, lo aveva stipato lì dentro. Era il suo bottino e il suo avvenire. Assicurazione sul futuro. Ora però doveva nasconderlo. Non voleva rischiare di perderlo nello scontro. Contò cento passi dal mulino; non visto, scavò una buca presso una frondosa roverella. Gli occorsero pochi minuti: la terra era molle.

Da lì a poco iniziarono gli spari. Più giù, dove il fiume batte contro l’irto scoglio della Castelletta, una trentina di uomini impegnavano le truppe di Bonaparte. Anzi, dritto sullo scoglio, un giovane nell’uniforme candida dei Borboni sfidava con la sua sparuta pattuglia gli invasori francesi. Un temerario. Ma passò poco tempo che quel corpo cadde colpito nelle acque furenti. Lo trassero a riva, i suoi uomini, che subito tornarono indietro, tra le mura. Luigi era il nome del caduto e Navarra il cognome:  il figlio del Tenente Generale.

Queste cose Jean non le sapeva. Sentì invece l’ordine d’attacco al borgo. Corse leggero sotto il tiro dei “cafoni”. Si fermò soltanto per inastare la baionetta. La prima porta del paese si frantumò sotto i colpi del cannone. Agli Insorgenti non restò che ritirarsi verso monte, verso Santa Vittoria in Matenano, lasciando sul campo morti, feriti e incendi.

Jean era soddisfatto, la giornata di battaglia stava già per concludersi. Forse un nuovo bottino avrebbe riempito un altro zaino. Ma una cosa non conosceva: che il  tesoro da lui sepolto era già passato in altre mani. Il suo vangare attorno alla quercia era stato notato da un insorgente che, complici le tenebre, l’aveva recuperato e portato altrove. Poi, durante la battaglia, quell’uomo era stato colpito. Ucciso forse per mano dello stesso Jean, e ora trascinava  con sé nella tomba il segreto recente di un sogno che svaniva nell’alba di Castel Clementino.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, domenica 13 agosto 2017

#destinazionemarche #insorgenza #raccontidellamarca

 

 

MINORI… PER MODO DI DIRE. La resistenza dei fratelli Bocci. La montagna e il terremoto

Gloria, Loriana, Cristiano. Tre fratelli. Tutti giovani. Sono la famiglia Bocci, di Piedivalle. Da cinque anni gestiscono l’Hotel Ristorante Ambro. Lo hanno preso in affitto dai Padri Cappuccini. La struttura era chiusa da quattro. Ce ne sono voluti due per rilanciarla. Altri due per esserne soddisfatti. Uno per conoscere la durezza di un terremoto che, pur non avendo minimamente intaccato la struttura, ha impaurito i visitatori del vicino Santuario.

Incontro il terzetto in una giornata di sole e di gran caldo. Sediamo sotto al portico. «Lo scorso anno, di questi giorni, – spiegano – nel pieno delle ferie, saremmo già affaccendati in cucina, al bar, tra i tavoli». Ora la clientela è diminuita di molto. La chiusura del Santuario si fa sentire anche in questo genere di economia.

Sul ponte e dinanzi alla chiesa c’è gente, ma non è quella del gran turismo, dei pulman, dei viaggi organizzati.

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Da Sx: Cristian, Gloria e Loriana

I nostri non si scoraggiano. Sono gente di montagna. Le più loquaci, in ordine, sono Gloria e Loriana, entrambe diplomate all’Istituto Psico-pedagogico di Ascoli Piceno. Loquaci, dirette e molto concrete. Cristiano è il più giovane. S’è diplomato all’Agraria di Ascoli Piceno, ed è un conoscitore di funghi e tartufi, oltre che amante di montagna.

Al di là del fiume c’è Il Chioschetto nel Bosco. Lo gestiscono mamma Mariangela Flammini e papà Pietro Boschi. Insomma, una famiglia di ristoratori che ha come capostipite nonno Giuseppe Flammini, oggi 96 enne. Fu lui ad aprire il chioschetto 55 anni fa coadiuvato da nonna Giovanna.

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Il Santuario della Madonna dell’Ambro

Tornando ai giovani, ne hanno pensate e fatte tante per rilanciare la struttura: Festa di Capodanno, festa di Carnevale, aperitivi particolari, apertura continua. Ma la ricetta vincente è la cucina. Gloria, Loriana, Cristiano vi si alternano per preparare tagliatelle ai funghi e ai tartufi, gnocchi, gorbini e grigliata di carne. Mestiere imparato dai nonni. I prodotti vengono acquistati dalle aziende del territorio, così come i vini, il miele, le marmellate. O come la Genziana e l’Amaro dell’Ambro. Chi non è ai fornelli, porta in tavola e si occupa del bar. Nei momenti migliori, l’hotel (11 camere) e il ristorante (un ferragosto furono 500 i coperti) hanno avuto bisogno di collaboratori. Vi hanno trovano occupazione i ragazzi di Montefortino, Amandola e paesi vicini.

I giovani Bocci hanno sentito dell’impegno della Carifermo per il restauro del Santuario. «È una gran cosa, dobbiamo ripartire su ogni fronte, non dobbiamo mollare». Ma è dura. A settembre scorso hanno ricevuto circa mille disdette. Resta la speranza. Loro amano la propria terra. Qualcuno li ha definiti i «nuovi patrioti».  Intanto, portano con sé i piccoli Federico (figlio di Cristiano) e Cristian (figlio di Loriana). Chissà che anche loro…. Sarebbe bello, dicono.

La Scheda:

Gloria e Loriana si sono diplomate all’Istituto Psico-Pedagogico di Ascoli Piceno. Gloria ha lavorato per sette anni presso il Caffè Belli di Amandola, al servizio ristoro della Tamoil, all’Agriturismo Madonna dei Piani e all’Acqua Gallo. Loriana è stata invece dipendente della Merloni a Comunanza e presso un Supermercato.

Cristiano, dopo il diploma in Agraria, ha lavorato presso la cantina Polpuva di Offida e poi è diventato legnaiolo.

Alla fine, hanno deciso di mettersi in proprio. Restando in famiglia. Accettando la proposta dei Cappuccini.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, sabato 12 agosto 2017

#destinazionemarche #santuariodellambro #mangiarbene #mediterraneandiet

 

 

 

GENTE DI CAMPO. Ad Alteta, l’azienda de Lu Cònde: suini da adottare. E non solo

Alteta. Borgo medievale. Il terremoto ha fatto danni al minuscolo centro storico. Intorno è campagna. E allevamenti.

In periferia, villette graziose. Tre edifici vicini indicano una famiglia. In mezzo: un laboratorio e una macelleria.

È l’azienda agricola Lu Cònde dei fratelli Corradini. Sono tre: Alessandro, Giorgio e Luca.

Lu Cònde in dialetto sta per Il Conte. Si vestiva da gran signore il bisnonno Giuseppe. Girava con un mantello nero e un bel cappello di feltro. Da Conte, appunto, come lo chiamavano i paesani.

Lu Conde macelleria

La macelleria de Lu Cònde

Nonno Nello – il figlio – iniziò come coltivatore diretto nel 1968. Il sistema era quello tradizionale: la rotazione triennale dei campi: grano, foraggio, ecc. Nessun sfruttamento della terra. Grande rispetto, invece, come per mille anni avevano fatto i contadini.

Poi Nello, con suo genero Mario, marito di Maria Pia, ha iniziato ad allevare suini, a ciclo chiuso.

La terza generazione – quella appunto di Alessandro, Giorgio e Luca – ha continuato sulle orme di nonno e padre.

Oggi, negli allevamenti, alcuni dei quali intorno al suggestivo Casino Merli, ci sono 30 scrofe e, a rotazione, circa 300 maiali.

Nel 2005, la nuova svolta. Oltre all’allevamento si è aggiunta la trasformazione delle carni. La carne di suino è diventata salsiccia, salame, mortadella, prodotti naturali, conservanti zero. I mangimi dati ai maiali, che scorazzano liberi nei campi insieme ad altri animali – c’era anche il bufalo Arturo -, è il prodotto di quanto coltivati dai fratelli Corradini che impiegano anche un piccolo mulino domestico.

Lu Conde Alessandro

Alessandro Corradini

Alessandro, occhi azzurri e capelli da moicano, è stato intervistato recentemente – il 30 luglio – da Linea Verde estate. La Rai s’è incuriosita, parimenti, del borgo di Alteta e delle farine de Lu Cònde che ha messo a dimora grandi antichi come la Jervicella, il Saraceno e, in modo speciale, il San Pastore che è un grano rosso poco conosciuto e molto originale.

Sotto una tettoia di legno, parlo con Alessandro. «La campagna è bella quanto dura. Ed è molto dura. Solo ieri, domenica, mi sono preso una giornata di svago. Ce ne sono poche altre». La famiglia Corradini punta sulla qualità. I clienti vengono ad acquistare in macelleria dai paesi vicini, ci sono anche diversi agriturismi che hanno iniziato a proporre le loro carni. C’è poi l’iniziativa «dell’adotta il tuo maiale». Hanno aderito soprattutto le famiglie del nord Italia che passano le vacanze nelle Marche. Hanno scelto l’animale, lo seguono in foto ma anche dal vero, ne acquistano la carne dopo la macellazione.

Poi ci sono i turisti olandesi, svedesi e norvegesi. Prima di acquistare vogliono sapere, vedere, capire. «Sono molto attenti alla salute».

In quanto tempo cresce un maiale? Alessandro risponde come risponderebbe suo nonno: «Due stoppie» che è il tempo che va dalla raccolta del grano alla semina: 9 mesi circa, «mangiando, dopo lo svezzamento, farine di granturco, orzo crusca e pisello proteico».

Le ore di lavoro? «Non si contano: dalle sei del mattino a quanto le forze scemano».

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, venerdì 11 agosto 2017

#Alteta #destinazionemarche #mediterraneandiet #suini