CAMMINO LA TERRA DI MARCA. Il bello di Monte Serrone

Ho scelto la collina sul mare. Ho scelto Monte Serrone, sopra Pedaso. Luogo d’incanto. Macchia mediterranea. Un incendio ne divorò una parte, anni fa.

Salgo con l’auto,  rasentando la Chiesolina. Mons. Gennaro Franceschetti l’aveva destinata ad ospitale dei diversamente abili. Fece strutturare l’edificio come meglio non si poteva. Non vide coronato il suo progetto. Morì prima. È chiusa da anni.

Arrivato al pianoro, con alle spalle uno stazzo di pecore, scendo, e continuo a piedi. Due macchine con targa straniera, all’altezza della Contea dei Ciliegi (quella della grande festa Hanami), mi sorpassano. Olandesi.

Pedaso osservatorio

L’Osservatorio di Pedaso su Monte Serrone

L’osservatorio astronomico sembra una costruzione araba. Un cubo sormontato da una cupola. Da lì, a notte, con il potente cannocchiale, si gode il grande spettacolo del cielo. L’ultimo appuntamento degli Astrofili pedasini è stato domenica scorsa per «… uscir a riveder le stelle». Le stelle: la luce che nel racconto biblico, come spiega l’astro-fisico Marco Bersanelli, «è il primo elemento ad essere creato, nel primo giorno, ancor prima che vengano chiamate all’esistenza le sorgenti capaci di emettere luce: il sole, la luna e le stelle». Una luce iniziale, dunque.

pedaso querce sentiero

C’è una via di querce su Monte Serrone, come un viottolo sul crinale che rasenta, in alto, l’Adriatico. Mi fugge davanti una lepre, e poi un’altra. Vicino alla recinzione dei ciliegi, un gruppo di anatre piccole: piccole e grigie, sembra voler prendere il volo. Sotto il granturco sono nate migliaia di campanule bianche.

La mente corre ad una pagina dei Luoghi comuni di Umberto Broccoli: «Così, intrecciando parole di follia, mi perdo nell’universo, divento una parte della vasta creazione torno all’età delle nebulose,  e mi mescolo all’Inudibile e all’Impalpabile, celato in una pace primordiale, sconosciuto al mondo». I versi sono di Liu Tsung Yüan, «considerato l’inventore della prosa paesaggistica».

pedaso ciliegi

Arrivo agli oliveti, mi stendo sotto la loro ombra. Immagino anche quanti agrumeti esistessero nel periodo piceno-romano, e quanti muri a protezione dalla Tramontana fossero stati eretti nei secoli successivi. Qualche traccia la si ha ancora tra Cupra Marittima e Grottammare. E qualche coraggioso ha ripreso a produrre agrumi nostrani.

Un articolo su vanityfair.it/viaggi parla della nostra Terra di Marca e del suo racconto. Se Omero fu il primo narratore, Enea ne fu forse l’interprete maggiore. Il racconto di sé e della sua storia. Glielo chiese la cartaginese Didone accogliendolo profugo. Il figlio di Anchise non avrebbe voluto rimestare un dolore: «Infandum regina iubes renovare dolorem». Alla fine acconsentì.

pedaso campanule

Guardo il Mare nostrum. Una leggenda narra che le imbarcazioni di Enea attraccarono proprio da queste parti. La gente che vi abitava vide scendere uomini in armi, coperti di bronzo splendente.

Sarebbe stata guerra di conquista? I Troiani volevano campi fertili, che c’erano.  Ma anche acque dolci.  Per evitarla, la guerra, la Sibilla rese salate le acque di un fiume più a monte: il Salino.

Enea riprese il viaggio.

Ridiscendo che il sole picchia. Il faro era torre d’avvistamento. Chissà se abbia lanciato allarmi individuando il corsaro Ricamatore avvicinarsi?

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, domenica 23 luglio 2017

#destinazionemarche #Pedaso #Conteadeiciliegi #astronomia #mediterraneandiet

 

 

 

MINORI… PER MODO DI DIRE. Case, terre, paesaggi. Il gusto di Monica

Sommità di Amandola, vicino alla Torre medievale.

Ho sempre invidiato il proprietario di quel giardino: ampio, curato, panorama vertiginoso. Un luogo di bellezza, così come l’antica casa a metà tra l’edificio quattrocentesco, dove si lavorava il panno-lana, e, probabilmente, un’altra torre medievale.

Appartengono a Monica Bruni.

Bruni Monica

Monica Bruni con la pietra trovata ai piedi del Monte Sibilla

Sediamo in salotto. Divani di pelle nera, un grande camino, un incensiere che pende sulla destra, alcuni candelieri sulle scale che conducono alle camere. Gusto e raffinatezza.

D’altronde, poteva essere diversamente? Monica Bruni è la titolare di “Case da abitare”. Ha un giro incredibile di clienti esteri cui segnale, spiega, e vende abitazioni, specie nelle Marche Sud.

Agente immobiliare? Sì, ma atipico. Di quelli che colgono prima, e propongono poi un’abitazione nel suo contesto: genius loci, storia, paesaggio, tradizioni, vita sociale. Fascino.

Bruni - particolare pietra

Le Marche e soprattutto il Piceno Monica se li è girati in lungo e in largo, con la vespa. Tornata ad Amandola, nel 1992, dopo undici anni a Roma dove era iscritta ad Architettura a Valle Giulia e dove aveva lavorato in alcuni studi, ha iniziato a dar corso alla sua passione per la storia dell’architettura e archeologia. Una fissa è stata la città di Novana, scomparsa da secoli. Ne parlava Plinio il vecchio, è ubicabile presso l’area di Montedinove. Girando, guardando, cercando, Monica s’è imbattuta in case – a volte anche ruderi – in vendita. Ha così aperto un canale con il mondo. Tra i suoi clienti ci sono inglesi, che lei ama particolarmente, poi statunitensi, canadesi, israeliani. Il primo fu Michael Eldrige, «sottratto alla Toscana». Gli vendette un ex conventino di campagna.

La sua attività professionale nasce da un incontro fortuito proprio ad Amandola. Con Deborah (Debby), inglese. L’anno è il 1997, quello del terremoto.

Primo passo fu quello di affittare un casale in contrada San Ruffino. «Con i pochi soldi che avevo – spiega Monica – acquistammo uno scanner e un computer, e  costruimmo il primo sito web regionale per la vendita di case all’estero».

Bruni - Monica 2

Monica crede ai segni e all’oroscopo (è Vergine ascendente Leone). «Il leone e il numero otto sono ricorrenti nella mia vita». Sulla parete del salone spicca un drappo di Castel Leone.

Mentre mi fa visitare la sua casa, dal tavolo in cristallo della sala da pranzo solleva un oggetto. È una statuetta di pietra bianchissima: una donna, un’immagine di fertilità. «L’ho trovata nei giorni scorsi sotto l’Antro della Sibilla».

Biondina, occhi azzurri, magra, dinamicissima. Legge di filosofia e fa parte del Comitato del Filo-Fest. Nei giorni scorsi ha ospitato Vito Mancuso.

Tutta la musica le va bene. Mentre parla, accarezza Niger, un cane che nulla ha da dire ai tre gatti (uno è nerissimo) che scorrazzano dappertutto.

Bruni Leone

La Scheda:

Monica Bruni è nata ad Amandola. Dopo il diploma da Geometra conseguito nell’Istituto della sua cittadina, si iscrive ad Architettura a Roma. Inizia ad interessarsi di politica. Entra a far parte del Movimento giovanile socialista – Direzione giovanile. Conosce l’ex ministro De Michelis. Il 1992 è l’anno della svolta.

Torna ad Amandola e lavora per un periodo all’ ufficio tecnico comunale. Il contratto è a tempo determinato. Allo scadere, opta per mettersi in proprio.

La sua casa profuma di Pot Pourri, una miscela di bacche, foglie e petali di fiore, dell’Officina Profumo Farmaceutica di Santa Maria Novella di Firenze.

Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, sabato 22 luglio 2017

#Amandola #Sibilla #casedavendere #architettura #Novana #storia

GENTE DI CAMPO. Villa Conti: le scelte di Andrea

Luogo stupendo!

San Martino al Faggio di fronte, con Smerillo, Montefalcone, e, a destra, più in basso, Comunanza. La strada è quella che sale per Marnacchia di Amandola e scende per la vallata dell’Aso.

28 ettari di terreno ondulato è l’azienda agricola Villa Conti. 14 sono di bosco rigoglioso: roverelle, carpini, ciliegi, frassini, ontani montani.

Servili

Il dr Andrea Servili… contadino

Il titolare/contadino è lui, Andrea Servili, 33 anni. Una ripresa della terra, da pochissimo. La famiglia era lì da tre secoli. L’ultimo a coltivarla fu suo nonno, i figli scelsero altro. Il babbo di Andrea, Giuseppe, è stato bancario. Andrea no. Ma per tornare alla campagna ha compiuto un iter particolare.  Laureato alla Politecnica di Ancona in Scienze agrarie, ha conseguito il dottorato in Scienze Agrarie, Alimentari e Ambientali. Un contratto con l’università gli ha consentito di lavorare per cinque anni in facoltà e di essere inviato poi in Nuova Zelanda (Hamilton e Isola del Sud) come esperto per risolvere il problema della muffa grigia sui ciliegi. Tornato in Italia ha fatto «una scelta di vita». Lo incontro che sta seguendo i lavori edili in una costruzione lesionata e che diverrà laboratorio e punto vendita.

Servili tartufi

Una tartufaia

L’azienda produce e vende miele, tartufi e zafferano. Tra un po’ anche mele rosa dei Sibillini.

Dello zafferano riporto le parole di Emanuela Di Stefano: «Una spezia pregiata, la cui produzione risulta ampiamente diffusa nel tardo Medioevo, consentendo alle impervie aree dell’Appennino di uscire dalla marginalità».

Servili tartufo

Bulbo di zafferano incamiciato

Andrea mi conduce nei campi. Toglie un bulbo e lo scamicia. Tra qualche giorno toccherà a tutti gli altri bulbi ad esser cambiati di posto. Da metà ottobre a metà novembre, le vallette si coloreranno di un viola incredibile. Saranno i fiori di zafferano che vanno raccolti all’alba, corolle chiuse, per preservare lo stigma da essiccare. Tutto manualmente, anche le confezioni in bustine. Noto una specie di funghi in metallo. Sono i sensori anti-talpa.

Camminiamo per un viottolo. Andrea lo percorre ogni mattina insieme al cane Tato. Luogo di pensiero. Nel giorno del grande terremoto vi ha incrociato una coppia di lupi spauriti.

Servili mamma

A dx la signora Servili, mamma di Andrea

Una vecchia casetta sugli alberi serviva per la caccia al colombaccio. Seguitando si arriva al rio Pietromastro. Ci fermiamo davanti ad un gruppo di arnie. Ne ha 140 dislocate in punti diversi. Ne ricava miele di acacia, castagno, millefiori. Per un altro viottolo raggiungiamo le tartufaie. Tartufo nero. 430 piante da pulire, potare, fresare. Una specie di tondo intorno alle piantine: «I pianelli di estrazione». E dal pianello il tartufo. L’impianto è giovane. Un altro, di 300 piante, è già attivo da anni. Qui tutto è bio, concimato con letame di cavallo.

Prendiamo l’auto per arrivare a Villa Conti, il borgo che dà nome all’azienda. Mamma Angela è impegnata nell’orto. Dopo il sisma che ha distrutto il laboratorio, Andrea ha trasformato la vecchia stalla.

servili prodotti

Alcuni prodotti dell’Azienda Servili

Clientela? Gruppi di acquisto solidali, qualche negozio, clienti e turisti che arrivano in casa.

Visione? Un prodotto di qualità, un paesaggio eccelso, tanta passione. Uno stile di vita che rende felici.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, venerdì 21 luglio 2017

#mediterraneandiet #DestinazioneMarche #zafferano

#Amandola #tartufo #miele

 

 

RACCONTI DELLA MARCA. Il fiume e la città che non fu madre

Le sue acque erano cristalline. I pesci vi sguazzavano talmente numerosi che li si poteva catturare a mani nude.

La vegetazione cresceva rigogliosa e intricata. Le querce, i lauri, i gelsi, i salici, e poi i rovi e le edere onnipresenti nascondevano animali d’ogni specie. Se piccoli, se ne sentiva il frusciare ovattato; altrimenti, il rumore si faceva fragoroso e a volte impressionante.

Il fiume Tenna ricordava Tinia, lo Zeus degli Etruschi. Da quei Monti Sibillini scendeva sino al Mare nostrum. Ad ogni uomo incontrato sulle rive, la sua voce sussurrava di Alcina, la sacerdotessa, o di coloro che l’avevano preceduta sulle balze incantate.

Bastava saper porgere l’orecchio e il fiume avrebbe rivelato ogni storia cui era stato a volte spettatore, a volte attore principale.

Falerio

Il Teatro romano di Falerio Picenus

L’acqua scorreva veloce giù dalla montagna. Alcune svolte costringevano il Tenna ad uno spumeggiante duello con le rocce. Più tranquillo diventava lungo la piana, come un tono pacato per presentarsi dignitosamente al mare.

In quell’alba, i buoi trascinavano a fatica, fumiganti, il carro. Le pelli pesava. Il tracciato risultava malagevole. Le piogge dei giorni precedenti l’avevano ridotto ad acquitrino.

A cassetta, il guidatore sonnecchiava. Era vecchio, ma il suo corpo evidenziava ancora l’antica muscolatura da guerriero.

Aveva condotto il carro nelle tenebre, ed ora, che il buio lasciava la contrada, l’uomo poteva abbandonarsi al sonno. E al sogno…

Era nato in riva al fiume. Lungo tutta quella valle aveva combattuto. Ricordava le acque come occasione di prosperità o di morte. Sotto le secolari querce sarebbe tornato ad essere polvere. Il sogno portò immagini diverse dal reale. Dove sorgevano casupole di fango, il vecchio vedeva abitazioni di marmo bianco: una città intera, con ville e grandi archi, attraversata da ampie strade lastricate, dotata di terme, arricchita da un vasto teatro ed un altrettanto capiente anfiteatro. Vedeva, anzitempo, Roma, le sue legioni, la sfilata dei generali irrisi per un giorno. Immaginava proprio là, sulle sponde del Tenna, la capitale dell’immenso impero.

FALERONE_Parco_Archeologico_Falerio_Picenus

I “Bagni della Regina”, Falerio Picenus

La visione lo scosse. E d’improvviso tornò cosciente. Si guardò attorno. Scenario consueto: il fiume scorreva tranquillo parlottando con i rami protesi a pelo d’acqua.

Solitaria, sul viottolo di fango, poco più avanti, una splendida fanciulla sembrava attenderlo in silenzio. Quando le fu accanto, la donna dal volto dolcissimo gli fece cenno di fermarsi. I buoi non s’erano ancora arrestati che la ragazza si trovava già a cassetta. Guardò il vecchio con un sorriso e gli parlò. Gli raccontò di una grande città che sarebbe sorta sugli argini di un fiume. Città potente e ricca.

Il sogno tornava nelle parole di lei.

Ma quale fiume?

La sconosciuta tacque. Poi, alzando la mano, tracciò strani segni nell’aria e, indicando il fiume che scorreva loro accanto, scosse più volte il capo, ripetendo: Tevere! Tevere! L’acqua del Tenna non è bastevole!

Lo ripetè ancora e ancora.

Secoli dopo nacque Falerio Picenus, splendente insediamento romano. Ma non fu Roma.

Il fiume che nasce dai Sibillini non era destinato a generare la città madre. Le sue acque avevano poca portata rispetto all’altro fiume.

Chi fosse quella donna non fu mai chiaro. Qualcuno parlò di Alcina, la maga; altri di sua madre, la Sibilla. Ma c’è anche chi è pronto a giurare che fosse, addirittura, la «Madonna benedetta».

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, mercoledì 19 luglio 2017

#destinazionemarche #mediterraneandiet #FalerioPicenus #Sibille

 

RACCONTI DELLA MARCA. Il lago di Pilato, quella luger e il tocco di campana

Una volta l’anno. Solo una. E sempre nello stesso
luogo.

Anche stavolta, nonostante l’età, gli acciacchi, le quattro
ore di salita, i massi precipitati dal terremoto, l’impaccio del nuovo abito, i sandali scassati, il sudore. La fatica.

Un occhio al Gran Gendarme, e s’accovaccia
sul bordo del Lago di Pilato, i piedi a bagno, non si potrebbe. Ma non c’è nessuno. Sceglie quel luogo proprio perché «non c’è più nessuno».

Gran Gendarme

Il Gran Gendarme sopra ai laghi di Pilato

Due chiazze d’acqua appena accennate. Ricordava quell’otto di azzurro molto grande. Era un ricordo da bambino.

Guarda gli Occhi del serpente, ed è come se l’abisso gli venisse incontro, se il male riaffiorasse riesplodendo dalle viscere del mondo. O di sé.

Era stata l’ultima sprangata a farlo decidere. Volevano farne poltiglia. C’aveva rimesso una spalla. Il colpo l’aveva quasi aperta in due. S’era salvato per un pelo. Per una pattuglia di carabinieri passati casualmente di lì. In quella periferia che stava crescendo. Territorio di fango e di nessuno.

Gli aggressori erano fuggiti. Il regolamento di conti solo rimandato. La prossima volta forse un colpo di coltello o di fucile.

Sanguinante, s’era trascinato via.

Il medico era stato suo compagno di università, fin quando s’era potuto studiare. Se ne ricordava la casa. Sperava fosse anche ambulatorio. Compiacente, l’aveva soccorso e nascosto. Giusto qualche giorno perché non poteva restare. Era chiaro: era nella lista. Era l’uomo da far fuori. Bisognava fuggire, abbandonare… ma non c’era più nulla da abbandonare o difendere. Giusto la pelle. Per quel che valeva. Meno di zero.

Così era scappato in Africa, via Marsiglia e comprenderete perché. Fuggiva dopo la scelta «sbagliata».

I nemici di prima e quelli di dopo – sempre gli stessi – gliel’avevano giurata. E, allora, il Congo, da mercenario, da marcia o crepa, i saccheggi, le morti, gli stupri.

Il suo corpo non aveva più anima, né pietà la sua ragione. Era un involucro scheletrito, staccato dal mondo, già putrefatto.

Inferno dentro e inferno fuori. 15 anni per dimenticarsi e lasciarsi dimenticare. Un pugno di diamanti: la liquidazione. E mani lorde di sangue.

Tornato, servirono gli uni e le altre. Per corrompere, arricchirsi, sbranare.

Si chiamava Rita… Gli disse che era incinta di lui.

«Buttalo nel water», fu la risposta. Agghiacciante.

Rita sparì, dopo l’aborto.

E lui rimase solo. Vide Riccardo sotto i portici. Il fisico era quello, ancora gagliardo, ma non lo sguardo. E inconsueto il sorriso. Più tardi l’avrebbe definito: «pieno di pace…».

Sì, era lui: il compagno-camerata d’un tempo, che se n’infischiava di ogni cosa.

Si guardarono, si riconobbero. S’abbracciarono. E nel tremito passò una vita.

Riccardo…tre figli, una moglie…, proprio lui, il più dissoluto
della compagnia.

Quel volto, quel sorriso, quelle scelte, lo morsero per una notte intera. Il brandello di cuore che gli restava s’era fatto ancor più pesante. Insopportabile.

All’alba, scese in garage. La luger era ancora ben
oliata. L’appoggiò alla tempia. Un niente. Ci sarebbe voluto un niente, per spegnere tutto.

Invece, un rintocco di campana, come una «voce» – confessò –
che lo chiamasse. Lo richiamasse.

L’abito bianco dei Cisterciensi s’è bagnato
sull’orlo. Il monaco dalle mille rughe si alza. L’abisso è solo un vecchio fotogramma.

C’è una giaculatoria che ora ripete spesso: Libera nos a malo.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, domenica 16 luglio 2017

#DestinazioneMarche #LagodiPilato #Luger  #GuerraCivile #Cistercensi

 

 

 

 

 

 

CAMMINO LA TERRA DI MARCA. La suggestione delle Morrecini

A Belmonte Piceno, Santa Maria in Muris o San Simone. Stupenda piccola chiesa farfense sul cucuzzolo di un colle, a guardia, un tempo, dei fiumi Tenna ed Ete. Peccato la modernità delle case poco più in basso. Sabato 8 luglio un incontro con giovani agricoltori proposto dal gruppo NEXT. Portano il loro contributo Margherita, Andrea, Emanuele e il diversamente giovane Roberto. Luogo migliore non poteva essere scelto: la rivoluzione agricolo la fecero loro, i costruttori della chiesa/torre. I servi della gleba iniziavano ad affrancarsi, sorgevano le prime comunanze per poi farsi comuni.

Al ritorno, la luna splende enorme. A pochi chilometri c’è una collina con grandi pietre squadrate, cemento arenaria sabbia, una sull’altra, non più composte come le si volle duemila anni fa. Era un luogo di sepoltura romano. Sono le Morrecini.

Non mi trattengo. Lascio l’auto in uno spazio più sotto. Salgo. Non c’è stradello. Attraverso un campo di grano appena mietuto. I cani dei vicini abbaiano.

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Santa Maria in Muris, Belmonte Piceno

Mi siedo a terra che è spaccata dall’arsura. Il cielo dovrebbe essere nero. È latteo invece. Completamente latteo. La luna predomina. Il profilo dei Sibillini fa da quinta. Intorno a me un intrico di querce. Penso che potrebbero materializzarsi le Driadi, le fate della terra, le ninfe delle querce: Dryas è quercia. L’atmosfera è particolare. I Romani veneravano i Dii Manes, le anime dei defunti, che erano benevolenti nei confronti degli umani. Sono tranquillo.

Non resto molto. Eppure il tempo s’è dilatato. Il tempo! Quando è χαιρος è buono, «un avvenimento – scriveva lo scienziato don Alberto Cintio – o un periodo propizio, il tempo come realtà favorevole da gestire per la crescita e la maturazione». Quando è χρονοσ divora i suoi figli come il Dio Crono.

Morrecini

Le Morrecini

Tendo l’orecchio. Vento e ancora vento tra le foglie. Nessun battere di telai d’oro. Raccontano di una grotta abitata da vecchie intente a filare. Chissà che De André non abbia conosciuto questa leggenda. E raccontano anche di pulcini d’oro. Qualcuno ha scavato con intenti non certo probi: il cunicolo esiste, lo usavano i partigiani. Ridiscendo la proprietà privata, rasentando un’abitazione che fu probabilmente scuola di campagna. Che peccato aver sprangato tutto!

Decido che parlerò delle Morrecini, delle querce, delle driadi al gruppo di giornaliste della moda sedute intorno al vertice di Monte Milone, tra Rapagnano e Montegiorgio. È il plus valore della nostra Terra Felix, non felice ma fervida.

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Mentre il sole scenderà oltre il San Vicino – ho sempre associato questo monte al Lysa Hora, in Ucraina, che ispirò Musorgskj ne La notte di San Giovanni sul Monte Calvo – reciterò loro il Siracide per allontanare il Sabba dell’opera sinfonica: «Orgoglio dei cieli è il limpido firmamento, spettacolo celeste in una visione di gloria! Il Sole mentre appare nel suo sorgere proclama: che meraviglia è l’opera dell’Altissimo… Anche la luna sempre puntuale nelle sue fasi regola i mesi e determina il tempo… Bellezza del cielo è la gloria degli astri, ornamento splendente nelle altezze del Signore».

E mi dico e ripeto: «Parco usa quel ch’io di me ti dono».

Brindisi al sole che tramonta e sorgerà di nuovo.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, domenica 16 luglio 2017

#Morrecini #destinazioneMarche #Piceni #Romani #BelmontePiceno

#mediterraneandiet

 

MINORI… PER MODO DI DIRE. L’archivista Pierangela che voleva essere carabiniere

«I libri, quelli buoni, sono i migliori amici dell’uomo; essi lo istruiscono, lo ammoniscono, lo consigliano, lo dilettano disinteressatamente. È colpa grave il non aver cura di amici così preziosi, e però dispongo che mai debbano uscire da questa Biblioteca». Lo scriveva Luigi Mannocchi, petritolese, etnografo, studioso di storia, tradizioni, usi e costumi popolari. Personaggio di grande spessore. La biblioteca di Petritoli è dedicata a lui. Ed è in biblioteca, tra diverse migliaia di libri (15 mila), che incontro la bibliotecaria. Pierangela Romanelli ha in sé una innata simpatia… e una cultura profondissima. Lavora qui dal duemila e scheda, cataloga, incontra gente, contribuisce, in seno al Comitato bibliotecario, a proporre eventi come il prossimo, ad esempio, il Bimblio-lettura, «attività ludiche e di lettura – spiega – per bambini e ragazzi» collegato a Nati per leggere, un progetto che lega bibliotecari e pediatri.

Pierangela

Pierangela Romanelli, archivista e bibliotecaria

Seduti al tavolo di un pomeriggio caldissimo, finestre aperte e voci che arrivano dalla piazzetta, Pierangela mi parla del suo lavoro che è anche quello di archivista presso l’Archivio Storico Arcivescovile di Fermo. Una professione imparata sicuramente sui libri, all’Università, grazie ai master, ma anche per contaminazione. Pierangela ha avuto come suo maestro mons. Emilio Tassi, storico, archivista, carattere non facile, ma di una scrupolosità, ingegno e cultura travolgenti.

Le chiedo quali siano i tesori dell’Archivio diocesano. Sono tanti. Ne riporto solo alcuni: la firma di Pieter Paul Rubens per il contratto della pala d’altare nella chiesa dei Filippini a Fermo, denominata Adorazione dei Pastori; e una lettera di san Filippo Neri (il santo dello «state buoni se potete») per la costruzione dell’edificio filippino fermano. Poi mi racconta anche di una pergamena, la più antica dell’Archivio, risalente al 1016: una cessione di beni tra vescovo Uberto e abate benedettino.

Ma lei legge solo documenti antichi? Ma no. Ci sono i gialli di Agatha Christie, i romanzi storici, i libri di Alessandro D’Avenia e di Costanza Miriano. Di quest’ultima ha finito da poco Quando eravamo femmine. Sull’argomento non insisto. Vasco Rossi la intriga, «il Vasco di prima, però». Ora ama un gruppo strano, gli Jarabedepalo, gruppo spagnolo di rock latino, il cui capo e chitarrista è Pau Donés. Strano per strano, ha anche una passione per i Gipsy Kings, gruppo musicale di Rom nati in Francia ma ceppo originario della Spagna.

Scopro in lei anche una passione culinaria, dalle olive all’ascolana ai vincisgrassi, poi, per onorare sua madre Maria Cantaro, siciliana, cassatelle e cannoli.  Suo padre si chiama Gianfranco.

Altre caratteristiche: camminatrice e poco o nulla amante della Tv: «Non la vedo mai».

La Scheda:

Pierangela è nata a Fano da padre petritolese (Gianfranco) e madre siciliana (Maria). Ha tre fratelli: Lidia, Elena e Alessandro.

Voleva fare il carabiniere come il padre, quantomeno la poliziotta. Iscritta a Beni culturali, all’Università di Macerata, e, al secondo anno di studi, è esploso il grande amore per l’archivistica, l’inventariazione, il riordino dei documenti. Ha frequentato, successivamente alla laurea, Master in archivi digitali presso l’Università di Macerata, la Scuola di paleografia, archivistica e diplomatica di Perugia.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, sabato 15 luglio 2017