CAMMINO LA TERRA DI MARCA. Immaginare un nuovo trenino mare-monti

Incipit. Romanticismo nel mio raccontare? Sicuramente c’è. Ma a volte capita che, ragionando con il cuore, si arrivi laddove la sola mente non arriva.

Quando transito da Belmonte Piceno sino a Servigliano, preferisco la strada stretta alle destra del fiume Tenna. Sei metri molti scarsi di carreggiata.

Poco prima di raggiungere l’antica Castel Clementino sono sempre attratto da un vecchio ponte rimasto monco, con poche arcate. Eppure maestoso sebbene triste. Le auto passano sotto una di queste arcate. Le restanti sono come finissero nel nulla, aggredite dalla ruggine e dalle piante parassite. Finis!

Ferrovia stazione

Lu trinittu

Rimango spesso a guardarlo, come fosse un residuo di un’altra civiltà, quella della macchina a vapore, la potenza, il futuro da conquistare.

È il vecchio ponte della ferrovia. Un’opera ardita, la ferrovia, risalente ai primi del Novecento. «Lu trinittu», come lo chiamavano le generazione precedenti la mia, partiva da Porto San Giorgio per arrivare ad Amandola. A «scartamento ridotto», si precisava subito dopo. Per dire: lento, a un solo binario, prima a sbuffo poi elettrificato. Ma senza dimenticare che per mezzo secolo, dal 1909 al 1956, fu cerniera che univa mare collina e monte.

Quel manufatto dà ancora l’idea di solidità. Le bombe tedesche lo colpirono duramente nel ’44. Così come il ponte di Grottazzolina e il viadotto della Madonna del Ferro di Fermo. Occorreva farli saltare per coprire la ritirata e ostacolare l’avanzata delle truppe alleate.

Vennero tutti ricostruiti. Si era al tempo della… solidità, dello sviluppo, del pensiero positivo.

Oggi, per dirla con Roberto Calasso: «La sensazione più precisa e acuta, per chi vive in questo momento, è di non sapere dove ogni giorno sta mettendo i piedi. Il terreno è friabile, le linee di sdoppiano, i tessuti si sfilacciano. Allora si avverte con maggiore evidenza che ci si trova nell’“innominabile attuale”».

Ho rifatto, un poco a piedi, molto più in macchina, il percorso della vecchia ferrovia. Da Porto San Giorgio, attraversando il casello numero 1, si sale verso il cimitero di Fermo per poi passare il tunnel sottostate la superstrada Fermo-Porto San Giorgio. C’era un altro casello un po’ più avanti. È diventato una bella palazzina dal colore rosso-mattone che un po’ ricorda l’origine e un po’ la tradisce. Più avanti c’è una deviazione: il tronchetto che consentiva al trenino di arrivare sin quasi a piazza del Popolo, a Fermo. L’altro tratto portava in basso, al fiume. Stazioni di Monte Urano, di Montegiorgio, Servigliano, Montefalcone-Smerillo, Amandola. Quest’ultima è ancora bella da vedere. Servigliano l’ha recuperata bene.

Immagino i passeggeri: donne con le ceste piene di uova, uomini con cappello, panciotto e gilet, bambini con i calzoni corti e studenti che raggiungevano soprattutto l’ITI Montani. Ragazzi che ad ottobre, mentre lu trinittu saliva sbuffando, avevano tempo di scendere dalle carrozze e staccare qualche mela, un grappolo di uva tardiva, qualche arancia.

Poi l’auto, la scelta su gomma, le strade larghe, la velocità.

E nessuno che abbia il coraggio, se non a parole, di rilanciare un treno per i Sibillini. Per poesia? E se fosse per una nuova economia?

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, domenica 10 novembre 2017

#treno #maremonti #Sibillini #Fermo #Amandola

 

 

 

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MINORI PER MODO DI DIRE. La voglia del Profeta. Un bistrot a Montegiberto

Montegiberto. A due passi dal santuario della Madonna delle Grazie, Paolo Corradi, con una grande scopa di radica, sta togliendo le foglie nel piccolo piazzale davanti al Coal della sua famiglia.

Con Paolo, salutandoci, facciamo lo stesso ragionamento: un tempo, quando nevicava sul serio, ognuno apriva la piccola «rotta» che dalla casa conduceva alla via principale. E Paolo la faceva per sé e per gli anziani che abitavano nei pressi. Un’educazione ricevuta in famiglia.

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La coppia del Profeta: Gelsomina Fiore e Paolo Corradi

Ad agosto Paolo ha aperto un locale adiacente al piccolo supermercato. Lo ha chiamato Bistrot. Ha 24 posti, un interno incantevole. Tavoli in legno massiccio, credenze con vetri da cui risaltano i prodotti alimentari del territorio, figure di animali sospesi su mensole, un focolare ampio, una vecchia bilancia, una bicicletta bianca e una stupenda macchina per scrivere fine Ottocento. Locale di buon mangiare e di calda ospitalità. Dalla cucina sbuca Gelsomina Fiore, compagna di Paolo, casertana di nascita, marchigiana da 25 anni. Una cuffia nera «da pirata» le raccoglie e nasconde i capelli.

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Un angolo del Bistrot

Il locale è stato battezzato Il Profeta. Non c’entra il libro di Gibran. Guardo Paolo e capisco: ha la barba nerissima e lunga.

C’è dell’altro. Se è vero che nessuno è profeta in patria, lui, loro, hanno sfidato vecchi detti e convenzioni.

Il locale ora c’è. Il cibo è buono, i prodotti vengono dalle aziende di qualità del territorio, il vino è sapientemente scelto. I piatti preparati da Gelsomina e Paolo sono attenti ai gusti della clientela. «La nostra cucina è sincera, ripropone sapori di un tempo», spiegano all’unisono.

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Gelsomina ha studiato presso l’Accademia degli chef di San Benedetto del Tronto; Paolo ce l’ha nel sangue, segue corsi, studia, s’impegna. Gli manca poco per diventare sommelier.

Per 23 anni ha lavorato nel Coal che è stato di sua nonna Maria (Marì per tutti), e di sua madre Marcella. Una storia di 80 anni.

Poi, la decisione di aprire un locale tutto suo, ovvero di coppia.

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Una coppia che diventa tale proprio per la passione culinaria. Mi raccontano l’origine andando un po’ indietro nel tempo: Paolo ha acquistato del pesce freschissimo, occorre cucinarlo in casa. Dove? Gelsomina si offre di aprire la propria cucina e di cimentarsi ai fornelli. Ottima cena, ottimo vino. E ottima compagnia.

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Paolo continua a dare una mano nel Coal, che rimane aperto solo di mattina. Il Profeta invece apre di sera, per ora solo il venerdì sabato e domenica. Facebook aiuta nella promozione. I giovani arrivano dai paesi vicini. Le serate sono piacevoli e a tema: pesce il venerdì, carne il sabato, tutto il resto la domenica.

«Vogliamo proporre serate simpatiche, leggere e stupire con i nostri piatti».

Ci salutiamo sulle note di De Andrè e De Gregori. Bel luogo, bella gente. Belle speranze.

La Scheda:

Gelsomina è nata a Caserta 40 anni fa. Da piccola sognava un futuro in divisa. Suo padre era agente della polizia penitenziaria, suo zio finanziere. La cucina ha invece prevalso. Forse per l’attrazione dei piatti di mamma Antonietta e di nonna Gelsomina.

«Con il mestolo assaggiavo tutti i loro cibi». Ama la musica anni 60 e 70 e le piace dormire (quando può, ovviamente).

Paolo ha 41 anni e una enorme passione per le moto. Possiede due triumph tre cilindri: una stupenda Legend e una moderna Tiger 1050. Diploma di ragioniere, alle medie amava l’educazione civica. Forse anche per questo Il Profeta aiuta a ricreare comunità

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, sabato 18 novembre 2017

#ilProfeta #Montegiberto #Bistrot #mediterraneandiet #DestinazioneMarche #cantautoriitaliani

 

GENTE DI CAMPO. Le mele dei Ferracuti. Due sorelle tra i frutteti

Lunedì scorso: la prima giornata veramente fredda.

Mi trovo lungo la vallata del Tenna, contrada Girola di Fermo. Luigi Ferracuti indossa una giacca pile, guanti pesanti e cappello. Sta raccogliendo le ultime mele. Mi invita a fare altrettanto. E mi insegna: «Le mele non si staccano, tirandole giù, né si torcono, si girano e si estraggono». Un piccolo colpo secco e posso addentare una «Tardiva rossa» fischiettando di Branduardi «Cogli la prima mela».

Luigi è il capostipite dell’azienda Ferracuti.

Ferracuti sorelle

Da sx Silvia ed Eleonora Ferracuti

Faceva l’infermiere. Negli orari in cui non era impegnato, insieme alla moglie Maria Dina, coltivava alberi da frutto. Dieci all’inizio, 100 più tardi. A 52 anni ha lasciato per dedicarsi esclusivamente ai suoi campi. La produzione di frutta è diventata attività principale. Ora di piante ce ne sono 12 mila e a tirare avanti l’azienda è sua figlia, la giovane Eleonora, coadiuvata da sua sorella Silvia, giovane anche lei.

Eleonora ha un diploma da infermiera, Silvia ha una laurea in psicologia. Ma la terra le ha catturate. Sei ettari di frutteto, quasi tutti in piano, non tutti accorpati, a macchia di leopardo, «in una valle benedetta da Dio» spiega Silvia che mi accompagna in un tour tra i filari. Per arrivarci, andiamo in auto. Se fosse stato caldo saremmo andati in trattore. Silvia ed Eleonora ne hanno la patente, così come hanno il patentino per i prodotti fito-sanitari.

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Il capostipite Luigi Ferracuti

Il lavoro grosso inizia ad agosto e termina a marzo. Le prime mele a finire nelle cassette sono le Golden (quelle gialle), poi c’è la Rossa delizia, quindi la Granny Smith, la Tardiva rossa e la Fuji. Il primo impianto è stato quello della Royal Gala. L’ultimo è della Bakai.

Il punto vendita sorge accanto alla casa di famiglia. Al mattino è un brulichio di acquirenti, più attenuato nel pomeriggio, con picchi il sabato. Arrivano dai paesi vicini, dal maceratese, dal civitanovese ed ora – una telefonata li ha annunciati – anche da Cesenatico e Forlì.

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Il punto vendita a Girola di Fermo

L’azienda agricola Ferracuti di Ferracuti Eleonora – questa è la ragione sociale – non vende ai grossisti né ai supermercati. «Qualche supermercato si è fatto avanti. Vedremo in seguito» dichiara Silvia. Accanto ai meleti, ora ci sono anche alberi di prugne e di pesche. Impiantato anche un orto invernale, con finocchi, cavoli, broccoli, verze. In un altro, vicino a casa, crescono tremila piante di pomodori. Un modo per rispondere alle esigenze della clientela. Dunque, mele, ma non solo.

Nei mesi da aprile a luglio, nei campi non si va in letargo. «No, no. Si deve procedere alle potature, al diradamento, alla difesa fito/sanitaria, alla concimazione… C’è sempre da fare».

Ora l’azienda è entrata a far parte del Consorzio italo-franco-spagnolo denominato Pink Lady, dal tipo di mela che ritira.

L’arrivo delle due donne in azienda è coinciso anche con molte innovazioni. Come ad esempio, l’estesa copertura anti grandine, che protegge molta parte del frutteto. Una spesa non indifferente.

Mentre me ne vado, scorgo Luigi sul trattore. La sua vita è ancora lì.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, venerdì 17 novembre 2017

#fruttafresca #mele #aziendaFerracuti #mediterraneandiet #DestinazioneMarche

Amandola. Il racconto degli artigiani. Patrimonio da rilanciare

Ivo Ortolani dice: «Sono disponibile ad insegnare quel che conosco dell’ebanisteria». Pierpaolo Bracci è pronto ad aprire la sua bottega ai bambini e ai ragazzi delle scuole. Giannino Galloppa non si tirerà indietro nel dare una mano.

È la riscossa o, almeno un tentativo, di resistenza e rilancio dell’artigianato legato al legno. Legato alla natura, ai borghi, alla montagna.

Tre artigiani di età diverse ne hanno discusso domenica scorsa ad Amandola. La sala dell’incontro s’è riempita come non accadeva da tempo. Anche la platea ha partecipato con domande, riflessioni, proposte. Presente il sindaco Adolfo Marinangeli.

Ortolani Ivo

L’ebanista Ivo Ortolani, suo nipote, e la rappresentante del FAI Rossella Falzetta

L’iniziativa dal titolo “Ebanisteria: arte e artigianato. Storie a confronto”, promossa dalla delegazione FAI del Fermano per l’occasione rappresentata dall’avvocato Rossella Falzetta, tra l’altro promotrice dell’idea, ha visto tre esponenti della scuola amandolese confrontarsi su stili, tecniche e storia, intervistati dal giornalista e nostro collaboratore Adolfo Leoni.

L’incontro non poteva che essere ad Amandola, città per secoli capitale degli ebanisti e del restauro.

Leoni ha aperto il confronto con due precisazioni, una delle quali tratta dalla ricerca dell’IRES (Istituto di ricerche economico-sociali).

«La grande tradizione artigianale italiana non è affatto destinata a scomparire: anzi, nei prossimi anni aumenteranno le richieste di professionalità basate su competenze umane che le macchine non possono rimpiazzare: manualità, ingegno e creatività. Recenti studi sulle tendenze dell’occupazione nei paesi ad alto reddito concordano nell’affermare che l’artigianato e tutti i lavori basati sul “saper fare con le mani” saranno tra le professioni più ricercate nei prossimi 10 anni».

Giannino e Pierpaolo

Al centro Giannino Galloppa, ebanista, a dx Pierpaolo Bracci, restauratore

La seconda ha riguardato una celebre frase dello scrittore francese Charles Peguy: «Un tempo gli operai non erano servi… Coltivavano  un onore, assoluto, come si addice ad un onore. La gamba di una sedia doveva essere ben fatta… Non doveva essere ben fatta per il padrone, né per gli intenditori, né per i clienti del padrone. Doveva essere ben fatta di per sé, in sé, nella sua stessa natura… E ogni parte della sedia che non si vedeva era lavorata con la medesima perfezioni delle parti che si vedevano. Secondo lo stesso principio delle Cattedrali».

Due argomenti che hanno coinvolto i presenti: l’artigianato non è morto, anzi, sarà una prospettiva di lavoro per i giovani; l’artigianato contiene valori alti che possono irradiare di nuovo la società.

Nonostante alcuni cenni, scorati, sull’irreversibilità del sistema attuale, sul consumismo e caduta del concetto del “bello”, l’incontro ha raggiunto alcuni risultati: ha riacceso un dibattito su un tema di prima importanza, ha visto coagularsi un gruppo di persone, ha lanciato alcune possibili piste da seguire

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, 16 novembre 2017

#artigiani #FAI #Sibillini #Legno #Amandola

Il Laboratorio Piceno della Dieta Mediterranea a Legnano per raccontare la Terra di Marca

Due giorni di Terra di Marca a Legnano, presso il prestigioso hotel Welcome. Il 17 e 18 novembre un nutrito stuolo di sindaci, imprenditori, professionisti, giornalisti, intellettuali e operatori commerciali si incontreranno con i componenti del Laboratorio Piceno della Dieta mediterranea. A tema il racconto delle Marche sud, dei Sibillini, delle storie e leggende che rendono unita questa «Terra felix».

A Legnano prenderanno la parola Lando Siliquini (presidente del Laboratorio Piceno della Dieta mediterranea), Paolo Foglini (vice presidente), Roberto Ferretti (ideatore di Marche in valigia) e Adolfo Leoni (giornalista e scrittore).

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Il Welcome Hotel

Il titolo degli incontri è: “L’Appennino centrale è uno scrigno di tesori materiali e immateriali, che gli eventi sismici hanno fatto (ri)emergere. Le aziende, ambasciatrici della Sibilla appenninica, raccontano i prodotti della Marca mediterranea”.

Non saranno solo parole. Perché venerdì sera, dopo la conferenza stampa con i media lombardi, e sabato a pranzo, dopo il convegno, gli intervenuti potranno assaggiare il vino delle cantine fermane e gustare le pietanze preparate dallo chef Benito Ricci che userà i prodotti di ben 20 aziende marchigiane, la più parte della montagna sibillinica ma non solo: Amandola, Smerillo, Montemonaco, Montefortino, Montegiorgio, Falerone, Montelparo, Monte Urano, Petritoli, Torre San  Patrizio, Moresco. Le aziende coinvolte sono: Le Spiazzette, Angolo di Paradiso, Regina dei Sibillini, Country Pig, Galantina La Picena, Maria Pia Castelli, Fausti Vini, Lumavite, La Golosa, Pasta Vallesi, La Viola, Recchi, Olio Bonfigli, AgriPompei, Colibazzi, Patate azienda Lorenzo, La Madia, Fontegranne, Forno Michilli. Senza dimenticare l’apporto dell’azienda Varnelli.

L’iniziativa è stata presa dalla dottoressa Amabilia Copocasa, originaria di Amandola, ma residente a Legnano.

L’incontro servirà a promuovere la Terra di Marca a livello turistico e gastronomico aprendo un canale diretto con la Lombardia.

Dopo l’iniziativa di Legnano, le 50 realtà produttive legate al Laboratorio Piceno della Dieta mediterranea parteciperanno probabilmente ad un evento promosso da Rescaldina, comune lombardo.

 

CAMMINO LA TERRA DI MARCA. Monte Urano. La Casa – Museo di Arnoldo Anibaldi

Il Cammino di oggi è in una Casa-Museo. Unica. Luogo dove la quotidianità incontra una memoria viva. Quella di un artista, Arnoldo Anibaldi.

Monte Urano, raccontato nel bene e nel male solo per le calzature, sfugge allo sguardo dei più su architettura e arte. Eppure…

È sera. Entro nella piazza superiore da un vicolo che costeggia la chiesa di San Michele arcangelo. Ci misero le mani Giovanni Battista Carducci e Giuseppe Sacconi.

L’indicazione di Nanda è a superare la porta medievale sottostante l’orologio. Sono nell’antico incasato. A destra, una piazzetta quadrata con fondale un palazzetto illuminato.

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A sx la signora Lidia, moglie dell’artista, accanto Nanda Anibaldi, sorella

È la Casa-Museo di Arnoldo Anibaldi, ovvero della sua famiglia.

Nanda è la sorella, insegnante, e poetessa da sempre. Lidia Capaldi è sua moglie, e l’anima di questo luogo.

Mi attendono. Racconteranno la storia di un uomo il cui spirito aleggia in ogni sala che visito.

Un cammino, perché ogni stanza ha alle pareti, sui tavoli e divani qualcosa di Arnoldo. Arnoldo lo scultore (ma anche molto pittore), più conosciuto a Barcellona o in Germania o a Firenze, che da noi. «Nessuno è profeta in patria».

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La comitiva, che si arricchisce di una studiosa d’arte, inizia la scoperta. A sinistra lo studio. Nudi di donna alle pareti, bozzetti. E poi, le chitarre che suonava, i libri che consultava, e le sculture di gatti (Arnoldo è morto il 24 giugno del 2016 e anche sulla sua tomba c’è un gatto). «Una scelta per le rotondità» spiegano sorella e moglie. Aggiungerei la preferenza per il carattere del felino: libero, domestico ma mai addomesticato. Forse, come fu Arnoldo a fine anni ’60 quando frequentava le Case del Popolo di Firenze, dove incontrava comunisti, anarchici, indipendentisti ascoltando le canzoni di protesta di Rosa Balistreri.

Si entra in cucina. Qui Lidia prepara i cibi e, sollevando lo sguardo, incontra il suo uomo. Ci sono quadri di animali e di alberi, «richiami arcaici» spiega Nanda. Sopra il divano un grande quadro che sembra una tauromachia e un murales. Arnoldo ne fece uno per Monte Urano, alla Porta del Sole, Contro il terrore, contro il terrorismo, contro la violenza.. Non esiste più, il murales, la violenza sì.

Nel salotto, sul tavolo basso, tanti pesci, anche qui forme rotonde, e sul cavalletto un’aquila sbalzata in bronzo (?). Si sale. Le pareti delle scale sono coperte di quadri, tra cui bozzetti realizzati con la biro e un grande Cristo su rame.

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C’è un lavoro, tra gli ultimi, a quattro mani. Lui: Arnoldo; lei: Viola, sua nipote, figlia di Barbara.

Nel salotto, al primo piano, tornano le sculture di pesci, i quadri con le scene di caccia e tre immagini di cappelli visti dall’alto.

Nella camera di Barbara, la testata è un collage «insieme di giochini». In quella di Lidia (la camera degli sposi), c’è un’onda enorme e nudi.

Al terzo e ultimo piano, risalta, tra immagini di eros e amori, un carboncino su tela, opera realizzata al primo anno di Accademia «per dimostrare al padre che non perdeva tempo e che il richiesto viaggio in Sardegna non era bighellonare».

Correnti? Difficile inquadrare Arnoldo. Libero come un felino. E tra i «Migliori Cento scultori al mondo».

E la casa-museo? «Da respirare, da toccare, da viverci dentro». Versi di Nanda.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, domenica 12 novembre 2017

#ArnoldoAnibaldi #Musei #Monteurano #Artisti #eros

 

MINORI… PER MODO DI DIRE. Francesco Luzi e la bottega monastica

Fermo. Ultimo loggiato a mare. Un negozio. Sulla porta, sorridente, il proprietario. Francesco Luzi appena entrato è già sulla «via di fuga». Lui è un tipo che non sta mai con le mani in mano. Fermano di nascita, ne ha fatte tante e ben riuscite.

A 20 anni, con la malattia del padre Fernando, ha preso in mano le redini di una azienda, a quel tempo si chiamava TiPiElle di Fernando Luzi (poi si trasformerà in una SNC e ancora in una SRL) portandola, insieme alla famiglia (il fratello è Stefano, amministratore oggi della Tre Elle Srl), a un ottimo risultato.

Blocco Francesco ed entriamo nel locale, non grande, ma suggestivo.

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Francesco Luzi dinanzi al suo negozio

Sugli scaffali qualcosa di molto originale e altrove introvabile: i prodotti (ci sono le birre, i liquori, le marmellate, le tisane, i dolci, il cioccolato, le paste, il riso) di tanti monasteri e conventi d’Italia. Realtà che Luzi ha scovato girando la Penisola. Leggo le etichette: i monaci benedettini de La Cascinazza di Milano, Santa Marta già azienda monastica milanese, i monaci di Camaldoli, i Trappisti di Roma, i Gesuiti di Bassano del Grappa, le benedettine di Orte e di Pistoia, i Cistercensi, il Santuario di Madonna del Monte a Genova, l’Abbazia di Praia….

Francesco incontra queste realtà, controlla l’artigianalità con cui vengono realizzati i prodotti, li sceglie e li porta a Fermo a disposizione della sua clientela. È un modo per garantire qualità, bontà e aiuto a chi Labora et Ora. Così si spiega: «Scelgo di acquistare questi articoli per sostenere economicamente gli ordini religiosi in Italia, sposando la filosofia della naturalità e della genuinità. Offrendo alla clientela la possibilità di acquistare per sé o altri un dono prezioso, fatto di antiche ricette, rimedi, profumi  e sapori purtroppo ad oggi sempre più rari».

Il negozio si chiama Religio, nasce nel 2010 per vendere libri, articoli sacri e oggetti di culto. Idea ispirata al titolare da un gruppo di giovani sacerdoti.

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Dalle icone alle marmellate realizzate nei monasteri italiani

Ma Francesco fa anche altro. È titolare di una impresa di Onoranze funebri, tra le più qualificate e serie del territorio.

Attività (compie 70 anni di vita) che eredita dal padre Fernando e che assume completamente dopo la divisione dal fratello Stefano cui tocca la Tre Elle srl.

A 17 anni, il 21 marzo del 1947, a quel tempo ricorrenza di San Benedetto (le cose mai capitano a caso), il padre Fernando era entrato nella bottega dello stagnino Centofanti alla cui morte ne acquistava la licenza pagata con la messa in vendita, da parte del padre Raffaele-Alfredo, del maiale di casa.

Tornando a Francesco, un’altra sua iniziativa va segnalata: la ditta di consulenza commerciale per imprese di arredamento. Luzi aveva creato un pool di imprese cui organizzava fiere ed esposizioni  di carattere europeo. La chiuderà anni dopo per una malattia in famiglia.

La Scheda:

Francesco Luzi è nato a Fermo il 4 settembre del 1959.

Si è diplomato ragioniere all’Istituto Commerciale di Fermo. Voleva iscriversi alla facoltà di Economia e Commercio ma la malattia del padre e la necessità di tirare avanti l’azienda di famiglia lo hanno indirizzato altrove.

Ha praticato diversi sport. Le sue preferenze sono state l’alpinismo, lo sci alpino, l’arrampicata. Ama i ghiacciai e il poterli percorrere con ramponi e piccozza.

Ha scalato le alpi austriache e italiane, e gli Appennini.

«La cosa più bella è venir giù dai 4 mila metri con gli sci».

Non disdegna la fotografia.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, sabato 11 novembre 2017

#bottegamonastica #LaCascinazza #SantuarioMadonnadelMonte #birremonastiche