Cammino la Terra di Marca. Le “Parole” non dette

«Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia». È Marcello che parla ad Orazio, nell’Amleto di Shakespeare.

Me lo ripeto oggi dopo una strana esperienza di qualche giorno fa.

Ho lasciato l’auto nei pressi del vecchio Molino Miconi, a Piane di Falerone. È il Molino della strage di Insorgenti perpetrata dalle Giacche blu francesi. 1799. Storia già raccontata.

Ho deciso di risalire il fiume Tenna dalla sponda sinistra, sin sotto Penna San Giovanni, laddove un viottolo porta al Salino, il fiume reso salato dalla Sibilla, secondo la leggenda, per impedire il radicamento dei Troiani in cerca di un’altra patria.

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Camminando tra greto del fiume, sempre più scarso di acque, e la campagna che sta indossando i primi verdi primaverili, incontro casali massicci. Uno ha impresso ancora sulla facciata la scritta pomposa del tempo del fascio. C’è un punto dove non riesco a passare. Torno sull’asfalto e qui, per una serie di incredibili circostanze: saluti, presentazioni, conoscenze comuni, vengo invitato ad entrare in un’abitazione. Ci sono tre donne, tutte anziane. Ad occhio e croce, insieme fanno oltre due secoli e mezzo. Sicuramente parenti, probabilmente sorelle e cognate. È tempo di colazione. Me la offrono. Una tira fuori da un armadio anni cinquanta un ciambellone ben avvolto nella carta stagnola. Annoto l’incastro tra il vintage e la contemporaneità. Dipana l’intreccio della carta e prende un coltello per il taglio della fetta. Ma prima si scusa. Il dolce, «fatto con cinque uova», non è venuto al meglio. È un tantino bruciacchiato sopra, su quella specie di cono vulcanico. Le altre due, quasi all’unisono, pronunciano la stessa cosa: «Quando lo hai infornato non hai detto… le parole». Divento curioso: le parole? quali parole? perché dire… le parole?

Mi guardano sorridendo. Hanno i vestiti neri con grandi fiori. «Occorre sempre accompagnare i gesti, tutti quanti, con… le parole». Una formula, una preghiera, una invocazione? Zittiscono. Più che imbarazzate, complici. Capisco che il varco appena aperto si sta richiudendo rapidamente. Cerco di tornare sull’argomento da un altro punto di vista. Racconto loro che le sibille erano depositarie della saggezza e della medicina popolare. Aggiungo che la Sibilla chimica (alchemica) dipinta nel Santuario della Madonna dell’Ambro, così come Santa Maria in Pantano e Santa Maria delle Grazie, porta in mano un cartiglio con su svelata colei che allatterà il Signore. «Sono parole magiche?» chiedo dopo la lunga… introduzione. Il muro è compatto. Posso anche andarmene: non proferiranno altra spiegazione.

Recupero altrimenti. Torno all’attacco con un ricordo personale, quando da piccolo mia madre mi portava «a scansare l’invidia» in una cucina fuligginosa abitata da una donna possente. «Noi lo facciamo ancora. Vuoi provare?». Certo che sì. Mettono una bacinella sul tavolo, intingono un dito nell’olio, mi segnano la fronte, lasciano andare la goccia nell’acqua, tre volte, sino a quando l’occhio formato non scompare del tutto. E mentre lo fanno recitano una sorta di cantilena. Le parole. Saranno le stesse parole? Non le capisco, non le svelano.

«Ci sono più cose in cielo e in terra…».

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, domenica 22 aprile 2018

#Magia #Esoterismo #MontiSibillini #Sibilla

 

 

 

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Minori… per modo di dire. Lui: Adolfo, e gli Amici di Re Celentano

«Chi non lavora non fa l’amore». Non so se Adolfo Sebastiani stia ispirandosi a questa canzone. Ma, quando l’ho raggiunto, era pronto a salire in sella al trattore e recarsi tra i suoi ulivi, nella campagna di Montottone.

Finiti i lavori, è volato a Rostov sul Don, in Russia. Perché è lì che si esibirà in concerto. Poi, partirà di nuovo per il tour 2018 che lo vedrà impegnato in tanta parte d’Italia, anche in Sardegna.

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Adolfo è Lui, e la sua band sono gli amici del Re. Lui e gli amici del Re, dunque. Un grandissimo tributo ad Adriano Celentano. Adolfo gli somiglia in modo impressionante. Anzi, più va avanti negli anni e più ne diventa una bella fotocopia. E la voce è, senza alcun sforzo o pressione, molto simile a quella del Ragazzo della via Gluck. Tanto che il più celebre Adriano lo ha benedetto e gli ha dato il beneplacito. Non solo, per certi versi gli fa pure comodo, come quando gli disse: «Caro Adolfo, in Russia vacci tu, perché se ci vado io si inc… i Ceceni, se vado in Cecenia si inc… i Russi…». Così Adolfo lo ha preso sul serio e ci è andato sul serio. Più volte. Dalla Russia alla Cecenia, dalla Crimea alla Lettonia, Estonia. Piazze e teatri pieni e tanti autografi da firmare con il nome di… «Adolfo».

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Sebastiani, oggi quasi in pensione da bancario, già a 20 anni cantava nei piano-bar di buoni locali marchigiani. Poi, nel 2001, grazie alla spinta del suo amico Rosauro Morici, che aveva rapporti con Celentano, scocca la scintilla: fare una cover band con le canzoni del Molleggiato. A ripensarci adesso, una coincidenza non casuale esiste: in terza media, in occasione del Natale, lo studente Adolfo Sebastiani si esibì con la canzone La storia di Serafino.

Il gruppo si costituisce (oggi sono dieci elementi comprese le due coriste, più un attore: Elio Chiurchiù). Il successo non tarda ad arrivare. Esibizioni, cd e dvd tirano. In occasione dei fine anno, Adolfo, porgendo gli auguri ad Adriano che non lesina consigli, gli consegna anche i suoi lavori in video. Tanto che una volta capita questo. Celentano fa vedere a sua madre il dvd di un concerto di Adolfo. E sua madre gli chiede: «Adriano, dove cantavi?»

Una battuta? Forse. O forse no. «Celentano ne fa tante» si schernisce Adolfo.

Il cantante di Azzurro, Pregherò e decine di altre immortali canzoni è rimasto legato al sud Marche dopo la lavorazione del film Serafino, girato tra Spelonga e Arquata. Nei giorni scorsi è capitato che Sebastiani sia stato chiamato da un vigile del fuoco suo fan. Scavando tra le macerie di Arquata, ha trovato alcune foto di Celentano e di Pietro Germi scattate nei paesi del terremoto. Ora Adolfo le consegnerà ad Adriano.

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Gli chiedo come lo chiami sua moglie Vanna. Risponde, sorridendo: «Non mi chiama più». Torna il motivetto: «Chi non lavora…» e romba il trattore.

La Scheda:

Adolfo Sebastiani ha 59 anni, è nato e vive a Montottone. Diplomato all’ITI di Fermo, ha lavorato in banca. Da ragazzino è stato un bravo calciatore. A 13 anni era in Promozione con la Grottese. Ha fatto anche un provino con il Milan.

Si stupisce raccontando che all’estero lo trattano «come fosse un artista vero». Gli piacerebbe che suo figlio Ernesto Maria, già bravo batterista, suonasse con il suo gruppo.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, sabato 21 aprile 2018

#AdrianoCelentano #Russia #Montottone #PietroGermi #Arquata #Spelonga

 

 

 

 

Gente di Campo. Tarassaco, la cooperativa del verde

«Da solo vai veloce. Insieme vai lontano». È un modo di dire dell’Africa. Ma esportabile, perché indica una modalità, giusta, di affrontare la vita e il lavoro.

Calza perfettamente, ad esempio, al senso delle cooperative. Come la Tarassaco, nata a Fermo a dicembre del 2015. La compongono quindici persone, di cui sette soci lavoratori, il resto dipendenti. Si tratta di una start up che offre beni e servizi, specie nel campo dell’agricoltura sociale e del verde. Ed è per questo che ne parlo.

Nei giorni scorsi la cooperativa sociale ha messo a dimora 14 mila piantine di vetiver che, spiegano gli esperti, «è un’erba perenne della famiglia delle Poaceae. Originaria dell’India, cresce anche in Laos, Vietnam e Thailandia e nelle aree a clima subtropicale. È un pianta conosciuta anche nel mondo della cosmesi, dove viene utilizzata come essenza profumata». Possiede un’altra caratteristica: «La chiamano pianta-ingegnere e in alcune parti del mondo è considerata miracolosa. Grazie al suo fitto impianto radicale è in grado di prevenire l’erosione del suolo». E proprio l’erosione e dissesto sono i problemi della nostra terra, specie di quella alto-collinare. Così la gente della Tarassaco ha pensato bene di produrla per metterla a disposizione dei comuni e dei privati. Lo ha fatto a Moresco dove dispone di un terreno, così come di altri terreni dispone a Fermo, Montegranaro, Campofilone e Montefiore dell’Aso.

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Sono appezzamenti che la Diocesi fermana e l’Istituto di Sostentamento del Clero hanno messo a disposizione con un affitto agevolato della Cooperativa che nasce sostenuta dalla Chiesa locale per svolgere un servizio a favore delle persone con qualche difficoltà. La Cooperativa infatti pone particolare attenzione anche all’inclusione sociale e lavorativa delle persone in situazioni di vulnerabilità attivando tirocini, borse lavoro e lavori socialmente utili.

Diversi quelli portati a compimento in questi due anni e mezzo. A Montecosaro, per conto del comune, è stato realizzato il bosco urbano: una sorta di parco verde che serve come polmone d’ossigeno e come barriera acustica, venuto su tra una zona residenziale, la ferrovia e un’area imprenditoriale. A caratterizzarlo sono state le piante e le essenze locali: lecci, pioppi, siepe di ligustro, alloro, lavanda.

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Nel 2017 è iniziata anche l’attività riguardante la manutenzione, potatura e gestione degli uliveti. Nel sud Marche ce ne sono in stato di abbandono o di noncuranza da parte di proprietari che vivono altrove. Ecco allora, la Tarassaco impegnarsi in quelli soprattutto di Campofilone e Montefiore dell’Aso.

Per quanto poi riguarda la manutenzione del verde, la Cooperativa ha creato rapporti con giovani agricoltori e con vivai e aziende di giardinaggio, costruendo una vera e propria rete di collaborazioni.

La Tarassaco si descrive così: «Giovani operai guidati da esperti sono i protagonisti del progetto che vuole offrire professionalità e passione nel campo agricolo e della manutenzione del verde».

Senza dimenticare altri due ambiti: l’assistenza sui pulmini e il trasporto.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, venerdì 20 aprile 2018

#Cooperative #Olivi #Tarassaco #Campofilone #MontefioredellAso

 

 

Vita da sindaci. Gilberto Caraceni da Massa Fermana: il problema integrazione

Gilberto Caraceni, 64 anni, geometra, sindaco di Massa Fermana, eletto con la lista Massa Fermana-Bene comune

Il suo cruccio?

Quello dell’aggregazione. A Massa Fermana vivono da tempo numerosi immigrati. Ne conto circa 150. Rispetto alla popolazione, che è di circa 900 persone, la percentuale è alta. Ci sono persone brave. Lavorano, hanno acquistato casa. Però se ne stanno per conto proprio.

A me piacerebbe renderli partecipi. Ma è difficile. Credo che la loro religione porti a non far inserire le donne nel contesto paesano e comunitario. Queste signore non parlano l’italiano. E questo comporta un primo problema di rapporti. A me piacerebbe parlare anche con i figli piccoli degli immigrati. Mi piacerebbe far capire a tutto il nucleo familiare l’importanza che vale la pena inserirsi nel contesto paesano. Vorrei dire loro: io ci sono, come sindaco e come uomo, non voglio lasciare indietro nessuno. Specie i giovani. Non vorrei poi ritrovarmeli adolescenti sulla cattiva strada.

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Il sindaco Gilberto Caraceni

E che fa?

Mah, insieme ai colleghi sindaci di Montappone e Monte Vidon Corrado e all’Isc di Falerone abbiamo aperto un dopo-scuola presso il plesso delle elementari. Si tratta di un corso di lingua italiana per famiglie straniere, specie donne e bambini. Però non avevamo previsto una difficoltà: diverse mamme non hanno auto, non possono spostarsi, non riescono a partecipare al corso. Le altre vengono a piedi. Quelle che hanno partecipato sono rimaste soddisfatte tanto che alla fine del ciclo di lezioni hanno organizzato una specie di buffet con cibi cucinati in proprio.

Un altro problema di Massa Fermana?

Un problema comune è oggi il lavoro, l’occupazione. Anche se devo dire che il mia paese ne risente un po’ meno. Non abbiamo avvertito una grossa flessione. Certamente il calo degli ordinativi c’è stato. Prima della crisi, in alcuni cappellifici si lavorava anche il sabato, si facevano gli straordinari. Oggi molto meno.

Poi operano alcuni artigiani che fabbricano borse. La campagna ha avvertito invece un forte abbandono e spopolamento.

Tasto dolente: la viabilità

Tasto dolente sul serio. Continuo a segnalarlo dappertutto anche in merito alle ricostruzioni del dopo sisma. È un punto imprescindibile. Prendiamo un imprenditore del cappello: per fare una spedizione non può perdere mezza giornata per un trasporto interno, nel territorio, per trenta chilometri. Non mi riferisco tanto alla tortuosità delle nostre strade interne, quanto invece all’intasamento di traffico. Va realizzata una via più scorrevole.

Da venti anni si parla della lungo Ete. Non è successo nulla.

È vero. Si è parlato tanto di questa Lungo Ete che dovrebbe passare sotto Massa Fermana, raggiungere Francavilla d’Ete e sbucare sulla Mezzina. Permetterebbe al Distretto del Cappello di arrivare ai caselli autostradali di Civitanova Marche e Porto San’Elpidio con rapidità.

Io invito i colleghi ad una riflessione, a riprendere in mano questo progetto, con decisione. Anche la Regione non si dice contraria. Però in questo momento ci sono altre urgenze. Quelle che riguardano il terremoto e la gente rimasta senza casa.

Sotto l’aspetto dei danni da terremoto Massa Fermana può considerarsi più fortunata di altri centri. Le famiglie che ne hanno subiti non sono tante.

Massa Fermana ha una chicca: il convento francescano, che è però impraticabile.

Siamo stati ammessi ad un finanziamento di tremilioni e 250 mila euro per un nuovo intervento. Ho una ambizione, che vorrei condividere con altri paesi del Fermano, anche Fermo: quello di rendere l’area del convento una sorta di parco sul tipo dell’Abbadia di Fiastra. C’è il monumento, c’è la storia e c’è anche il paesaggio.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, giovedì 19 aprile 2018

#Immigrazione #MassaFermana #ConventoFrancescano

 

Voci dalla Prima Repubblica. Antonio Bernardini dalla politica alla UIF

Antonio Bernardini ha 79 anni e l’arguzia di sempre. Quella che, mista a capacità relazionali e sguardo al futuro, gli ha consentito di dirigere con successo l’Unione Industriali del Fermano. Un’associazione di imprenditori capace di far sentire la sua voce. Ma pochi sanno che Bernardini avrebbe potuto fare il giornalista a Paese Sera. Non accettò anche perché in quegli anni – siamo a metà dei ’60 – era consigliere comunale a Fermo e, soprattutto, schierato con la Democrazia cristiana. Ed è tutto dire.

Lo incontro in un caffè. Si è preparato all’intervista, che tale poi non sarà. Ha portato alcuni fogli e una traccia di appunti. Soprattutto ha riesumato un pezzo d’arte grafica: un manifesto elettorale della DC. Una sorta di volantone dove sono spiegati gli obiettivi che i democristiani vogliono raggiungere se riconfermati al governo di Fermo. In calce si legge: «Il 22 novembre 1964 rafforzate la DC per la futura amministrazione comunale». È un caldo e forte invito al voto. E sarà per il sig. Antonio l’entrata in consiglio comunale dove rimarrà sino al 1972. «Una bella esperienza» dice oggi, «anche perché divenni il delegato comunale per Torre di Palme».

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Il dr Antonio Bernardini

«A quel tempo – racconta – la delegazione comunale di Torre di Palme era sempre aperta. E i cittadini potevano ottenere subito alcuni certificati dell’anagrafe senza recarsi in municipio a Fermo. Un modo per stare vicino alla gente. Oggi la politica non sta più vicino alle persone e gli effetti si vedono». A suo dire, il voto ai 5 Stelle: voto di protesta, è conseguenza di questo distacco tra paese reale e paese legale. Se fosse per lui, riattiverebbe subito la Delegazione di Torre di Palme, così come quella di Capodarco, e ne farebbe una a Campiglione di Fermo.

I fine anni Cinquanta – inizi Sessanta sono stati cruciali per la città di Fermo. Gli chiedo dei treni perduti. Non esita: il primo è stato quello del Festival dei Due Mondi. Se Fermo avesse accettato nel 1958, il Festival di Spoleto non sarebbe nato. Avremmo avuto invece il Festival dei Due Mondi di Fermo. Non andò così per motivi economici. Le spese erano tante, e forse gli amministratori erano più avvezzi a pareggiare i conti che a trovare risorse extra. Un altro treno perso fu il «no» detto alla Società di gestione delle acque di Montecatini. L’azienda voleva realizzare uno stabilimento turistico sulla spiaggia di Marina Palmense e convogliare qui le acque delle Fonti di Palme. L’amministrazione comunale stavolta era favorevole, la proprietà (privata) si disse invece indisponibile. Sempre a proposito di scarsa lungimiranza, Bernardini cita un evento che poteva essere gestito altrimenti. Nel periodo in cui il mare minacciava la ferrovia (siamo sempre nel tratto sud del litorale fermano), invece di posizionare i massi a ridosso dei binari, li si poteva sistemare già in acqua per costruire la prima barriera frangiflutto. Poi, due altri crucci: il mancato arretramento dell’autostrada A 14, «che andava costruita più all’interno, in modo così da rispettare l’ambiente marino», e la mancata attuazione del progetto turistico nell’ex campo di volo di Marina Palmense.

Ma non furono solo occasioni perse. Negli anni ’60-‘70 furono messe le basi per lo sviluppo dei camping: «Il primo fu il Verde Mare», si diede il via al progetto Casabianca «in un’ottica moderna», si fecero strade di collegamento, si intervenne sulle strutture scolastiche, piano regolatore, e tanto altro ancora.

«C’erano personalità notevoli», ricorda a mente: Agnozzi, Bartolomei, Ferracuti, Rocchetti, Baffoni, Tomassetti, Volponi, Properzi, Bonifazi, Curi, Alessiani, Ermelli, Santarelli, Teodori, Janni, Cisbani.

Un’ultima cosa si sente di dire: la freschezza dei giovani va accompagnata dalla saggezza degli anziani. Quel che oggi manca totalmente.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, 18 aprile 2018

#PaeseSera #UnioneIndustrialidelFermano #Fermo #Movimento5Stelle

 

Cammino la Terra di Marca. La fonte, le fonti. Sorgenti di storie

Belmonte Piceno, strada per Monteleone di Fermo, parcheggio l’auto all’inizio di contrada Fonte Nuova. Voglio vedere il restauro della fontana degli anni Trenta che eredita le acque dell’antica fontegranne ubicata, un tempo, sul lato opposto e più verso il paese.

La prima, ma anche la seconda, fu refrigerio per passanti e pellegrini, lavatoio ad uso di vergare e abbeveratoio di animali in pascolo.

Di questi tempi, ripasso Il Piccolo Principe dello scrittore-pilota Antoine de Saint-Exupery. Gli Illuminati vorrebbero fosse un libro per bambini. Ha invece una saggezza profonda che tocca ogni generazione.

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La Fonte Nuova di Belmonte Piceno, erede di Fontegranne

«Se avessi cinquantatré minuti da spendere – si disse il piccolo principe – me ne andrei lentamente verso una fontana…».

Io ne ho qualcuno di più. E lo impiego in questa mattinata che annuncia primavera. Il recente restauro risulta ottimo. Il manufatto è in mezzo al verde: una sorta di rettangolo nella collinetta. Penso a quanta gente sia rimasta seduta ai bordi di questa e dell’altra costruzione, quante informazioni siano state scambiate, di quante storie d’amore notturne siano state complici le due fonti. «Press your lips to the fountain – scriveva Marty Rubin – and drink life in» ovvero: Premi le tua labbra alla fontana e bevi la vita dentro.

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Scendo verso una casa disabitata. Qui le vene d’acqua non mancano. La terra è benedetta.

Una biscia, esile e nerissima, mi attraversa la strada. La rincorro per la foto. Risale rapida il fianco della collina. Smuove l’erba e si camuffa in essa. Lascio perdere e tiro dritto. Il casale è abbandonato. Qualche attrezzo resta sotto un capanno. La campagna però è ben tenuta. Segno di attività quotidiane.

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Torno sui miei passi e mi sposto sino al bivio che indica una strada interrotta per Monsampietro Morico. È contrada Castellarso. Scomponendo il nome viene fuori: castello arso. C’è chi propende per il castello originario bruciato quando se ne fece uno nuovo più in alto: l’attuale Belmonte.

Il cammino è gradevole: né troppo caldo né troppo fresco. Si scende tra alberi ai lati, le querce resistono. Le nostre querce, il nostro simbolo.

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Sono innamorato dei romanzi storici, leggo spesso Valerio Massimo Manfredi. Ricordo una sua frase: « Una quercia non può generare un giunco e un’aquila non può dare alla luce un corvo». Il vocabolo latino robur indica allo stesso modo quercia e forza. Ho letto che «Bach amasse sostare a lungo all’ombra della quercia e pare che abbia composto il Magnificat e il Vangelo secondo Matteo proprio durante quelle soste. Anche Van Gogh nella propria biografia sottolinea il potere della quercia nell’esaltare le proprie intuizioni e le capacità pittoriche».

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Quando si cammina, da soli, in silenzio, ci si concentra sui propri passi. È come se si rientrasse in se stessi, più presenti nel proprio corpo, come se i quattro elementi si fondessero nel nostro umano.

Arriva acre l’odore di letame. Un agricoltore lo sta spargendo con una pala meccanica sul campo. Il ponte sull’Ete per Montesampietro Morico è sprofondato. Non si passa. Lo sapevo. Prendo per una salita che tira, tre chilometri circa. Sbuco quasi sotto San Simone, che mi piace ancora nominare: Santa Maria in Muris.

Stupenda!

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, domenica 15 aprile 2018

#BelmontePiceno #PiccoloPrincipe #VanGogh #Bach

 

 

 

 

 

Minori… per modo di dire. Le imprese di Claudia Bernardini

Immaginatela durante una maratona non competitiva in Nepal, sul Manaslu, che è l’ottava montagna più alta del mondo. Immaginatela nei nove giorni di corsa passando da 800 a 5 mila metri, con rifugi minimi, acqua gelata, impossibilità di docce, cibo così così («ho sognato tanto gli spaghetti»), selezione naturale dei concorrenti per vomito e diarrea, incontri con sherpa che arrivano o vanno verso la Cina. E immaginatela ancora, negli ultimi tre giorni con la caviglia slogata e nessun intervento di medici. Eppure: quarta donna che taglia il traguardo, seconda europea.

Ed ora cambiate scenario. Si va in Andalusia, 85 km. in un giorno, prima donna a tagliare il traguardo e quarta nella classifica complessiva. E poi spostiamoci di nuovo, stavolta sul Monte Rosa, ed ancora fuori dal Continente europeo: in Costarica, 9 giorni di corsa, 180 km su sabbia, con umidità al 90 per cento.

Lei è Claudia Bernardini, fermana, peso, ad occhio e croce, 50 chilogrammi, minuta e sveglia.

Fa l’atleta di mestiere? No. Vive in Inghilterra e lavora negli uffici di una Contea, che sarebbe grosso modo come la nostra istituzione regionale, occupandosi di Pianificazione ambientale. Il suo amore da sempre.

Claudia, sposata con William e madre di Dylan, otto anni, si è laureata in Scienze Forestali all’università di Firenze.

Affascinata dalla natura e dal mondo vegetale, ha preparato e scritto la tesi di laurea in Perù. A 7 mila metri d’altezza ha affrontato un tema particolare: la riforestazione di una porzione del territorio andino per arrivare alla commercializzazione del tannino. Claudio ha seguito da vicino il progetto di una ONG peruviana intenzionata a sviluppare la produzione del tannino (estratto di piante) in luogo della… coca.

«Esperienza interessante» commenta, e anche un po’ pericolosa. Come quando il pulmino su cui viaggiava s’è trovato in mezzo ad un conflitto a fuoco e lancio di candelotti fumogeni tra polizia e narcos.

Non è stata l’unica avventura professionale all’estero. Ancora universitaria, Claudio ha svolto la funzione di guardia parco volontaria in una riserva dove le tartarughe depongono le uova. E dove i bracconieri non si fanno alcun scrupolo. Si girava armati di fucile e di coltello.

Ogni giorno Claudia si sveglia alle quattro. Dopo il caffè, corre per circa un’ora e mezzo/due, poi si reca in palestra, quindi alle nove è in ufficio sino alle 18.

Torna spesso a Fermo, nella casa di famiglia a Torre di Palme.

Ha in mente di attraversare l’Italia di corsa, prendendo per sentieri. Ma qui sorge un problema: mentre in Inghilterra esiste il diritto di passaggio sulle proprietà private, in Italia non sarebbe consentito.

Donna tosta! Il tavolo intorno cui sediamo è claudicante. Non ci pensa un attimo: in mancanza di una fiecca prende cartine da zucchero e risolve… Come sempre ha fatto.

La Scheda

Claudia Bernardini ha 43 anni, è nata a Fermo dove ha frequentato il Liceo Scientifico. Si è laureata a Firenze. Il suo primo campo-natura lo ha vissuto a Viterbo, all’età di 16 anni. Con una borsa di studio per il dottorato, si è trasferita a Leichester in Inghilterra, dove è tornata successivamente per aiutare un’amica e dove poi ha messo su famiglia.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, sabato 14 aprile 2018

#Nepal #Costarica #Maratona #MonteRosa #TorrediPalme