“QUELLA NOTTE”, quella sera a Monterubbiano (di Romina Angelici)

Sabato 28 dicembre. Polo Francescano, l’ex chiesa dei seguaci del Poverello è gremita di presepi “napoletani”.

Assistere a questo evento musicale e teatrale è stata un’esperienza diversa dal comune, dal banale. Un’esperienza pervasiva, coinvolgente tutti i sensi.

Accompagnati dal “cerimoniere” Emanuele Luciani veniamo introdotti nel complesso progetto dell’Associazione Antichi Sentieri-Nuovi Cammini e ci disponiamo all’attenzione incuriositi e destati da un inerte ascolto.

Poi la voce di Silvia Leoni, dinanzi a quello che un tempo era l’altare, si libra nell’aria. E’ da far venire la pelle d’oca. Si adagia sulle note della chitarra di Iacopo Malaspina, si rincorrono, si confondono in un gioco melodioso.

L’atmosfera giusta è stata creata.

Inizia il racconto. La voce del minnesanger Adolfo Leoni, che ha scritto i testi, cattura immediatamente l’attenzione. Un uso  sapiente dei suoi registri sfrutta al massimo il potere evocativo della parola.  Tocca le corde dell’anima che esce dal torpore abituale, la scuote,

ImmagineIl “Quintetto” diretto dal maestro Leoni Lelio

Gli intermezzi strumentali di  Valentina Macchini (flauto), Marco Leoni (tromba), Diego Mariani (trombone), Marco Bonfigli (Eufonio), Valerio Del Bianco Basso (tuba), dalla lunetta sul fondo del tempio, alle spalle dei  partecipanti, intervengono a sottolineare questa o quella emozione, a spezzare la foga del racconto che procede in crescendo, progredisce, in ritmo serrato.

E’ la storia  di “Quella notte” (la Natività, la nascita di Gesù) resa come la storia di chiunque di noi, un articolo di attualità, di ogni uomo o donna alle prese con le sue paure, fragilità, meraviglie… Il viaggio di tre uomini venuti dall’Oriente, guidati da una stella chiamata speranza, la storia di un regno che simboleggia la ricchezza, il potere, ma impallidisce con tutto il suo apparato dinanzi al Vero Re fatto Uomo.
Dall’alto riecheggia il suono squillante delle Aquile romane degli strumenti a fiato guidati dal maestro Lelio Leoni (che ha scritto per l’occasione musiche originali) rimbomba  vuoto il clangore degli eserciti.

Poi gli accenti cambiano, si fanno più teneri per narrare  il ruolo che una ragazzina di 16 anni a Nazareth è chiamata a svolgere nel destino dell’umanità, la responsabilità di Joseph che con atto di incondizionato amore accoglie Mariah e il Figlio che porta in grembo.

Carezzevole e morbida torna la voce di Silvia a riscaldare e incantare, intrisa di sapori celtici dischiude  orizzonti sconfinati…

Poi là in una stalla, il miracolo si compie, si rinnova il miracolo della vita in un trionfo emozionale e musicale.

Davvero complimenti a tutti. E grazie.

 

LA TENZONE. Rubrica del confronto in versi…Testamentu biologicu… Al medico Giovanni Zamponi, da MarinoMiola

Testamentu biologicu

Da ogghi no me serve

guardamme su lu specchiu,

non pago più lu ticchete

è vero che so vecchiu;

so un pesu pe lu munnu

e scrio stu testamentu

che cià per argomentu

lu modu de crepà.

 

Nce serve lu notaru,

lu ffido a la poesia,

chi legge è testimognu

de la volontà mia;

lu prete staca zittu,

ma medici e parenti

se rriva lli momenti

la deve rispettà.

 

Se  me pijesse  un gorbu

che subbuto me stenne,

nse pone lu problema

non peno e non  se spenne;

adè pe quilli mali

che lo cervello vlocca

e  npozzo aprì la vocca

pe dì che c’è da fa.

 

In casu de paradise,

de morbu de arzemai,

de coma, de sclerosi

che nse  rguarisce mai

e rmani comme un stracciu

finché lu core vatte,

no stetece a commatte,

manneteme de là.

 

Quello che più me scoccia,

se rmanco nzufficente,

è sta su quistu munnu

pe  fa penà la jente;

non ce penzete tanto,

non deteve tormentu,

faceteme contentu,

lasceteme murì.

 

 

                                                    

                                     

             

 

 

                                                                      

 

MONTEDINOVE. Tra festa religiosa, tradizioni popolari e innovazioni tecnologiche

Il Manifesto recita: “La salata come ‘na vota”.E’ dialetto. Dialetto montedinovese. Sembrerebbe una delle tante, troppe sagre. Ma questa, l’abbiamo capito cammin facendo, ha qualcosa di diverso. Lo spiega il sindaco Antonio Del Duca, forse della stirpe di Cino, l’editore filantropo che proprio a Montedinove nacque.

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Risistemando l’archivio storico comunale, è emerso un documento che dichiarava la giornata del 29 dicembre giorno di Fiera, in concomitanza con la memoria di Tommaso Becket, l’arcivescovo di Canterbury, ucciso nel 1170 da quattro sicari del re d’Inghilterra. Eliot ne scrisse in “Assassinio nella Cattedrale”.

Cosa c’entri il santo con Montedinove lo spiegano le reliquie di Tommaso. Sono custodite nell’omonimo santuario. Le trafugò un monaco inglese sfuggendo alla persecuzione dei cattolici, le portò in Italia consegnandole ai Farfensi di Montedinove. Ne ha accennato il vicario dei Minori francescani padre Danilo.

La Fiera, ha detto il sindaco, è un momento di festa, di ricostruzione di un sentire comunitario, un modo per ritrovarsi. E un modo anche di valorizzare alcuni “tesori” locali. Quasi in ogni casa a dicembre, con il freddo, si fa la salata.

Del maiale nulla si butta, racconta Giovanni Poletti, carpentiere di professione, cuoco per passione, che insieme agli amici della Pro-Loco, dell’associazione sportiva e di altre realtà locali, dalle sette di ieri mattina ha fatto grigliate di costatelle, sangue, bistecchine.

Montedinove è un piccolo centro dinanzi ai Sibillini. Ieri lo sguardo spaziava sino alla Maiella. In piazza, tra il palazzo del Municipio e la chiesa di santa Maria de’ Cellis, sono stati montati cinque ampi gazebo. Si mangia insieme – in tantissimi – un pranzo succulento. Speciale la polenta girata a mano da nonna Maria. Ottima la grigliata. Superbo il vino rosso, il cotto e i cantuccini. Voto: nove!

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Dieci invece alla partecipazione popolare, mobilitazione di un intero paese intorno ad un fatto religioso e ad un appuntamento storico. Un Borgo autentico, come recita la targa all’ingresso del paese. Un Borgo che gioca molto sulla riscoperta e il rilancio della mela rosa, ma anche sulle innovative APP che veicolano turismo.

UN PREMIO AI MAI PREMIATI. CHE TIRANO L’ITALIA (di Adolfo Leoni)

Natale da poco. Auguri e doni. La mia scrivania è ampia. Ricolma di  libri. “Barbarico”, tra quelli più in vista. Ultima fatica di Giovanni Lindo Ferretti. Provocazione ad ogni riga. Lindo cantante (CCCP-CSI-PRG), cavaliere (il “maremmano”), scrittore. Montano Italico Cattolico Romano. Da polverizzare il politicamente corretto. Parole come pietre levigate dall’artigiano. Una su altre colpisce di più. “Sgretolamento”.

ImageGiovanni Lindo Ferretti

Penso alla frana recente di una costola del Girfalco di Fermo. Dove riuscì ai Piceni e ai Romani di irreggimentare acque, non è perizia dei contemporanei farlo. Così tutto vien giù: terra, alberi, e poco mancava anche case. Colline franate anche da Monterubbiano a Rubbianello, e sotto Ponte Maio a Santa Vittoria arroccata. Piante strappate al terreno. Anticipo d’inverno diverso? Ma gli inverni sono tutti diversi. Solo la presunzione umana è sempre più la stessa: poter gestire, controllare, prevedere… Il mito di Faust.

Lo sgretolamento di Lindo ha altro spessore. Parla di uomini. Lacerati, divisi, dilaniati. Popolo sfracellato, dissolto in insignificanti atomi alla mercé di merci e bilance di pagamenti. Non vali tu, miserrimo consumatore, ma il tuo portafogli. Regola aurea.

Rileggo due articoli di un Manifesto strano, che parla di cibo e di cuore, di ospitalità e comunità. Recita il settino: “Mi impegno per la salvaguardia dei nostri Borghi. Luoghi dove è ancora possibile condurre una Buona Vita”; e il nono: “Mi impegno perché torni il senso vero della Festa come componente del sentire comunitario”. Tentativi di resistenza all’età del ferro: il Kali Yuga induista.

Luigi tiene lindo il colle Sabulo di Fermo. Come fosse il suo giardino. Con i ragazzi del liceo classico ha sistemato il Parco della Rimembranza. Altri progetti nel cassetto. Chi potrebbe sostenerli, li guarda annoiato. Mario abita la campagna alta di Servigliano. Ramazza l’aia (sua) e sistema l’argine della strada (pubblica). Occorrerebbe un premio per Luigi e Mario. Non quelli luccicanti che passano di mano ai noti di sempre: io premio te, tu premi me, con conduttore insipido e “spalla” scosciata. Ci vorrebbe un premio a chi i premi mai li riceve, eppure tira l’Italia, non come italiano, ma come italico, appartenente ad un pezzetto d’essa. Dove i pezzetti fanno il tutto, nonostante gerarchie e centralismi.

Ci vorrebbe un premio per quei sindaci e impiegati comunali che non conoscono “mazzetta”. E non mollano, cercando di annaspare in una “trasparenza” che è solo forma, in una “snellezza” che ha decuplicato gli adempimenti. Ci vorrebbe un premio per quei piccoli imprenditori, che ogni giorno alle 6,30 rialzano la serranda per i propri dipendenti. E per quegli artigiani che considerano onore e soddisfazione l’aver solo prodotto un prodotto ben fatto.

Montegiorgio prima, Monterubbiano poi. Una notte umida e stellata. 50 persone insieme, in un breve cammino tra due luoghi stupendi (intrisi di storie e di volti). Racconti, musiche, giovani strumentisti, cantori. Antichi Sentieri e Nuovi Cammini. I Borghi si rianimerebbero. Se solo volessimo.

Te Deum, canteremo la notte del 31. Te Deum, siici compagno!

 

 

 

TESTAMENTO BIOLOGICO. Occorre riflettere.

La Curia diocesana di Fermo ha emesso un comunicato stampa dove precisa la posizione della Chiesa riguardo al cosiddetto Testamento Biologico. La Chiesa fermana auspica una riflessione e un confronto che superi gli schemi ideologici. Pubblichiamo per intero la presa di posizione.

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“Negli ultimi giorni l’istituzione di un Registro Comunale a Fermo che possa accogliere formalmente eventuali Dichiarazioni sulla pianificazione delle cure sanitarie definite, forse in modo precipitoso, come Testamento Biologico, sta animando la vita sociale, politica e culturale della nostra Città. Precisando che la nozione di Testamento Biologico era già stata considerata non adeguata dal Comitato Nazionale di Bioetica, oltre ad altre incoerenze e perplessità che lascio analizzare ai nostri bioeticisti, crediamo che sia doveroso, come Curia Diocesana offrire una chiara posizione della Chiesa con l’intento di esprimere un sereno e fecondo dialogo.

L’imperativo etico che anima la nostra coscienza cristiana è che ogni individuo umano debba essere trattato come persona e debba essere tutelato e rispettato dall’inizio alla fine della sua vita. La vita umana è sempre, in ogni caso, un bene inviolabile, indisponibile, e la sua dignità non viene meno quali che siano le contingenze o le infermità che possono colpire nel corso di un’esistenza. Nel rispetto di questo imperativo etico, la Chiesa, non è in linea di principio contraria alle Dichiarazione Anticipate di Trattamento. Infatti, alcune Conferenze Episcopali hanno già istituto, da molti anni, alcuni modelli che offrono un senso cristiano alla morte, alla sofferenza e alle cure terapeutiche, come, ad esempio, la Decleration of life and death negli Stati Uniti, o il Testamento Vital in Spagna o la Christliche Patientenverfügung in Germania. Questi documenti ufficiali dei vari Episcopati trovano ispirazione nella “Dichiarazione sull’Eutanasia” della Congregazione per la Dottrina della Fede, la quale, precisando la necessaria distinzione tra terapie sanitarie proporzionate e sproporzionate, afferma che nell’imminenza di una morte inevitabile è lecito rinunciare a quelle terapie che possono configurarsi come sproporzionate, che procurano, cioè, un prolungamento precario, oneroso e penoso della vita definito come “accanimento terapeutico”. Il medesimo documento, inoltre, afferma che non è lecito interrompere le cure normali e proporzionate dovute all’ammalato, come, ad esempio, i trattamenti dell’idratazione e dell’alimentazione. In tal senso, terapie come la dialisi, la trasfusione di sangue, gli interventi di chirurgia d’urgenza e la somministrazione di antibiotici, non possono essere oggetto di decisione nelle Dichiarazioni o nel Testamento Biologico. In altri termini, come afferma il Comitato Nazionale di Bioetica nel documento del 30.09.2003, un conto è considerare tali documenti come strumenti per migliorare il rapporto medico-paziente in quelle situazioni estreme e di confine in cui non sembra sussistere alcun legame tra la solitudine di chi non può esprimersi e la solitudine di chi deve decidere; un conto, invece, è usarli come strumenti per introdurre l’abbandono terapeutico o, ancora più grave, forme mascherate di eutanasia o di suicidio assistito. Il rischio del “pendio scivoloso” va evidenziato nella sua problematicità: introdurre, in modo inconsapevole, una visione utilitaristica della vita umana, secondo la quale la stessa è considerata degna di essere vissuta solo in determinati casi e solo se in possesso di determinati requisisti fisici o psicologici.

Situazioni che hanno avuto una risonanza nazionale, come Piergiorgio Welby e Eluana Englaro, hanno sicuramente aperto un crocevia di questioni che vengono affrontate in maniera più o meno accurata da specialisti in campo medico, bioetico, giuridico, filosofico e teologico. Tuttavia è raro trovare una riflessione sul senso della morte e anche sul senso della vita; è come se esistesse un deficit antropologico. Questa è la questione fondamentale che, a nostro avviso, deve essere affrontata prima di ogni appropriazione politica o interpretazione medico-giuridica. La morte rimane certamente un evento naturale, ma, per certi versi, sembra essere diventata innaturale per l’uomo d’oggi, il quale sa che i parametri della fisiologia, della biologia, della medicina non parlano un linguaggio adeguato quando descrivono il morire umano. Non c’è, infatti, nessuna scienza che possa parlare adeguatamente della morte dell’uomo, perché nessuna forma di sapere oggettivo è in grado di costruire una rappresentazione dell’esperienza umana. La morte resta e resterà sempre un’incognita che può far paura, ma che può anche essere vissuta nella prospettiva religiosa della speranza della vita ultraterrena, che può essere accolta nella riconciliazione con il proprio essere finiti, che può essere sostenuta dalla serenità e dalla cura delle persone che ci stanno accanto.

Proprio in virtù della laicità del nostro Paese, che permette la coesistenza di tutte le visioni culturali e religiose presenti nel nostro territorio, auspichiamo che si possa attivare, anche nella nostra città, un confronto sereno e capace di riscoprire il senso pieno della vita, a partire dalle questioni nodali veicolate dalla bioetica cioè, il rapporto tra espansione della tecnica e medicina, le questioni attinenti alla vita terminale e alla sofferenza, le complesse problematiche legate al depotenziamento del corpo”.

 

Curia diocesana

 

 

NATALE. Stille Nacht, un canto universale (di Romina Angelici)

Natale 1818; è da poco cessata la bufera napoleonica. Dopo il Congresso di Vienna, l’Europa sta faticosamente tornando alla normalità.A Obendorf, villaggio a 15 Km da Salisburgo, patria di Mozart, il Natale si prospetta grigio e senza canti. L’organo della chiesa parrocchiale è inservibile perché rosicchiato dai topi. Il parroco don Josef Mohr  compone alcuni versi e corre ad Arnsdorf, a tre chilometri di distanza per chiedere aiuto a Franz Xaver Gruber, il maestro di scuola che è anche organista e sagrestano.

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Occorre musicare l’inno composto dal solerte parroco. Gruber accetta e in men che non si dica modula, su una vecchia spinetta, la melodia di accompagnamento. Compone così “Stille Nacht, Heilige Nacht!”, le cui note si diffondono armoniose e commoventi.

In questo modo si narra che sia nato il canto di Natale universalmente noto e apprezzato in tutto il mondo e la cui traduzione letterale recita più o meno così: “Notte Santa, notte di pace! All’intorno è tutto buio eccetto lo splendore che irradia dalla Vergine e dal Bambino, Santo Infante tenero e delizioso che dorme in una pace celeste…”.

La corrispondente trasposizione in italiano è  l’altrettanto famosa Astro del Ciel:

Astro del Ciel, pargol divin,

Mite agnello, Redentor,

Tu che i Vati da lungi sognâr,

Tu che angeliche voci nunziâr,

Luce dona alle menti,

Pace infondi nei cuor.