NATIVITA’ DEL RUBENS (di Romina Angelici)

Avranno tolto i presepi dal centro storico ma una visita alla Natività di Rubens, conservata nella Pinacoteca comunale del Palazzo dei Priori, vale la pena di una passeggiata in piazza.

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Il fermano P. Flaminio Ricci commissionò a P.P. Rubens (1577-1640) l’opera con un contratto che reca la data del 9 marzo 1608: “Io Pietro Paolo Rubenio ho ricevuto dal R. p. Flaminio Ricci, rettore della congregazione dell’Oratorio di Roma, scudi venticinque di moneta. Sono a buon conto ad Arra di un quadro della Natività di N. S.re di altezza di palmi 13 et larghezza 8, per servizio, come egli dice della Chiesa dei Preti dell’oratorio di Fermo…” Così recitava l’inizio della scrittura. La sicura paternità del Rubens è documentata dai carteggi esistenti nell’archivio arcivescovile.

Una volta terminato, il quadro fu portato a Fermo e collocato nella chiesa di S. Filippo sita a fianco dell’attuale Palazzo di Giustizia, ex convento dei Filippini. Qui rimase, dopo essere sfuggito alle requisizioni napoleoniche dopo il trattato di Tolentino (1797), alla venerazione dei fedeli fino al 1860, anno in cui il governo di Vittorio Emanuele confiscò i beni ecclesiastici. Anche dalle successive  “asportazioni tedesche” si salvò per essere stato posto al sicuro nella rocca di Sassocorvaro.

Il bozzetto della grande tela si trova al museo dell’Ermitage a S. Pietroburgo, alcuni disegni preparatori al Museo Fodr di Amsterdam e nella collezione del conte Seilern di Londra. Il prof. Luigi Dania (studioso, critico e artista nato a Bassano del Grappa nel 1921 ma adottato da Fermo e Porto San Giorgio,  curatore di diverse pubblicazioni sulle opere d’arte del Fermano e non solo) ne descrive la maestosità e la delicatezza: “Di particolare finezza  sono le cadenze coloristiche e il giuoco luministico”. La Vergine è raffigurata nell’atto di risollevare il velo che ricopre il Bambino disteso su un giaciglio. San Giuseppe appare dietro la Vergine, a braccia conserte, con il viso rivolto verso l’alto. Tonalità di marrone cupo prevalenti, sono interrotte dalla luce che irraggia il Bambino “sgranando in pastosità bianco-dorate i rossi, i gialli, i verdi delle vesti e l’incarnato delle figure”.

Nella Natività si ritrova l’irruenza pittorica e quel giganteggiare delle figure, caratteristiche tipiche del Rubens e di influenza michelangiolesca. Tale capolavoro simboleggia quanto di più prezioso ci appartiene nella fattura e nel Soggetto.

Le informazioni sono state tratte dalle ricerche condotte e dal materiale raccolto dal prof. Gabriele Nepi.   

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