MI RITORNI IN MENTE. IN TELEVISIONE

Domani prima puntata di Mi Ritorni in Mente, “salotto” televisivo su FM-TV. Da palazzo Romani Adami di Fermo, condurrò una trasmissione con ospiti marchigiani. Gli invitati sono: Giacomo Romani Adami, proprietario dello storico palazzo, messo a disposizione della nostra emittente, il presidente della Camera di commercio Graziano Di Battista, il sindaco di Montecosaro Stefano Cardinali, i promotori dell’associazione Antichi Sentieri-Nuovi cammini Emanuele Luciani e, Michele Macchini, l’attore Manuel Latini, lo psicologo e operatore turistico Roberto Ferretti, il sindaco di Ortezzano Giusy Scendoni, il medico e scrittrice Rossella Pierdomenico, e il direttore del Conservatorio e valente sassofonista Massimo Mazzoni.

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IL PUNTO FERMO. Botte in parlamento e bombe potenziali (di Adolfo Leoni)

C’è solo da vergognarsi. Quello che abbiamo visto ieri, e ieri l’altro, in televisione fa rabbrividire.

Scene da inferociti da stadio in Parlamento e scontri tra gli scranni.

Questa è la nostra classe dirigente. Quello che ci meritiamo. Lo specchio della nostra società. I nostri rappresentanti.

Questa è l’immagine che passa e arriva alle generazioni giovani, addirittura ai bambini davanti alla televisione. Una sorta di depravazione.

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Viene spontaneo dire: come siamo caduti in basso! Specie se pensiamo un attimo a chi sedette su quelle poltrone:

Solo qualche nome: Luigi Einaudi, Benedetto Croce, Giovanni Gentile, Alcide De Gasperi, Carlo Bo, Palmiro Togliatti, Benito Mussolini.

Erano statisti. Anche quelli che procurarono male alla nazione.

Erano comunque giganti, all’attenzione del mondo.

Ora abbiamo altre paste d’uomo. Pasta avariata in  tanti casi. A Roma come al governo di piccoli comuni.

Una corsa al ribasso.

Non sono di quelli che condannano a priori il Movimento Cinque Stelle. Certe azioni e certe dichiarazioni sono da censurare politicamente. Ma se da un lato scoprono l’obiettivo di Grillo che mira a coagulare una minoranza agguerrita e far fuori altri tipi di opposizione, da un altro, esprimono la ribellione di tanti italiani che non ce la fanno più.

Mi ha colpito una frase di un deputato che ha occupato la sala di una commissione della Camera.

In pratica ha detto: mentre voi mettete il bavaglio a chi contesta una legge fatta dall’accordo tra PD e Forza Italia, gli italiani muoiono di fame.

Forse, “morire di fame” è esagerato, ma il senso del dramma c’è tutto, ci avviciniamo a quella soglia.

Quindi, se i 5 Stelle scatenano la rissa, gli altri sembrano aver tempo per i soliti bizantinismi e per le solite spartizioni di potere. Incapaci, invece, di prendere di petto la crisi e le sue conseguenze. Due estremismi.

Mi stupisco che non siano ancora scoppiate bombe. Finora restiamo nel solco della democrazia, magari a suon di spinte e di ceffoni. Ma l’aria che tira si fa ogni giorno più mefitica.

C’è da preoccuparsi, non tanto dei Grillini, ma della rabbia che cresce tra la gente.

IL PUNTO FERMO. Di pasta e di pastai. Di Clerici e di Crocifissioni (di Adolfo Leoni)

Leggo oggi sulla stampa che Campofilone vorrebbe come testimonial dei suoi maccheroncini Antonella Clerici, il celebre volto televisivo nazionale.

Il ragionamento che fa l’amministrazione comunale è sicuramente questo: la Clerici, famosa sul piccolo schermo, potrà tirare ancora di più la pasta locale già nota in tanta parte del mondo.

Ragionamento che non fa una grinza. Siamo in piena era dell’immagine.

ImmagineAntonella Clerici

Io, che sono un goloso, più che della Clerici, mi occuperei però della pasta in sè. Quello che mi convince è il suo punto di cottura, l’assorbimento del sugo, la porosità, l’asciugatura. Cioè, la bontà del prodotto più che l’immagine in celluloide. Moltiplicarne la degustazione significherebbe arrivare a pubblici sempre più consistenti.

Ho un amico pastaio in un paesetto di queste parti. Si chiama Luigi. Faceva il ragioniere-commercialista. Un giorno – ormai anni fa – ha deciso di cambiare. E, data la maestria della sua signora, grandissima cuoca, s’è messo a far la pasta.

Il suo prodotto ha avuto successo prima in Europa, poi negli Emirati, quindi negli Stati Uniti, dove lo troverete nei maggiori ristoranti delle città. La gentile consorte ne impastava 70-80 chili al giorno, che poi asciugava nel modo tradizionale, appendendola in alto. Oggi ha qualche aiuto, ma il procedimento è lo stesso.

Quando s’è trattato di reclamizzare il prodotto, Luigi neppure s’è posto il problema dei vip televisivi.

Ha scelto una cosa che vedeva da sempre, da piccolo. Ha scelto di raccontarsi anche grazie alla pala di Lorenzo Lotto, che si trova nel suo paese, a Monte San Giusto. Stiamo parlando della Crocifissione.

Una straordinaria bellezza locale per uno straordinario prodotto gastronomico.

A proposito di Antonella e di testimonial, perché non pensare invece ai tanti nostri universitari sparsi per l’Europa?

Le loro cene sono la miglior comunicazione delle bontà di casa nostra.

 

IL PUNTO FERMO. Borghi e strade sporche. Colpa di chi? (di Adolfo Leoni)

C’è un manifesto circolato nel Fermano negli ultimi mesi. Una specie di decalogo. Al punto 7 recita: “Mi impegno per la salvaguardia dei nostri Borghi. Luoghi dove è ancora possibile condurre una Buona Vita”.

Dei nostri Borghi belli ci riempiamo la bocca. Giustamente. Sarebbe però ora che li rendessimo tali sul serio.

Partiamo da Fermo. La piazza è rinserrata. Guai alle auto. La scelta di impedirne il parcheggio deriva dal fatto che piazza del popolo è un gioiello architettonico. Le autovetture la sfregerebbero.

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Qualche metro più in là però lo sfregio è consentito. La suggestiva e stupenda via dell’anfiteatro romano è intasata di auto. Se risali la strada, appena la semicurva, vedi slanciarsi la Torre del Duomo ma anche acquattarsi la vista tra file di macchine ferme. Uno stridore.

Ci spostiamo in alcuni centri dell’entroterra. A parte le storiche brutture dei palazzacci semi grattacieli di Montegranaro e Monte Urano, a sfigurare il panorama cittadino è l’asfalto.

Montegiorgio ne è campione. La zona del teatro ha visto crescere il fondo stradale di 30 centimetri almeno. Asfalto su asfalto, che ha creato uno scalino tra la sede stradale e le antiche – e belle – panchine di pietra.

Porto San Giorgio non brilla di pulizia. Vedere bottiglie, cartacce, cartoni e ferri vecchi per strada non è certo esaltante.

Campionessa dello sporco per via resta la Provincia. Gli argini delle sue strade fanno pena, sembrano la tangenziale romana. La provincia commissiona ogni anno il taglio dell’erba ma non il ritiro dello sporco che affiora abbondante. Per cui, quello che non si vedeva prima grazie alle erbacce, si vede dopo lo sfalcio. Più volte ne abbiamo chiesto ragione. Ma inutilmente.

Restiamo poi noi cittadini, che di sporco ne lasciamo tanto in giro. Come se la cosa non ci interessasse o non ci appartenesse. Come se Pino, Pincio, Girfalco, lungomare, piazze e piazzette non fossero anche nostre. Però qui spezzo una lancia per i privati cittadini. Stato, regioni, province, comuni ci hanno detto: pensate a bere il caffè e dare la caccia alle farfalle, pensiamo noi a tutto e per questo pagateci.

Noi paghiamo. E tanto. Ma loro?

 

 

L’AMMINISTRAZIONE DELLA GIUSTIZIA A FERMO (di Romina Angelici)

La città di Fermo sin dall’alto medioevo ebbe lo ius di mero e misto impero, cioè poteva giudicare sia le cause penali sia quelle civili e non solo della città, ma del vastissimo suo territorio che andava dall’Esino al Pescara, dagli Appennini al mare. Ovviamente a Fermo risiedeva il tribunale supremo di quella che era la Marca Fermana; tribunali minori erano disseminati nella vasta area che ricalcava l’antico Piceno. Più tardi nel secolo XIV ebbe sede a Fermo la Curia della Marca, curia che venne confermata da Papa Bonifacio IX (1389-1404) che nominò Signore di Fermo suo fratello.

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Le Marche erano parte dello Stato della Chiesa e chi amministrava la giustizia erano i tribunali pontifici. Ma con la venuta di Napoleone, Fermo acquistò maggiore importanza. Divenne capoluogo del Dipartimento del Tronto, circoscrizione amministrativa napoleonica, che abbracciava il territorio della odierna Provincia di Ascoli, più l’allora Provincia di Camerino, più la parte meridionale dell’attuale Provincia di Macerata. Fermo era sede del Tribunale e della prefettura e da essa dipendevano le vice-prefetture di Ascoli e quella di Camerino. Dopo la caduta di Napoleone, vennero create le Delegazioni Apostoliche di Fermo e quella di Ascoli; ognuna aveva il suo tribunale.

Ma nel 1824 con motu proprio di Leone XII, in data  5 ottobre, venne soppresso il tribunale di Ascoli poiché quella delegazione venne riunita a quella di Fermo. Il 21 dicembre 1827 venne ricostituito tale tribunale. Tuttavia nel triennio 1824/1827 per i reati più gravi il tribunale di Fermo esercitò la sua giurisdizione anche in territorio ascolano.

SI ebbe poi nel 1860, l’occupazione delle Marche da parte dell’esercito piemontese e, nel dicembre 1860, venne ingiustamente soppressa la provincia di Fermo e riunita a quella di Ascoli. Tuttavia il Tribunale (la cui giurisdizione in tutto e per tutto ricalca il territorio della soppressa Provincia) rimase.

Nel 1900 vennero diligentemente riordinati  tutti i carteggi del Tribunale fermano che, dopo l’unità d’Italia, venne sistemato dove si trova attualmente, in corso Cavour, nei locali della già Casa dei Padri Filippini, casa confiscata per le leggi eversive dal Governo piemontese.

Nel 1923 con Regio Decreto del 24 marzo n. 601, il Tribunale di Fermo viene soppresso ed il suo territorio compreso nella circoscrizione del tribunale di Macerata, e successivamente trasferito a quella del tribunale di Ascoli. Le disposizioni governative però avevano creato una situazione insostenibile, per cui dovettero riparare all’errore. Un Regio Decreto Legge del 28 settembre 1933 n. 1282 venne ripristinato il Tribunale di Fermo.

Molte personalità di Fermo e del fermano si attivarono per tale ricostituzione. Mons. Vincenzo Curi, arcivescovo di Bari, nativo di Servigliano, aveva interessato personalmente l’allora capo del governo Benito Mussolini; rassicurò l’avvocato Giacomo Properzi, allora presidente dell’ordine degli avvocati e procuratori di Fermo, con un telegramma “molto lungo e vibrante di esultanza”, che “la cosa era già sicura”. Purtroppo morì sei mesi prima del Decreto di ripristino.

 

 

 

 

 

IL PUNTO FERMO. Giornata della memoria. Mai più la shoah, la tempesta devastante (di Adolfo Leoni)

Le manifestazioni sono numerose. Al teatro dell’Aquila di Fermo, in Prefettura, nei teatri di Porto San Giorgio e Servigliano, nelle scuole. Dimenticare non si può, non si deve. La tragedia del popolo ebraico e poi degli zingari, dei diversi, dei cristiani fu immane e terrificante.

ImmagineAdolf Eichmann

Le librerie sono ingolfate di libri. Gli editori non perdono occasione in vista di celebrazioni importanti come questa.

Forse ne manca un, di libro. Uno che andava forte negli anni sessanta e settanta, pubblicato da Feltrinelli in più edizioni. Che poì sparì dagli scaffali.

Un libro coraggioso, rischioso, esplosivo. Che metteva il dito nella piaga.

Stiamo parlando della “Banalità del male”. Lo scrisse Hannah Arendt, filosofa tedesca, emigrata negli Stati Uniti per sfuggire alla persecuzione nazista, inviata del giornale “New Yorker”. Questa sera a Fermo ne sarà proposto il film firmato Margarethe von Trotta.

ImmagineUna giovane Hanna Arendt

La Arendt seguì a Gerusalemme, passo passo, il processo al boia Adolf  Eichmann, una delle pedine più efficienti della soluzione finale hitleriana. Gli israeliani lo rapirono a Buenos Aires, lo processarono, lo condannarono a morte.

“Il libro – scrisse Pasquale Serra, recensendolo – non è solo il resoconto di un avvenimento che ha segnato la storia: si tratta anche di un lungo viaggio dentro la malvagità umana”.

La Arendt pose il problema dei problemi: si domandò e domandò ai suoi lettori: dove si forma il male? come si forma?

La giornalista-filosofa indagò il “vuoto sociale” che è il prodotto della modernità, una delle sue ferite. Vuoto sociale.

Chi era Eichmann il boia? Era un uomo grigio, a volte buffone, millantatore, fallito agli occhi della sua famiglia e ai propri. Un uomo che cerca una rivincita, una possibilità di affermazione, un “ricominciare da zero a far carriera”.

Eichmann non era un mostro, non era satana, non era il principe del male. Era un uomo come tanti. “Al banco degli imputati – scrive la giornalista .- c’era una persona normale”.

“Il guaio del caso Eichmann era che di uomini come lui ce n’erano tanti e che questi tanti non erano né perversi, né sadici, bensì erano, e sono tuttora, terribilmente normali”.

“La Arendt scoprì – scrisse qualcuno all’indomani della pubblicazione del volume nel 1963 – la “terrificante normalità umana” del secolo delle Ideologie organizzate. Il Male le appare banale e proprio per questo ancora più terribile: perché i suoi, più o meno consapevoli, servitori, altro non sono che dei piccoli, grigi, burocrati, simili in tutto e per tutto (come aveva intuito Franz Kafka) al nostro vicino di casa”.

C’era in lui: Eichmann, c’era in loro: i nazisti, una voglia di distruzione per ricominciare daccapo, una voglia di arrivare, di crescere nella considerazione, di farsi notare, di avere potere. E per quegli obiettivi potevano compiere ogni gesto…

Il male assoluto può essere banale. Accadde con il nazismo. In forme superlative. Ma può accadere di nuovo. Quando gli dei sono quelli che adorava e accarezzava Eichmann.

Non basta allora guardare l’orrore dei campi di sterminio, non basta il solo denunciarlo e ammonire le giovani generazioni. Occorre andare più al fondo. Toccare quel vuoto sociale che oggi – proprio oggi – si ripresenta fortissimo, e tentare di riempirlo invece con una positività di vita.

“E’ inutile e pericoloso – scrive il recensore della Feltrinelli – aspettarsi dei ‘demoni’ (dotati di un’aureola di grandezza): i macellai di questo secolo sono tra noi, in tutto simili a noi”. 

TURISMO RELIGIOSO. Ghiotta occasione (di Adolfo Leoni)

Sfoglio un volumone che raccoglie sei anni di vita (1981-1986) di una rivista dal titolo “Il Loggiato”. Diretta dal sottoscritto, veniva editata a Monte San Giusto, con uno sguardo al Fermano ed uno al Maceratese.

Obiettivo: raccontare una terra dalle tante caratteristiche comuni.

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Nel 1983, cinque puntate furono riservate alle Abbazie a destra e sinistra del fiume Chienti. La firma era prestigiosa: monsignor Germano Liberati, storico dell’arte, scrittore sopraffino (curò diverse pubblicazioni per l’Università di Urbino), amante di musica, direttore di cori, studioso di Dante e Manzoni, docente presso il Liceo Paolo VI di Fermo.

Scrisse delle Abbazie di Santa Croce al Chienti (in territorio di Sant’Elpidio a Mare), di Santa Maria a Piè di Chienti (Montecosaro), della Grancia (granaio) di San Rocciano e di San Claudio di Corridonia, infine della badia di Fiastra. Storia, architettura, personaggi, economia, fede.

Non so come, ma ne vennero a sapere alcune scuole di Brescia. Attivarono contatti. Chiesero un tour. Arrivarono in cento. Rimasero affascinati dalla bellezza dei luoghi e dal patrimonio di quelle “pietre”. Mi domandai come valorizzare turisticamente quelle mete. A quel tempo in tutt’altro s’era affaccendati. Ora qualcosa sembra cambiare. Finalmente!

Alla prossima Borsa Italiana del Turismo la Regione Marche porterà un altro “Club di prodotto”. Accanto al mare, ai monti, alla gastronomia e alle altre cose buone della Terra di Marca, farà bella mostra di sé anche un tema insolito: la spiritualità.

Una scelta che non è stata dettata da spinte delle chiese locali, dei vescovi, della Conferenza Episcopale Marchigiana, ma da uno studio approfondito sul turismo dove ci si è chiesti cosa vogliano i turisti, specie quelli esteri? Cosa li potrebbe richiamare maggiormente nelle Marche?

La risposta è stata: le sue pievi, le sue abbazie, la sua fede, i suoi santuari. Le Marche ne sono ricche. Non sempre li ha saputi valorizzare. Non sempre ha sostenuto proposte dal basso. Ora sono una grande risorsa per la nostra gente.

Il governatore Spacca ha avuto conferma, dicono, di una propria intuizione. Per l’assessorato al turismo è una super benzina. Avanti tutta, sulle vie della fede allora!

Lo ha spiegato ben bene il dirigente del Settore Turismo della regione Marche Pietro Talarico intervenuto giovedì 23 gennaio ad Ancona, località Colle Ameno, ad un convegno nazionale dell’Ufficio CEI Turismo Sport e Tempo Libero diretto dal fermano mons. Mario Lusek, sul tema “Lungo le strade della Fede. Antiche e nuove Vie di Pellegrinaggio”. Il convegno anconetano è il primo del progetto “Ci rimettiamo in gioco, 10 temi, 10 città, 10 progetti”.

La Regione si è mossa e ha incrociato la Chiesa che si sta muovendo sullo stesso binario. Obiettivo del raduno anconetano è stato quello di “far incontrare tutti i soggetti che a livello ecclesiale hanno promosso il recupero delle antiche vie di pellegrinaggio o ne hanno individuate di nuove che sono diventate risorse per la pastorale”.

Pievi, dunque, Abbazie, Santuari e pellegrinaggi.

Il fermano ne abbonda. Un’occasione da non perdere.

Ripongo il volumone e sorrido: forse stavolta il tempo è giusto. E’ il tempo degli Antichi Sentieri-Nuovi Cammini.