CAMMINO LA TERRA DI MARCA. Alla scoperta dei ghetti ebraici (di Adolfo Leoni)

Amo gli Ebrei. I loro riti mi affascinano. Li ho conosciuti grazie a Chaim Potok. Scrittore di fama internazionale, rabbino statunitense, già cappellano militare durante la guerra di Corea. Lo incontrai al Meeting di Rimini sul finire degli anni 80. Lo intervistai. Mi piacque. Barba bianca da profeta mosaico, un parlare calmo, un dire ispirato.

Ho letto quasi tutti i suoi libri tradotti in italiano. Tra cui Danny l’eletto, La Scelta di Reuven, L’Arpa di Davita, Il mio nome è Asher Lev, Il Dono di Asher Lev. Così ho appreso del Bar mizwah (la “maggiore età religiosa” che si raggiunge a 13 anni), la Chanukkah (la Festa delle luci), il Kiddush (la formula liturgica proclamata durante il culto pubblico del Sabato e delle feste).

Con quei libri in mano, rileggendo alcuni passi già sottolineati, ho camminato spesso la terra dei ghetti. A ricordo di un rito, un’immagine, una comunità che non c’è più.

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La presenza ebraica nel sud delle Marche è stata piuttosto consistente, specie nel Medio Evo.

Monterubbiano ha il suo ghetto. Si trova proprio sotto la piazza del Comune merlato. Il luogo è conosciuto come “le Spiagge”, perché il sole benedice a lungo quei luoghi nel corso del giorno. C’erano tante botteghe, di artigiani, conciatori, banchieri. Una strada molto vivace e frequentata, supponiamo. Oggi si intravede qualche mozzicone dell’antica sinagoga. La rivela il muro di un arco dalle grandi dimensioni che fa pensare subito all’accesso ad un luogo sacro. Un Cammino da fare in silenzio, meditando. Rispettando.

Il ghetto di Fermo si trovava invece nella zona sottostante il palazzo Vitali Rosati e la sede centrale della Carifermo, alla fine di corso Cefalonia ed inizio di corso Cavour. Di fronte all’imbocco del vicolo, fu costruito a metà del XV secolo un Monte di Pietà, una risposta dei frati di Francesco al prestito con interesse dei banchieri ebrei. In questa zona nacque probabilmente Elia di Sabbato, più tardi detto magister, divenuto medico personale, archiatra, di papa Martino V. Scherzi della storia. Premio delle qualità. La presenza ebraica in città è attestata anche da alcuni contratti rinvenuti negli archivi comunali. Quattro le pergamene che ne parlano. Gli ebrei venivano probabilmente dall’altra parte dell’Adriatico. Non un mare, ma un golfo.

A Montegiorgio, il ghetto ebraico lo percorriamo lasciando via Cestoni per scendere costeggiando il monastero delle Clarisse, oppure risalendo da via Solferino, con alle spalle l’antichissima e ancora presente porta di san Nicolò, che è anche il nome della contrada. Ebrei conciatori anche in questo caso, ed artigiani della lana, del lino e della seta. Le pelli venivano conciate nella Pian dell’Oca. Lì vicino sorgeva il vascone, che favoriva il lavoro, e dove s’immergeva, nelle notti di plenilunio, il lupo mannaro delle leggende locali. Chissà se ai molti stranieri che alloggiano nel prossimo B&B qualcuno racconterà mai queste storie?

E chissà se gli ebrei montegiorgesi fossero a conoscenza che, a pochi chilometri dalle loro abitazioni, Urbs Salvia, l’attuale Urbisaglia, aveva dato i natali a Lucio Flavio Sinna, comandante la Decima legio romana, il generale che espugnò una spettrale Masada.

 

 

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