IL PUNTO FERMO. Il Papa, il battesimo e la difficoltà di cogliere la vita della gente (di Adolfo Leoni)

La Cappella Sistina è vertiginosa.

Ieri il Papa vi ha celebrato i primi suoi battesimi da Pontefice. Siamo nella consuetudine. Ma qualcosa ha fatto sì che le televisioni e, oggi, i quotidiani ne abbiano parlato in prima pagina. Per un fatto considerato eclatante.

Sotto la volta di Michelangelo, Bergoglio ha battezzato Giulia, un bimbetta figlia di una coppia sposata solo in Municipio.

“Rivoluzione nella chiesa” hanno titolato molti media. In effetti, la notizia colpisce. Fa effetto. Evoca una novità, anzi: una rottura con il tradizionale.

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Una rivoluzione, appunto.

Poi, parlando magari con qualche parroco della nostra terra, veniamo a sapere che il battesimo non si nega a nessuno, sia figlio di delinquenti, di coppie irregolari, di ragazze madri, di trovatelli. Proprio a nessuno.

Quindi, il papa argentino ha solo compiuto quel che si compie da sempre. Niente di meno niente di più.

Stavolta il gesto però ha avuto grande spazio sulle cronache e un buon posizionamento nella scaletta dei telegiornali.

I motivi sono diversi.

Tanti giornalisti e intellettuali hanno una griglia volutamente o passivamente interpretativa del nuovo Papa come di un fenomeno che rompe con il passato. E’ una lettura “politica” che si appoggia alla, tra l’altro ormai tramontata, contrapposizione tra cattolicesimo progressista e cattolicesimo conservatore. Una lente d’ingrandimento che andava bene venti anni fa. Molto meno oggi. Eppure, si cerca di chiudere Bergoglio in questo recinto non più rispondente al vero.

L’attenzione riservata al gesto di ieri rivela anche un modo di fare informazione. Tanta parte dei media seguono l’adagio secondo il quale un gesto non vale in sé, ma vale se a compierlo è un personaggio di primo piano. E’ la logica della rincorsa ai VIP e delle loro verità supportata dal circolo mediatico che c’è intorno.

Non importa allora conoscere la sostanza della cosa o del gesto, occorre aprire invece la passerella dei noti e infiocchettarli con il prodotto giusto. Questa logica evita di approfondire, di studiare, di capire (quanti di noi hanno letto l’esortazione apostolica scritta settimane fa da Bergoglio?).

Così facendo però si racconta una interpretazione e non la realtà dei fatti.

Inoltre, si coglie la superficie e non l’essenza, si descrive la forma e non la sostanza.

L’informazione vive un grosso travaglio. E’ spinta a raccontare ancora la storia dei famosi e non percepisce più la storia quotidiana della gente comune o, se lo fa, ne sottolinea solo la parte ribellistica.

Come se ci fossero due mondi: uno di celluloide, l’altro di consistenza carnale. Il primo affiora, il secondo è come se non ci fosse eppure opera sotto traccia. Così facendo la divaricazione diverrà sempre più ampia.

Lancio un avviso a noi stessi, che operiamo nei media. O siamo capaci di cogliere la vita per come si svolge effettivamente, oppure indugiamo in un racconto che è solo involucro ma non contenuto. Fino a quando ci accorgeremo, girando le spalle, che tutto è cambiato, e non ce ne eravamo accorti.

 

 

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