STATO, PERSONA, CRISI… Parole e domande in cerca di politica d’autore…(di Andrea Attilio Subrini)

E’ difficile provare a riflettere in tempi di crisi, poiché i vari problemi del momento, dai profili più disparati, politico, economico, morale, esistenziale, incombono sul presente di ognuno di noi, rendendo ogni nostro tentativo di discernimento poco più di una solitaria perdita di tempo.

Tuttavia, essere autenticamente uomini presenti a se stessi, a prescindere dalle crisi, dagli errori di valutazione o dai dubbi, comporta comprensione e consapevolezza, individuale e collettiva, sempre maggiori e, conseguentemente, libere e responsabili decisioni, e non solo in termini di voto ma di esistenza.

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Nel mondo del diritto, ad esempio, si parla spesso di esigenza di riforme istituzionali radicali, che abbiano ad oggetto tutto il sistema Stato, compresa la modifica della costituzione.

Anche nel linguaggio giornalistico, ogni tanto, si sente parlare di prima, seconda, terza repubblica, come a volere sottolineare non tanto un reale e consistente cambiamento avvenuto in questi anni nella forma di stato o di governo quanto una volontà ipotetica in tal senso.

Tuttavia, ciò che si cerca, oggi, disperatamente, a prescindere dalla grave questione pubblica e morale della corruzione, è il consenso generale idoneo a rifondare l’esercizio del potere pubblico, e quindi, concrete apprezzabili decisioni politiche di cambiamento.

Da circa tre secoli, infatti, la politica si è concepita essenzialmente come rapporto fra autorità e libertà, volontà generale e volontà particolare, stato e individuo, potere e diritto.

Tal genere di relazione ha dato vita, come noto, a varie forme di politica attuata, come gli stati “etici” dell’800, gli stati totalitari del secolo scorso, fino alle moderne democrazie costituzionali post belliche.

In ognuna di queste forme, per quanto siano diverse e sotto certi aspetti di natura opposta l’una l’altra, è presente l’idea di fondo che l’esercizio del potere pubblico sull’individuo sia giustificato in se stesso, cioè in ragione di principi “pubblici”, perlopiù di origine etica, sociale e culturale, che trascendono le opinioni individuali perché muniti della pretesa di essere universali ed oggettivi.

Dagli stati di polizia, alle ideologie, fino alla dichiarazione dei diritti inviolabili dell’uomo, infatti, si può notare come il pensiero politico-giuridico abbia, più o meno consapevolmente, cercato di trovare il proprio contenuto specifico in un ordine oggettivo e profondo da cogliere, instaurare o tutelare, presente nell’essere umano, sottratto ai mutamenti superficiali ed alle varie crisi del momento, sempre presenti in ogni epoca storica. 

In altri termini, il grado di legittimità dell’esercizio di un potere pubblico risiedeva nella propria intrinseca capacità di selezionare e rappresentare istanze generali di tipo etico e culturale, in base alle quali un insieme di individui possa riconoscersi come comunità o popolo.

Oggi, l’unica novità rilevante, a mio avviso, sta in un cambio di prospettiva effettuato sia dalla politica sia da istituzioni giusdicenti, come la Suprema Corte di Cassazione e la Corte Costituzionale.

In proposito, recenti orientamenti giurisprudenziali hanno dichiarato che la nostra “Costituzione è animata dal principio personalistico, che vede nella persona umana un valore etico in sé, che vieta ogni strumentalizzazione della medesima per alcun fine eteronomo ed assorbente, concepisce l’intervento solidaristico e sociale in funzione della persona e del suo sviluppo e non viceversa, e guarda al limite del rispetto della persona umana in riferimento al singolo individuo, in qualsiasi momento della sua vita e nell’integralità della sua persona, in considerazione del fascio di convinzioni etiche, religiose, culturali e filosofiche che orientano le sue determinazioni volitive… la persona umana è riferimento di un generale obbligo di astensione da qualunque interferenza…”.

La politica e le Istituzioni, quindi, sono essenzialmente chiamate a tutelare la persona, intesa, come singolo individuo, cercando però di non interferire nella sua formazione, e di fare in modo che nessun altro soggetto interferisca con la medesima.

Cioè, dietro tal genere di orientamento, si cela una nuova visione dello Stato, della persona, e quindi, di come affrontare questa crisi.

Lo Stato migliore del mondo, in termini ideali, sarebbe quello che ci libera da tutto e tutti, cioè garantisce, in modo neutrale, efficiente ed efficace, la realizzazione di ogni desiderio ed aspirazione dei singoli individui, che possono essere indifferentemente di origine etica, culturale, filosofica, religiosa, e che, ovviamente, possono cambiare nell’arco di ogni singola vita, a seconda delle situazioni.

Lo Stato trova la sua legittimità e la sua principale ragion d’essere nell’evitare di interferire nelle vite dei singoli e fare in modo che i singoli non interferiscano fra di loro.

Dallo Stato etico Persona, divenuto totalitario e totalizzante, siamo giunti ora, passando per l’esperienza dello Stato sociale, agli Individui-stato.

E’ in tal senso che, a mio avviso, si colloca parte della crisi attuale della politica e l’estrema difficoltà di giungere a riforme istituzionali condivise degne di nota.

La politica ha sempre avuto bisogno del consenso degli individui per esistere, ma, forse, soltanto ora, corruzione a parte, per ottenerlo, è disposta a non interferire in nessun genere di scelta o di orientamento individuale, garantendo il mantenimento dell’esistente ed affidando, di fatto, il proprio ruolo guida e la propria responsabilità storica alle mutevoli determinazioni volitive dei singoli, cioè, in fondo, a tutti e nessuno, cioè all’interesse dei singoli più forti di turno.

Se così fosse, mi chiedo, si può parlare ancora di politica, stato, comunità e persona in relazione al bene comune?

La persona umana, centro ed anima della nostra Costituzione, pare oramai destinata ad essere concepita come regno del soggettivo, in cui, come tale, non è lecito interferire, ma solo accettare, qualsiasi sia il suo contenuto esistente.

Ma non interferire, in termini assoluti, può anche significare lasciare isolati i pensieri e le intime convinzioni delle persone intorno al “bene comune”, evitare il loro confronto, in vista di una sintesi, che sia il più corrispondente possibile all’oggettività del nostro comune stare insieme ed essere persone umane. 

Tentare di rifondare una comunità o una polis su tali basi, a mio avviso, pone ogni genere di istituzione in balia di noi stessi, delle nostre fragilità, e dei noi nostri repentini cambi d’umore da social network, prima ancora della crisi. 

 

 

 

 

 

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One thought on “STATO, PERSONA, CRISI… Parole e domande in cerca di politica d’autore…(di Andrea Attilio Subrini)

  1. Stupenda l’analisi di Subrini. Già se ne erano accorti gli antichi greci che tà idìa (le cose proprie) si accordano solo fino a un certo punto con tà koinà (le cose di tutti). E’ bello che ognuno possa vedere realizzati i propri desideri, ma, oltre un certo limite, l’ambiente di tutti diventa invivibile. Oggi siamo a questo punto: che il tasso di invivibilità (in politica, in economia, in socialità, in cultura, in ambiente ecc.) lo abbiamo superato da tempo. La novità tragica è che coloro che dovrebbero essere i saggi – politici, uomini di cultura, analisti, giurisdicenti ecc. – ce la stanno mettendo tutta per accelerare questo fenomeno di disfacimento civile. Giovanni Zamponi

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