Montano Italico Cattolico Romano. Giovanni Lindo Ferretti (di Adolfo Leoni

Lui: scarponi da montagna, bastone, pantalone di fustagno e mantella appoggiata alla spalla destra. In piedi, dinanzi al riquadro di una porta che non c’è, in una antica casa.

Giovanni Lindo Ferretti è tutto lì ovvero “Montano Italico Cattolico Romano”. Ma non da sempre.

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Cantante famosissimo dei CCCP, ultra sinistra musicale degli anni 70 e 80, concerti a Mosca, viaggi in Sudafrica, Portogallo, Jugoslavia, Turchia. E Mongolia, dove qualcosa accade, sotto una tenda di nomadi e abilissimi cavalieri. E un tarlo: chi sono io? che senso ha il mondo? E, come per Albert Camus: “Essere un uomo, questo m’interessa”.

I suoi testi: poesie e ricerca di significati. Da sempre. Un percorso intrapreso già negli anni della lontananza da casa, dalla famiglia, dalla fede.

Poi, il ritorno. In tutti i sensi. Basta viaggi. A Cerreto Alpi, in provincia di Reggio Emilia, borgo sempre più spopolato e in abbandono, la casa viene riaperta, ristrutturata. Sua madre è malata. Lui l’assiste (niente ospizi!) e torna a parlarle sempre di più, ad amarla sempre di più, a riscoprire generazioni su generazioni.

Si scompone il mio giorno in ore senza contorno

i miei gesti in cadenza, le parole a sequenza.

Lesto nel pudore, audace in tenerezza

T’avvolgo in premure come soffusa brezza.

Un figlio adulto, paterno,

una madre in bilico tra ieri e l’eterno.

Oggi è ieri, domani è eterno.

E’ il quarto comandamento

Il nostro inverno contento…”

Gli anelli tornano così a saldarsi: genitori zii nonni avi. Ascendenza e discendenza di allevatori, pastori, contadini. La sua storia. Di Italico. Perché furono gli italici a fare l’Italia, pezzi che si composero insieme. Altro che invasioni sabaude. Fu invece Dante, furono Petrarca, i pellegrini, la Chiesa cattolica!

E i cavalli, la sua passione: se muore il “maremmano” finisce la storia.

E i suoi cammini, in alta collina, in montagna, riscoprendo gli antichi tratturi, i passaggi da un mare all’altro, la Maremma, la sapienza delle genti montane. Una cultura fatta sparire dall’economia di mercato, quella degli scarti umani. Con l’unificazione nazionale furono soppresse le diverse razze equine…

Canta e scrive queste cose Lindo. Tre grandi libri negli ultimi anni. Reduce, Bella gente d’Appennino, e il recentissimo Barbarico (Mondatori editore). “Un mondo scomparso ricompare in frammenti illuminati – verga in quest’ultimo – lampi visionari sul pulsare del sangue”.

Affinando lo sguardo, – più avanti – circoscrivendo lo spazio del vivere quotidiano, ho perso sintonia con gli accadimenti che determinano la cronaca e il divenire del mondo”. Ma non ne sente mancanza. La neve, le albe, i tramonti, il raccolto, le cavalcate, potenziano il suo essere, lo aiutano a scoprirsi più vero, più uomo. “… sono vivo, cosciente di quale dono sia vivere, so delle necessità di renderne merito e dei doveri che mi competono. Conosco molto delle mie colpe. So che sarò  giudicato di fronte a Dio e posso solo sperare nella Sua misericordia”.

Ora, lege et labora. Un po’ benedettino e molto tradizionale (non tradizionalista). Le stagioni, la naturalità delle cose. “Non mi aiuta l’educazione civica, m’innervosisce il corretto contemporaneo comportamento e nutro forti dubbi sulle sorti del progresso tecnologico”.

Non crede che “telefonando, fotografando, in rete collegati ed informati cresca di un’oncia la meraviglia del vivere”. Connessi e infelici!

Invece no: terra, cielo, acqua, fuoco, vivere densamente l’istante, cogliere dalla realtà i segni. Capirsi per capire, dipendere da Altro che è l’Infinito, stare.

“Che l’uomo, – conclude – ogni singolo uomo in ogni situazione, operi il bene o pratichi il male è l’unica variabile che fa la differenza.

L’anno che viene è sterile

le sue stagioni vedove

i giorni, giorni orfani e

le festività adunate idolatriche

l’anno che viene vuole attenzione

cinge la lorica a compassione

l’anno che viene è fertile

le sue stagioni gravide

i suoi giorni fecondi e

le festività celebrazioni solenni

l’anno che viene vuole attenzione

cinge la lorica a compassione”.

 

 

 

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