“NON E’ MAI TROPPO TARDI” BATTE LA POLITICA (di Adolfo Leoni)

Le indagini statistiche sui gradimenti televisivi sono state feroci.
Il maestro Manzi ha battuto 4 a 1 i programmi di approfondimento politico. 
Questo significa che due sere fa, in occasione della fiducia richiesta al Senato dal governo guidato dal giovane Matteo Renzi, quattro italiani su uno hanno preferito seguire la fiction sul maestro del “non è mai troppo tardi” piuttosto che le discussioni dei politici nei vari salotti.
Abbiamo l’impressione che anche Renzi, se fosse tornato a casa, avrebbe visto lo sceneggiato.

Immagine

Ne siamo piuttosto convinti avendolo guardato mentre, a braccio, parlava nell’austera aula di Palazzo Madama.
Aveva la giacca sbottonata, le mani più di una volta sono finite in tasca, si rivolgeva in modo diretto e dinoccolato ai senatori, come per dir loro: Ragazzi, o stavolta o mai più.
L’impressione è che, parlando ai senatori, parlava alla massaia, all’operaio, al ragazzo del bar, al precario. 
Linguaggio diretto, immediato, senza mediazioni.
Qualcuno ha detto: un discorso di un’ora senza contenuti.
A me non sembra.
E concludo così come avevo scritto e detto giorni fa: vediamolo al lavoro, vediamolo sul concreto, sospendiamo il giudizio.
La stessa conclusione a cui è giunto Diego Della Valle che, stamattina, su un importante quotidiano ha detto: giudichiamolo dai fatti!
Giusto. Ma guardiamo attentamente. Senza bere i comunicati stampa e le veline dei comunicatori

Annunci

PILLOLE DI STORIA. Napoleone nelle Marche nel febbraio 1797 (di Romina Angelici)

Il 19 febbraio 1797 a Tolentino Napoleone Bonaparte e i plenipotenziari di Pio VI avevano firmato la pace passata alla storia appunto come “pace di Tolentino”.

Con essa per la prima volta il patrimonio di S. Pietro veniva intaccato: Napoleone infatti pretese Avignone, il Contado Venassino, le Legazioni di Bologna, Ferrara, delle Romagne, l’occupazione di Ancona, 31.000.000 di lire, la cessione di opere d’arte, manoscritti, preziosi, etc.

Immagine

Quando pochi giorni l’impavido Corso era calato nelle Marche fermandosi in Ancona, aveva mandato commissari di finanza in varie città, compresa Fermo, per imporre contribuzioni, buoi, cavalli, vestiario, scarpe. A Fermo vennero in due: uno, il commissario d’Antien, che si comportò da gentiluomo; l’altro arrivò il 21 febbraio scortato da sei dragoni. I Fermani insorsero però Napoleone era ad portas, spaventava l’idea che i suoi soldati, preceduti dalla loro fama di dissacratori e rapinatori,  sarebbero venuti a commetterne di tutti i colori.

  Si pensò quindi di inviare ambasciatori a Napoleone per chiedere scusa a nome della città e dello Stato, complimentarsi per le folgoranti e sfolgoranti vittorie e cercare così di evitare l’incursione dell’esercito francese a Fermo.

Napoleone era tornato da poco a Tolentino, se ne stava seduto davanti al caminetto a Palazzo Torri quando gli fu annunciato l’arrivo dei due delegati fermani, che erano il conte Giacomo Brancadoro e il conte Vincenzo Porti.  L’ospite, ventottenne, al culmine della gloria per le recenti vittorie,  li accolse bruscamente tanto che  i due furono presi da timore reverenziale al punto che –narrano le cronache del tempo- riuscirono a balbettare solo alcune parole. Il loro insuccesso però non finì lì. Al ritorno, a bordo delle carrozze, si imbatterono nelle truppe del Generale Rusca che, alla testa dei soldati francesi, saliva già verso S. Elpidio. Gli Elpidiensi tesero degli agguati,  si ebbero scariche di fucileria e i ribelli si asserragliarono nel convento dei cappuccini, furono assediati e si ebbe una carneficina. Il conte Porti riuscì a darsi alla fuga insieme ad altri due delegati (il conte Eugenio Savini e Vincenzo Cordella) che Fermo, non avendo più notizie dei primi, aveva inviato a rincalzare l’opera persuasiva presso l’implacabile condottiero francese.

Il conte Brancadoro fu decisamente sfortunato: nella confusione e nella mischia venne scambiato per giacobino e ucciso dagli insorgenti, trai quali anche alcuni suoi contadini. Molte furono le vittime della battaglia di S. Elpidio. Se possibile, ancora di più inutili perché  pochi giorni prima  era stata firmata la pace.

Il corpo del Brancadoro fu riportato a Fermo e sepolto in S. Francesco dove una lapide ne rievoca le gesta:  andò in Ancona “et immines Gallorum copias reconciliationis causa Anconam adiisset” e fu ucciso dai conterranei elpidiensi. I suoi funerali costarono 113.65 scudi, la lapide 15.20. Il Generale Rusca pretese da Fermo un cospicuo risarcimento: 2000 zecchini che poi  furono negoziati a 1500 colonnati, cento doppie papali oltre a 1112.38 scudi. Aggiunte però le spese per cibarie, viaggi, buoi, cavalli, stivaletti, scarpe, biade, la somma totale per Fermo lievitò a 3902.44 scudi finali.

 

 

 

 

COSE DI QUESTO MONDO. Gli spot e il ragionamento. I prodotti da vendere e le idee. Le Azzurre formose e le magiche pozioni (di Adolfo Leoni)

Beppe Grillo da Sanremo, parlando della RAI, ha detto una cosa giusta: Il servizio pubblico dovrebbe aiutare a far ragionare e riflettere la gente.

Invece di farlo, il servizio pubblico rincorre le televisioni commerciali pur facendoci pagare il canone. Una corsa al ribasso. Una grande vetrina luccicante di cose da piazzare sul mercato.

L’altro giorno Emma Bonino, parlando dei nostri marò sequestrati in India, m’è piaciuta, sia per quello che s’è lasciata sfuggire: e che dobbiamo andarli a prendere manu militari? Sia per il modo in cui l’ha detto.

Immagine

Il ministro degli esteri ragionava con il giornalista, non guardava fissa e imbambolata la telecamera, non voleva ipnotizzare il pubblico, rispondeva invece ad una domanda del reporter, che è un uomo in carne ed ossa e non un microfono oscillante.

Esattamente l’opposto dei politici navigati. Guardate ad esempio le campionesse di Forza Italia o i giganti di Sel e PD (ma anche NCD): sanno di avere trenta secondi in tutto e allora fissano l’obiettivo e partoriscono lo slogan imparato a memoria. Da imbonitori. Come suggerito dai guru della comunicazione.  Dove i cittadini diventano clienti e acquirenti.

Ormai non c’è più differenza tra un venditore di pentole o materassi, e uno spacciatore di sue verità politiche.

Se non rischiassimo la blasfemia, diremmo di un nuovo comandamento: non avrai altro dio che lo slogan.

Ma se tanta classe politica, alla sola ricerca di consenso, si dedica all’ipnosi dei futuri votanti, come se ne esce?

Il grande Giuseppe Prezzolini aveva fondato la società degli Apoti. Un dotto termine greco, che voleva dire: coloro che non se la bevono, che non ingurgitano senza assaggiare, che vanno oltre all’apparenza, che si chiedono il perché delle cose.

Umberto Broccoli, dal palco del teatro sangiorgese, ha ribaditodomenica scorsa la necessità della memoria, quella che il ’68 ha spazzato via. Il suo esercizio ed uso ci consente collegamenti, ci aiuta ad aprire file naturali dove cogliere le connessioni e il già vissuto.

Wikipedia è un falso aiuto, pozzo senza fondo di tutto e del suo contrario, crea più problemi che soluzioni. Il KGB sovietico era esperto in disinformazione. Che si poteva ottenere distorcendo la verità, quindi cavalcando la menzogna, oppure soffocandola sotto migliaia di informazioni contrastanti.

In 1984, Orwell raccontava di una società dove venivano ridotte le parole del vocabolario: senza termini sparivano così, pian piano, desideri, passioni, idee.

Bradbury, in Fahrenheit 451, addirittura parlava di pompieri addetti a bruciare i libri, perché pericolosi per il regime. Come fece, di fatto, il nazismo e il comunismo sovietico, cinese e cambogiano.

Per dire, in conclusione: quando vedremo le belle, truccatissime, attillatissime, formosissime azzurre e compagnia parlante, scrutiamone il viso e domandiamoci che pozione magica vogliono farci bere?

 

DIETA E CULTURA (di Adolfo Leoni)

Stavolta tocca ad Ortezzano. Domani, sabato 22 febbraio, il dr Siliquini presenterà il suo ultimo libro “Dieta mediterranea, il Tempio della Sibilla”, alle ore 17 presso la Biblioteca comunale “Carboni”.

Non sarà solo. Con lui, in una sorta di talk show, anche il sindaco Giusy Scendoni, il dr Paolo Foglini, medico specialista in diabetologia, dietetica e nutrizione, l’assessore regionale Maura Malaspina, l’assessore provinciale Guglielmo Massucci, e il sottoscritto, direttore tra l’altro della rivista “Il Gusto… della Vita” che da sei anni si batte per la riscoperta della Dieta

.ImmagineA dx il sindaco di Ortezzano, Giusy Scendoni

L’evento nasce da due considerazioni. La prima: la casa editrice “Albero Niro di Alessandra Borroni, che ha stampato il volume di Siliquini, ha sede proprio ad Ortezzano; la seconda: il sindaco Scendoni e l’assessore Malaspina hanno colto l’importanza della “Dieta mediterranea” come possibilità di sviluppo di un intero territorio.

 

In contemporanea, l’Associazione Antichi Sentieri-Nuovi Cammini, specializzata in percorsi a piedi attraverso le Marche sud, allestirà una mostra fotografica degli itinerari già fatti.

“Dieta mediterranea ovvero un propulsore” ha scritto Leoni nella prefazione del libro di Siliquini, “Un’identità. Un marchio, un brand per dirla in modi raffinati. Un’occasione di svolta anche turistica…Perché la Dieta ha il sapore delle nostre contrade, della laboriosità della nostra gente, dell’incanto dei nostri monti”.

 

Ma c’è una terza considerazione da fare. La Dieta, che nasce in questa terra successivamente allo Studio italo-statunitense dei sette Paesi, è stata dimenticata nelle Marche, rilanciata invece in altre regioni italiane che vantano meno titoli. Ora alcuni comuni ed enti ci stanno lavorando, tra questi appunto Ortezzano. L’amministrazione comunale di Montegiorgio ha varato recentemente il Laboratorio Piceno della Dieta mediterranea; il comune di Magliano di Tenna (dove ha origine la famiglia dello scienziato alimentare Flaminio Fidanza) ha proposto un importante convegno sabato 22 marzo prossimo in collaborazione con l’Ordine dei medici della provincia di Fermo; mentre Tipicità presenterà il volume di Siliquini sabato 15 marzo nei locali del Fermo Forum.

C’è da aggiungere in conclusione che l’Ordine dei Medici ha curato una prima ristampa del volume del dr Siliquini che verrà distribuita proprio il 22 marzo.

 

 

L’Ucraina, l’Europa, i gasdotti e quelle Fiaccole cecoslovacche…(di Adolfo Leoni)

Oggi a Fermo, nei locali della Camera di Commercio, viene presentata la grande mostra “Sinfonia dal nuovo mondo. Un’Europa unita, dall’Atlantico agli Urali”.

L’iniziativa cade in un momento drammatico per il Continente.

In Ucraina c’è guerra civile. Oltre cento i morti, centinaia di feriti. La situazione sta sfuggendo di mano a tutti.

Immagine

L’Ucraina è la cerniera tra l’Europa occidentale e la Russia. Corre lungo la frontiera polacca, arriva al mare e per questo fa gola alla Russia, da sempre alla ricerca di sbocchi sui mari caldi. Ma fa gola anche all’Occidente (Shell e Chevron sono già nel paese) perché in Ucraina passano i gasdotti per la nostra Europa e l’Ucraina ha un sottosuolo ricco di gas di sciste. Un terzo elemento: entro il 2020 l’Ucraina potrebbe diventare non più terra di passaggio del gas ma prima fornitrice in proprio di gas. Cosa molto temuta dagli oligarchi russi.

Dopo due tragici conflitti mondiali, l’Europa che conosciamo – la nostra – è riuscita a dare pace per 70 anni alle sue popolazioni, ricevendone il premio Nobel qualche anno addietro.

Ma la nostra Europa non si ferma alla Polonia.

L’Europa unita vagheggiata ad esempio da Giovanni Paolo II arrivava agli Urali, inglobava l’Ucraina ed anche la Russia. Non a caso i santi protettori sono san Benedetto (per l’occidente) e i santi Cirillo e Metodio (per l’Oriente).

Allora, oggi più che mai, oggi che scorre il sangue in Ucraina, che la Russia appoggia il governo e gli Stati Uniti l’opposizione di piazza, la nostra Europa dovrebbe tornare protagonista, dire la sua, e farsi sentire.

Noi tutti dovremmo lavorare non per distruggerla, come da più parti si sente, ma per modificarla e ampliarla in una Sinfonia da nuovo mondo.

L’Unione Europea ha perso molto del suo spirito iniziale. E’ caduta nella trappola dorata dell’economia solo economia. La spinta ideale è venuta meno.

Diceva al Parlamento di Strasburgo nel 1994 il drammaturgo presidente dell’allora Cecoslovacchia, Vaclav Havel: «Vengo da una terra che per quasi 60 anni non ha potuto godere, tranne che per un esiguo intervallo, della libertà e della democrazia. Credetemi, è proprio questa esperienza storica a permettermi di sentire profondamente la sconvolgente importanza dell’attuale integrazione europea».

Il punto allora non è di annientare l’Europa, ma di riportarla alle sue origini, ai padri fondatori.

Un’ultima notazione. Il 19 gennaio del 1969, in piazza san Venceslao a Praga, si dava fuoco Jan Palach, un tranquillo e diligente studente universitario. Fu la Fiaccola numero Uno, prima di altre Fiaccole umane. Protestava contro l’oppressione sovietica e comunista. Richiamò l’attenzione del mondo intero. Fu la primavera di Praga, cantata da Francecso Guccini, dai Nomadi, da Leo Valeriano.

Quanto c’è di diverso dalle piazze ucraine di oggi?

 

PILLOLE DI STORIA. Il Castello di S. Benedetto acquistato da Fermo il 16 febbraio 1280 (di Romina Angelici)

Anticamente vi si insediarono Siculi e Liburni secondo Plinio. Nel 49 a. C. vi si fermò Giulio Cesare dopo il passaggio del Rubicone. Fu sede di Diocesi nel secolo V e nel Medioevo centro di donazioni, prestarie, precarie, permute, prima con l’Abbazia di Farfa (centro benedettino in provincia di Rieti) poi con i vescovi di Fermo. Fu appunto uno di questi, Liberto, che nel 1145 concesse ad Attone e Berardo la terra necessaria per la costruzione di un castello, con orti annessi, case per i coloni e quant’altro. 

Immagine

Sorse così il castello di S. Benedetto variamente denominato nel corso dei secoli: dapprima si chiamò S. Benedetto in Albula, dal nome del torrente che vi scorre; poi S. Benedetto della Marca, S. Benedetto presso il mare, S. Benedetto di Fermo.

La denominazione di S. Benedetto del Tronto verrà data nel 1862 dopo l’unità d’Italia, per distinguerlo dalle località omonime. Essa forse richiama il nome di una chiesa, S. Benedetto al Tronto (si noti quel: al Tronto) che sorgeva (e sorge) in territorio di Monsampolo e che era così importante da figurare sulle porte di bronzo della celebre Abbazia di Montecassino, dove sono elencati beni e possessi che aveva nelle nostre zone, come Fermo, S. Biagio di Altidona etc (Anno Domini 1090).

Il 16 febbraio 1280 il nobil uomo Gualtiero di Acquaviva e sua moglie Isabella vendono a Fermo l’ottava parte del castello di S. Benedetto in Albula della Marca di Ancona, diocesi e distretto di Fermo. I predetti vendono tale ottava parte di loro proprietà per la somma di 1000 ravennate o volterrane-anconitane. L’atto di vendita parla del porto, di giuspatronato sulla chiesa di S. Benedetto e altre utili notizie storiche in un passo che qui si riporta: “Vendiamo, cediamo con i diritti, il porto, i vassalli, i redditi, i servizi reali e personali, gli affitti e le tenute, le terre coltivate e quelle incolte, le selve e i boschi, gli onori e giurisdizioni, l’esercizio del mero e misto impero (cioè il potere di giudicare nelle cause civili e penali fino ad irrogare pena di morte)”.

S. Benedetto rimase sotto la giurisdizione di Fermo fino al 1827, quando vi fu uno scambio tra il Distretto di Montalto e le Delegazione di Fermo.

 

 

 

 

 

FORZA RENZI! Ma di che pasta sei? (di Adolfo Leoni)

All’inizio, quando rottamava l’intero orbe terracqueo mi era piaciuto.

Un po’ meno quando l’ho ascoltato al teatro di Porto San Giorgio.

Ora che tutti ne parlano (molti bene, molti male) mi astengo dal giudizio.

Vorrei guardare solo i fatti. Le scelte. Le opere.

Matteo Renzi non è De Gasperi. Ma anche l’Italia non è quella del 1948.

Immagine

Nello zoo politico risulta il più vivace televisivamente, che non significa il più efficace concretamente. Allora, verifichiamone l’efficacia… efficace.

L’ormai ex sindaco di Firenze ha cavalcato l’onda mediatica, ha vinto la segreteria del Pd, ha piazzato i suoi uomini, è diventato forte, e Napolitano, che forse lo ama poco, gli ha dovuto dare l’incarico di formare il governo.

Meglio non c’era. Ovvero, c’era Letta il giovane, ma il Pd di Renzi ovviamente non l’ha sostenuto.

A questo punto, inutile fare dietrologie, inutile tirare in ballo De Benedetti e l’Annunziata che sosterrebbero il Matteo fiorentino premendo su alcuni papabili ministri, inutile andare a cercare legami sotterranei con il “cardinal” Romano Prodi mirante al Quirinale.

Inutile! Tempo sprecato!

A questo punto: è meglio che Renzi faccia il suo governo in fretta, e che ogni trenta dì sforni una riforma.

A questo punto deve cimentarsi con le cose serie, non con le chiacchiere da televisione.

Vediamolo all’opera.

Guardiamolo mentre riforma il fisco, abbassa l’Irpef, taglia i bolli ai francobolli, annienta il cartaceo negli uffici ministeriali, regionali, provinciali, comunali, taglia le spese pubbliche, crea lavoro per i giovani, diminuisce la cassa integrazione aiutando invece le aziende che danno lavoro.

Guardiamolo mentre prende il treno per tornare a casa, da moglie e figli.

Sperando che non faccia come quel tal sindaco di grande città: per far vedere ai telespettatori che va in bicicletta, dopo aver tagliato le auto blu, si fa accompagnare dall’autista a 50 metri dall’arrivo, da dietro il vicolo tira giù la bici dalla Jeep che lo segue, inforca la due ruote e arriva a destinazione ostentando fatica e sudore, applaudito dagli ecologisti e dai passanti stupiti.

Stupiti o stupidi?

Forza, Renzi, facci vedere di che pasta sei!!!