AD EUGENIO CORTI (di Adolfo Leoni)

Per una vita ha cercato le tracce del suo Creatore. Le ha cercate nella vita di ogni giorno, nelle filande della sua Brianza, nei canti religiosi degli operai, nelle feste contadine. Ma anche nel bianco accecante delle distese ghiacciate di Russia, tra i soldati italiani moribondi, tra le vecchine di quel Paese sterminato che offrivano una patata ai superstiti dell’Armata perduta. Le vedeva nelle reduciones del Paraguay così come in certe scelte della politica dei Grandi.

Eugenio Corti cercava il volto di Dio. Ora è al suo cospetto. E nella sua pace.

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Il grandissimo scrittore brianzolo è morto ieri, vecchissimo.

Io l’ho conosciuto di persona, ed ora allineo sulla scrivania i suoi libri. L’ultimo che acquistai, “Catone l’antico”, porta la dedica: «Ad Adolfo, nel ricordo di un incontro culturale a Fermo…».

Non se l’era dimenticato, quell’incontro. Ci aveva parlato dei Gesuiti, delle missioni in sud America, dei villaggi-laboratorio, della musica, del suo scrivere che mutava forma dal romanzo ad una specie di sceneggiatura. Innovava, curioso, attraversando ogni sentiero. Era una risposta alla “cultura dell’immagine”, sfidata sul suo stesso campo.

Anni prima, sempre a Fermo, aveva presentato il suo capolavoro. “Il Cavallo Rosso”, grandissimo romanzo storico, fu tradotto addirittura in Giapponese. Un caso letterario. Una storia che parte nel 1940 e termina nel 1974. 1274 pagine. Stupende. Che catturano il lettore, che raccontano e spiegano una lunga traversata della nostra Italia.

Nel 2005 incontrai Corti al Meeting di Rimini. Sedeva all’interno della Libreria (e Casa editrice) Itaca. Firmava il suo “Catone”, uscito da pochissimo. Si scusò di non potersi alzare. Aveva male alle gambe. Era un gentiluomo. No, meglio: era un uomo tutto intero, integrale, che sapeva guardare con giudizio passato e presente, cogliendo sfumature di futuro. Un uomo di altri tempi in questi tempi, esempio, per dirla con Augusto Del Noce, di chi attraversa la modernità con le categorie della tradizione.

Il suo cristianesimo entrava nella carne degli uomini, nelle storie di guerra come in quelle di lavoro e di amore. Senza cesure, senza distacchi, cielo e terra insieme, come il contadino russo di Sinjavsky che facendosi il segno di Croce univa il trascendente all’immanente.

Famosissimo all’estero, un po’ meno in Italia che gli rimproverava il suo cattolicesimo carnale, Corti in Francia è un mostro sacro, unico scrittore italiano cui è dedicato un capitolo del libro “Les romanciers e le catholicisme” accanto a Huysmans, Bloy, Proust, Malègue, Claudel, Bernanos.

Anche quella volta, nel 2005, il suo “pizzetto” da moschettiere era ben curato. Il Bello è riverbero del vero.

“Il Fumo nel Tempio”, “I più non ritornano”, “L’esperimento comunista”, “La terra dell’Indio”, “Gli ultimi soldati del Re”, tra le altre opere di grande tiratura e poca promozione sui media. 

Lessi “Catone” d’un fiato. Corti voleva raccomandarci qualcosa. Catone affrontava con grande fermezza i maggiori pericoli che minacciavano Roma: la corruzione dei costumi, l’economia schiavistica di Cartagine, l’eccesso di popolarità degli stessi generali romani.

Eugenio Corti intravedeva oggi gli stessi segni della decadenza di allora. Un profeta.

Termino con una frase di T.S.Eliot, la stessa che Corti usò in chiusura del Cavallo Rosso: «Ecco, ora svaniscono. I volti e i luoghi, con quella parte di noi che, come poteva, li amava, per rinnovarsi, trasfigurati, in un’altra trama».

Arrivederci, Eugenio, possente testimone di un’altra vita possibile. 

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