MANTENERE IL CREATO, LAVORARE PER IL BENE DI TUTTI  

Prima un assessore, e poi un altro, e poi un altro ancora…

Dimissioni a raffica o cancellazioni dal ruolo. Accade a Fermo, da quasi tre anni a questa parte.

L’amministrazione comunale guidata dal sindaco Nella Brambatti non vive sonni tranquilli. E non li fa vivere alla città. E al territorio.

Un comune così, oggi capoluogo di provincia, domani guida dell’ente di secondo grado, impensierisce.

Impensierisce tanto da provocare tre atteggiamenti.

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Il primo è quello di chi dice: non c’è più niente da fare, va tutto a ramengo.

Il secondo è quello che dice: salviamo il salvabile, in attesa che accada qualcosa di meglio.

Il terzo è quello per cui (ed è la maggior parte) la politica e i politici sono sempre più staccati dalla gente, continuino pure a fare i propri giochetti, noi cerchiamo di vivere ben distanti da loro per evitare contaminazioni, blocchi, tappi, problemi più che soluzioni.

Questa terza posizione spaventa. Perché accentua il distacco, tra l’altro comprensibile, tra chi vorrebbe soluzioni e chi invece è impastoiato con problemi di maggioranze, personalismi, dispute, chiacchiere.

Ma anche perché, non potendo fare a meno delle istituzioni, accentuando il distacco dalla politica, si lascia in mano a certa politica e a certi politici il timone del governo. Con tutto quello che ne consegue.

Facciamo ora un salto dal locale al nazionale.

Matteo Renzi sta correndo. Qualcuno rimprovera il premier di farlo troppo in fretta. Lui replica: avete avuto 30 anni e siete stati immobili come cadaveri.

Allora il suo governo toglie le province, riduce di molto le competenze delle regioni, abolisce la camera dei senatori, eccetera eccetera.

Ci piace questa decisione e questa rapidità. Però ci viene anche il dubbio che tutto questo rafforzi il potere centrale. Tutto torna a Roma e da Roma parte tutto. Accentramento?

Ma se questo capita è perché in periferia accade quel che sta accadendo per esempio a Fermo.

Qualcuno ci striglia perché siamo d’accordo per la decapitazione delle province quando proprio noi ne fummo accaniti sostenitori.

Beh, se le province diventano centri di potere di gruppi politici organizzati, meglio annientarle.

Se gli amministratori provinciali mirano solo a coltivare i propri orti elettorali, meglio chiuderle; se le province diventano il contrario della facilitazione e della valorizzazione della gente, meglio polverizzarle.

Non perché sia meglio “Roma ladrona”. Ma almeno occhio non vede, cuore non duole. E’ una magra consolazione. Speriamo temporanea.

Fino a che le vere autonomie non riprendano di senso e di significato. Ma perché accada occorre forse un nuovo concetto di persona e di comune bene.

Il professor Walter Tulli, morto l’altro giorno a Fermo, fu nostro docente di filosofia e storia. E quel concetto ce lo instillò molto chiaramente: mantenere il Creato, lavorare per il bene di tutti.

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IL CRIMINE E’ TRA NOI (di Adolfo Leoni)

Per poco non ci scappava il morto. Colpi di pistola, inseguimenti, inversioni di marcia, sirene spiegate. Una notte da tregenda.

E non siamo in un film di mafia americano-sicula.

Siamo nelle Marche, lungo l’Adriatica, tra Porto Sant’Elpidio e Civitanova Marche.

E’ accaduto ieri. Un romeno, che aveva minacciato di sfregiare con l’acido alcune prostitute, è stato assalito da un albanese protettore delle ragazze.

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Un giorno prima, un gruppo di lucciole era stato malmenato da uomini incappucciati.

Il giorno ancora precedente, un romeno era stato accoltellato a Casabianca di Fermo.

Qualche settimana prima un tunisino era stato gettato dalla finestra di un appartamento di Porto Sant’Elpidio dopo che una banda criminale era entrata in casa armata di spade.

Qualche mese prima, due clan di etnie diverse si erano affrontati con mazze e bastoni.

A questo punto siamo oltre l’emergenza. La criminalità ha messo solide basi lungo la costa fermano-civitanovese.

Inutile nascondersi dietro a un dito. E’ bene parlar chiaro. Qui la gente onesta non esce più di casa.

Il mercato del sesso ha portato con sé i negrieri di carne umana specie dall’Est ma anche dall’Africa. La droga è venuta successivamente.

E’ come un cerchio concentrico che si è allargato gradualmente.

Bande di delinquenti si stanno affrontando per il controllo dei luoghi e dei diversi traffici. Siamo in piena balcanizzazione del crimine. Romeni, albanesi, tunisini, marocchini, italiani.

Ognuno vuole la sua parte. Ognuno tenta di ridurre ed annientare il potere dell’altro. La virulenza dei metodi sta crescendo. E siamo solo agli inizi.

Nel 1989, quando la prostituzione iniziava ad ingrossarsi a Porto Sant’Elpidio, dalla magistratura inquirente arrivavano alzate di spalle. Come se il fenomeno fosse solo di mal costume.

Oggi speriamo nel nuovo procuratore Domenica Seccia, che di malavita, di mafie, di traffici loschi se ne intende e li ha combattuti.

Lo abbiamo salutato mesi fa, dal teatro di Porto San Giorgio, con un avverbio: Finalmente!

Il capitano dei Carabinieri Pasquale Zacheo è uno che non si fa intimorire, un altro mastino.

Ora occorre che anche la magistratura giudicante venga messa nelle condizioni di operare celermente e duramente. Questo significa leggi puntuali, organizzazione efficiente, collaborazione tra le diverse polizie e istituzioni.

Non stiamo esagerando: il bubbone è grosso e la peste è dilagata.

Senza interventi decisi, siamo destinati a soccombere ad una delinquenza sempre più prepotente e marcata.

Ultima notazione: i clienti delle prostitute.

A questo punto, non sono viziosi, sono complici degli schiavisti e dei racket.

PROVINCE RIORGANIZZATE. E NECESSITA’ DI SENTIRSI SISTEMA (di Adolfo Leoni)

Il Senato ha detto sì alla riorganizzazione delle Province.

La Camera seguirà a ruota.

La provincia, come l’abbiamo sinora conosciuta, sparirà.

Toccherà ai sindaci riuniti in assemblea e consiglio a governare il proprio territorio.

Tutto sommato, la cosa non ci dispiace. Purché ora i primi cittadini facciano bene la loro parte, siano capaci di superare un angusto campanilismo e guardino più all’interesse collettivo che a quello soggettivo. 

E qui sta il rischio.

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Perché ognuno potrebbe proiettarsi nella difesa, ad esempio, della propria scuola, ognuno vorrà mettere in mostra il proprio teatro, ognuno spingerà altrove la discarica individuata sotto casa.

Occorre, allora, che cresca una coscienza di appartenenza ad una terra più ampia del proprio comunello.

A volte questa coscienza già c’è. Ci sono primi cittadini con sguardo molto più avanzato di certi politici regionali o nazionali.

Esiste però il ricatto dei voti.

“Ti do il mio consenso se mi darai un ospedale tutto attrezzato a due metri dalla mia abitazione”. A volte il ragionamento è purtroppo questo.

Ne consegue quindi che, oltre ad una maggiore coscienza territoriale degli amministratori, occorrerà sviluppare una maggiore coscienza territoriale degli amministrati. Ciò a dire: di tutti noi. Se non aumenta questa capacità di sentirci parte di una stessa comunità territoriale, inizieranno le schermaglie, le divisioni, le frammentazioni. Con due ricadute negative: torneranno a prevalere i corporativismi di partito e riprenderà forza un centralismo regionale e nazionale che renderà ancora più monche e inincidenti le periferie.

Il “Campanile” non è una negatività. Purché le campane suonino un’armonia complessiva.

GIOVANI E JAZZ. A Monterubbiano si può (di Adolfo Leoni)

Terminate le iscrizioni, si entra ora nella seconda fase di MusArt – Bottega Jazz. Il progetto “MusArt-Bottega Jazz” prevede infatti la possibilità per giovani jazzisti tra i 18 ed i 35 anni di partecipare ad un contest che li avvicini ad un ambito musicale professionale. Il progetto si avvale infatti del cofinanziamento della Regione Marche – Assessorato alle Politiche Giovanili e Assessorato alla Cultura e del Dipartimento della Gioventù e del Servizio Civile Nazionale della Presidenza del Consiglio dei Ministri.
Cinque i gruppi iscritti che si esibiranno nelle giornate di giovedì 27 marzo e di venerdì 3 Aprile. Il luogo delle audizioni è il prestigioso teatro Pagani di Monterubbiano dove sarà possibile apprezzare al meglio il suono degli strumenti e l’armonia espressa dai musicisti. Un modo per dare anche possibilità al pubblico selezionato di partecipare compostamente alle audizioni “private”.

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Di grande spessore la Giuria che valuterà i giovani musicisti. A comporla sono stati chiamati i maestri Filiberto Palermini, docente di musica jazz presso il Conservatorio Pergolesi di Fermo e Mauro De Federicis, docente di chitarra jazz, anch’egli presso il Conservatorio Pergolesi di Fermo; il dr Alessandro Andolfi, presidente dell’associazione Syntonia Jazz – circuito Jazz di Marca, e Giuseppe Pende, rappresentante della Società Operaia di Monterubbiano e titolare di una scuola di musica.
I giurati esprimeranno il loro parere tenendo presenti le capacità tecniche, l’originalità, il sound, e la capacità di stare sul palco dei giovani. Una sorta di giudizio complessivo sull’insieme che serve per diventare professionisti nel campo musicale.
I partecipanti alla prima tornata del 27 marzo sono il quartetto Rooms Project, costituito da Lorenzo Bisogno (sax), Lorenzo Brilli (batteria), Pietro Cavallucci (basso) e Fornari Ruggero (Chitarra); e l’F & F Duo, costituito da Francecso D’Ettorre Francesco (sax) e Francesco Balducci (chitarra).
Non ci resta che ascoltarli!

LA GIOVINEZZA DEI VECCHI E LA VECCHIAIA DEI GIOVANI. ASCESA O DISCESA (di Giovanni Zamponi)

SENECTUS.

Senectus ipsa est morbus, scrive Publio Terenzio Afro nella commedia Phormio: la vecchiaia è per se stessa una malattia. E arriva sempre molto presto, più di quanto ci si possa attendere, annota Cicerone nelle Tusculanae Disputationes: essa insegue già alle spalle i fanciulli, gli adolescenti e ti raggiunge quando neppure ci pensi (modo pueros, modo adulescentes in cursu a tergo insequens, nec opinantis adsecuta est senectus).

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Anche io, senza quasi avvedermene, mi trovo ora in illam meae partem aetatis superveniens (giunto in quella parte della mia età) che fa da confine tra l’età matura e quella anziana (imbecilla aetas), sancita, e sanzionata quasi, da una serie di attenzioni, più formali che sostanziali in verità, pietosamente impietose, teoricamente volte a tutelare una fragilità, ma più atte a circoscrivere una fascia sociale detta debole, e quasi un marchio di de-fabbricazione imposto a un prodotto per la rottamazione: ultrasessantacinquenne – finito, non servi più!

Ci sono arrivato – questa è l’impressione – come un nuotatore condotto (trascinato?) dalla corrente di un fiume via via più rapido e impetuoso: il nuotatore arranca, si dimena, talora si aggrappa a qualche appiglio, e poi eccolo ancora sull’onda, mentre gli spettatori del suo andare si rarefanno man mano che l’andare stesso avanza e poi, ad uno ad uno, distratti si volgono altrove e se ne vanno. Il nuotatore rimane solo.

Che il tempo scorra (corra) lungo due dimensioni è esperienza di tutti: il tempo interiore non ha la stessa velocità del tempo cronologico: lento inizialmente, aumenta di velocità con il correre degli anni, sempre meno trattenuto da aspettative, attese, progetti, sempre più violato e coinvolto nella monotonia del quotidiano, delle sue occupazioni e delle sue irrimediabili preoccupazioni, alimentato da rimpianti, sensi d’impotenza o di colpa, di perdita, di frustrazione. E oggi colorato anche di alienazione, di qualcosa cioè d’inutile e di oppressivo che ci sottrae pertinacemente a noi stessi, come la fretta noiosa e snervante che ci impedisce di guadagnare “il” tempo.

Insomma, “vassene ’l tempo e l’uom non se n’avvede” (Dante, Purg., IV, v 9), ma non nel senso che intendeva il poeta – quando si è concentrati su una cosa non ci si accorge del passare del tempo –, bensì in senso opposto: essendo noi de-concentrati, ossia senza un centro di gravità che ci stabilizzi, perdiamo tutto il tempo, sia quello psicologico sia quello cronologico, di ciò che abbiamo seminato raccogliamo solo la paglia.

E così, al levarsi dell’età anziana, ci affliggono l’inutilità e il vuoto; occorrerebbe un di più di energia per riscrivere una storia troppo dispersa, ma l’energia manca. Tramontano le certezze, e anche la certezza della fede, per chi non sia un fideista a oltranza, si fa incostante, intermittente, nebulosa, dubitosa, e il dubbio è doloroso, e il dolore – somma dei dolori passati, dei presenti e di quelli presagiti – può indurre all’impotenza.

Sulla senescenza e sulla vecchiaia la retorica ha speso enormi risorse persuasive, forse a scopo di scongiuro o di deprecazione, e qui non sto ad elencarle. Avete presenti quelle insulse trasmissioni televisive di divulgazione scientifica che esaltavano (non so se esaltino ancora, non le seguo più da molto) longevità fisico-psichiche in pieno benessere, figlie del progresso della scienza e della medicina, della genomica e della proteomica, delle biotecnologie riparative? Ebbene, siamo al palo, quello che si è speso è tanto, quello che si è ottenuto è (quasi) niente, quello che qualcuno ci ha lucrato non è poco, e tutto ritorna sempre moltiplicato a chi ha investito e a chi ha pubblicizzato, non a chi – forse troppo ingenuamente – ha sperato. Lo dimostrano i lugubri volti rifatti dei protagonisti dell’immagine.

Il fatto è che il nostro organismo è un apparato biologico che, nel suo evolversi nel tempo, non prevede soste o ritorni indietro. Le sue strutture molecolari, vergate con la norma dell’entropia (l’energia utile all’interno di un sistema è sempre minore dell’energia totale), non possono che incrementare in se stesse un continuo differenziale di disordine, al quale i processi riparativi si oppongono in modo sempre meno efficiente. Le molecole si fanno più instabili, le cellule si rinnovano con minore efficienza, gli organi si degradano, e l’organismo si riconfigura continuamente verso la senescenza, che in sostanza è un venir meno di funzioni e di integrazioni, fino a configurare quei deficit permanenti e intensamente gravosi che sono le malattie degenerative.

Un esempio: con l’andare degli anni le cellule nobili del cuore (miociti e cellule specializzate in eccitazione e conduzione degli stimoli) vengono sostituite gradualmente – o massivamente, in caso d’infarto – da un tessuto meno nobile e più duro, fatto di fibroblasti riparanti e di fibre collagene da essi prodotte. Il cuore stesso si fa più “duro”, meno elastico e meno contrattile (miocardiosclerosi), presupposto di aritmie e scompenso, che sono espressioni patologiche di un processo biologico sottostante e sostanzialmente immodificabile, nonostante qualche tentativo di correzione di ciò con cellule staminali (ma funzionerà? e, soprattutto, funzionerebbe per il sistema cuore nel suo complesso?). Analoghe considerazioni, mutato ciò che v’è da mutare, possono essere applicate un po’ a tutti gli organi.

Ma queste progressive e ineluttabili alterazioni regressive – e qui non tratto delle patologie gravi che possono sopraggiungere prima – non hanno in tutti – è arcinoto – la stessa velocità di andamento. Vi sono senescenze piuttosto precoci, altre più in linea con gli anni cronologici, altre nelle quali l’età biologica sembra procedere molto più lenta dell’età cronologica, e quindi i titolari godono di più abbondanti e migliori anni, fino a longevità, assolutamente improbabili a pensarsi, di soggetti che arrivano, e bene, ai novanta o ai cento anni, talvolta trascinandosi dietro gravi patologie (diabeti, dislipidemie, cardiopatie ischemiche, neuropatie ecc.) che stroncherebbero vite ben più “giovani”.

È chiara in questi casi l’importanza del fattore genetico, sul quale i fattori comportamentali e ambientali paiono agire ben poco. Ma chi non ha questa “protezione” di madre natura è inesorabilmente destinato a una ben più misera sorte? Un po’ si può fare anche in tali casi più “normali”. Si sa, infatti, che l’invecchiamento può essere un po’ posticipato e anche un po’ rallentato da misure preventive: controllo dei fattori di rischio principali (diabete, ipertensione, ipercolesterolemia e ipertrigliceridemia, iperuricemia); astensione dal fumo di tabacco, dall’abuso di alcol e di altre sostanze e da comportamenti pregiudizievoli; dieta ricca frutta, di fibre e di pesce, e povera di calorie, di sale, di zuccheri semplici e di grassi (dieta mediterranea); attività motoria regolare (almeno un’ora di cammino tre-quattro volte alla settimana), adeguato riposo notturno, digiuno un giorno ogni sette – se non controindicato – con sola assunzione di liquidi, un minimo di screening per patologie facilmente aggredibili in fase iniziale.

Ma su un altro quasi indefinibile e indefinito aspetto vorrei soffermarmi. Ciascuno di noi ha un habitus, esterno e interiore, quello specchio di questo e questo più importante di quello, che è il prodotto, sempre in itinere e mai compiuto, della nostra stoffa costituzionale e di come la lavoriamo attivamente e liberamente e deliberatamente mediante il gioco delle nostre passioni predominanti.

Se a dominare sono le passioni (pulsioni) che tirano verso il basso, e qui le diciamo vizi: superbia, lussuria, avarizia, ira, gola, invidia, accidia, dato che queste si accordano con pulsioni psicologiche istintive e pressoché spontanee, i fenomeni neuro-molecolari ad esse sottostanti debbono seguire anch’essi delle cascate di reazioni decostruttive che de-compongono il sistema portando al minimo il suo contenuto d’energia libera e al massimo il contenuto d’entropia (disordine).

Se, invece, a dominare, sebbene dopo opportuna ascesi, sono le passioni (decisioni) che traggono verso l’alto, e qui le diciamo virtù: umiltà, temperanza, distacco, mansuetudine, sobrietà, amore, pratica del bene, dato che queste si accordano con tensioni psicologiche volute, attive e non facili, dirette verso una meta posta a un livello superiore rispetto alla base di partenza, anche i fenomeni neuro-molecolari sottostanti debbono seguire gradi ascensionali costruttivi che non solo non decompongono il sistema del neurostato, ma lo riorganizzano, lo rafforzano e lo ri-strutturano portando al massimo il suo contenuto d’energia libera e minimizzandone il contenuto d’entropia.

Sto dicendo che mediante l’astensione dai vizi e l’adesione alle virtù si può influire favorevolmente sulla senescenza del nostro neuro-psicostato, e quindi di tutto il nostro essere psicosomatico? Sì, e un’osservazione più che trentennale di soggetti che, invecchiando, evolvono secondo l’habitus al quale si sono via via attivamente conformati, me ne rende sempre più persuaso.

In chiusura vorrei aggiungere qualche postilla per chi eventualmente abbia aures audiendi: usate il meno possibile la televisione: il suo ruolo invasivo e distruttivo sul nostro neuro-psicostato è veramente funesto; usate la rete solo quando è necessario, e come padroni, non come schiavi; dedicate un po’ di tempo alla lettura di qualche buon libro, e non di libri ciarpame: in librerie fidate se ne trova sempre qualcuno in mezzo al ciarpame; esercitate la vostra memoria imparando a memoria qualcosa: una poesia, una canzone, un brano, un teorema (dopo averlo capito, s’intende), una storia: non c’è niente capace di mantenere e riformulare positivamente il nostro neuro-psicostato come l’apprendimento a memoria.