MAGGIO, tempo di libri, tempo di letture. Omosessuali e no…  (di Adolfo Leoni)

Ieri la polemica.

In un liceo classico di Roma sono stati letti alcuni brani del romanzo “Sei come sei” di Melania Mazzucco, storia di omosessualità maschile con apice un rapporto orale.

Due associazioni di genitori hanno sporto denuncia contro le insegnanti che hanno proposto il volume.

Si è scatenata la polemica guidata da “La Repubblica”, ripresa da la Stampa, rilanciata da tutti i media.

Due posizioni contrapposte: le docenti che gridano contro la censura, le associazioni che replicano: è una oscenità.

ImmagineAlessandro D’Avenia

L’articolo più bello che ho letto sull’argomento è quello di Alessandro D’Avenia, il docente-scrittore, autore tra l’altro di “Bianca come il latte, rossa come il sangue”, da cui è stato tratto un formidabile e apprezzatissimo film.

D’Avenia si sfila, esce dai ranghi, supera le parti e va oltre. Si spinge su nuovi-antichi lidi.

E scrive: “Denunciateci, cari genitori, ma non per quello che facciamo leggere ai vostri figli, ma per quello che non facciamo leggere loro”.

“Denunciateci perché non facciamo leggere che una vivisezione dei Promessi Sposi (chi non odia quel romanzo dopo la scuola?). Denunciateci perché non facciamo leggere Dante, perché è difficile, perché tanto non lo capiscono, perché parla troppo di Dio. Denunciateci perché non facciamo leggere i classici per intero ma li facciamo a brani, come in macelleria”.

E le denunce, continua il professore-scrittore, sono tante, per le tante mancanze: da Baudelaire a Dostoevskij passando per Eliot.

L’unico criterio per scegliere le letture non è omosessualità sì o no, violenza sì o no.

L’unico criterio per scegliere le letture è “integralità e bellezza. Il resto è antologia o ideologia”.

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D’Avenia, come spesso fa, ci spiazza, e porta un colpo dritto allo stomaco di tutti perché, ci ricorda, i giovani sono affamati di bellezza. E se scegliessimo i libri in base al criterio della bellezza “non ci rimarrebbe tempo per le banalità. E per le denunce”.

I BOSCHI STORICI DI CONTRADA e D’ITALIA. Generosa memoria vivente (di Liana Cognigni)

Per rivisitare i propri luoghi d’origine viene spontaneo andare alla ricerca delle storie, delle campagne, delle scuole, dei suoni, dei profumi e dei ricordi che hanno animato la mia contrada laboriosa, naturale e solare di Castagneto, nel territorio sud del Comune di Montegiorgio.

Fino agli anni sessanta del Novecento, Castagneto era una contrada prevalentemente rurale con campi coltivati, case coloniche sparse, fienili e solo alcuni capannoni per gli attrezzi agricoli. La Metaltex fu il primo insediamento industriale.

Oggi Castagneto, in parte, si presenta rinnovato da nuovi abitanti e da famiglie di miei amici ed ex compagni di scuola, che hanno scelto di trasferirsi a Castagneto da Montegiorgio paese o da altre zone.  La recente urbanizzazione ha tracciato all’interno della contrada un nuovo quartiere residenziale con numerosi edifici e palazzi condominiali; in mezzo alla cementificazione pulsa un cuore verde con un giardino attrezzato che contribuisce a migliorare la qualità della vita.

Il toponimo Castagneto richiama da sempre la sua valenza ecologica e forestale, come si evidenzia nello studio “Montegiorgio nella toponomastica” di Mario Liberati: “Castagneto è un fitonimo che si riferisce ad una zona piuttosto ampia e dovuto alla presenza di castagni. Una parte della boscaglia esiste ancora oggi, così come esistono alcune superstiti piante di castagno. Il bosco è conosciuto come “la sérva de Castagnitu” o anche “de Vecchiotti”, dal cognome del proprietario. La più antica citazione (dalle Memorie del Venerabile Convento di S. Agostino), quando si ha “Contrada Castagneti”, risale al 1556”.

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Quello di Vecchiotti e di Morandi è un bosco residuale, che si sviluppa sui versanti settentrionali e occidentali dell’alto colle che si affaccia sulla valle del Tenna.

Nella II guerra mondiale vi si accamparono, sul cocuzzolo, le truppe tedesche quando, ai primi di giugno del 1944, durante la ritirata e diretti verso la Valle del Chienti, percorsero la strada di Castagneto in vista di raggiungere Montegiorgio paese.

Il bosco è un ceduo invecchiato, costituito da latifoglie decidue a prevalenza di castagni, querce, carpini, aceri, sambuchi e robinie chiamate acacie. Le robinie sono piante frugali, mentre i castagni amano terreni freschi, profondi, sabbiosi, ricchi di fosforo e potassio.

Nel fitto sottobosco crescono il ginepro, il pungitopo, l’asparago selvatico, l’erica, i rovi, delicate primule gialle e fragranti ciclamini.

Appartengono ai ricordi le piacevoli escursioni alla folta macchia per raccogliere le castagne e le morbide coltri di verde muschio, che, a Natale, venivano staccate con cura dalle piccole mani infreddolite e portate a casa per decorare il presepe.

Secondo la Legge Forestale n ° 6 della Regione Marche del 2005, il bosco è stato censito come riserva naturale.

Nel tempo, il territorio, dalla scala locale a quella nazionale e mondiale, ha subìto cambiamenti e ingenti deforestazioni, sia in zone montuose, sia in zone di pianura.

In passato, anche i rilievi collinari erano coperti da boschi e nelle pianure e fasce costiere c’erano distese di foreste interrotte da paludi e acquitrini. Iniziata in epoca romana, proseguita nel Medioevo, soprattutto nel Rinascimento, e fino ai nostri giorni, l’opera di disboscamento da un lato e di bonifica dall’altro ha progressivamente portato alla situazione attuale con coltivazioni agricole, colture specializzate, infrastrutture e aree edificate, sia a destinazione residenziale sia industriale, sempre più in espansione.

In un geosistema, dove l’ambiente fisico e il mondo umano interagiscono nella circolarità di rapporti dinamici, si coglie con evidenza il reciproco contributo, positivo o negativo, dell’ambiente sull’uomo e dell’uomo sull’ambiente.

Il taglio del bosco incalzante e maggiore della ricrescita, gli incendi, l’eccessivo consumo di suolo agricolo, la non sostenibile gestione delle risorse energetiche, la sovrapproduzione di rifiuti e il loro non sempre corretto smaltimento, il degrado del paesaggio producono una pressione enorme sull’ambiente, con notevoli trasformazioni che hanno una ricaduta negativa ad estensione planetaria.

In questo contesto, piante, siepi e ogni porzione di bosco restano preziose presenze e bellezze naturalistiche, costituendo ecosistemi molto importanti al fine di favorire anche la biodiversità della flora e della fauna.

Un pullulare di vita e di funzioni che il bosco ripete costantemente: trasformatore delle sostanze inorganiche, come l’acqua e l’anidride carbonica, in sostanze organiche; fornitore di ossigeno necessario alla vita; ambiente quotidiano per gli animali; elemento insostituibile del paesaggio; regolatore del clima; produttore di legname; strumento indispensabile per la difesa idrogeologica del suolo.

Inoltre, offre all’uomo una buona scelta alimentare di erbe selvatiche e di piccoli frutti, quali castagne, visciole, mirtilli rossi e neri, lamponi e fragole, gemme e bacche, pinoli, more, asparagi, funghi e tartufi.

Con la dendrocronologia, cioè,  attraverso lo studio degli anelli concentrici di accrescimento dei tronchi degli alberi, si può risalire all’età e alla ricostruzione delle vicende climatiche, considerando che l’albero, in quanto essere vivente, memorizza ogni momento della sua esistenza e che tutti i boschi hanno un’affascinante storia da raccontare.

Partendo dalle Alpi, fra le più importanti foreste storiche troviamo la Foresta del Cansiglio, nella regione Veneto, che, con i suoi popolamenti puri di faggio, è il caso più rappresentativo delle faggete del piano montano. Questa distesa di faggi ha fornito fusti dritti e snelli per le migliaia di remi necessari ad armare le veloci galere e le potenti galeazze della Repubblica di Venezia.

I dogi di Venezia utilizzarono anche i grandi abeti dei boschi di Paneveggio e del gruppo Latemar, nel Trentino Alto Adige. Nella foresta di Paneveggio svettano gli abeti rossi, ritenuti fra i più pregiati d’Europa, essendo i cosiddetti “abeti di risonanza” che hanno dato il legno per le tavole armoniche di “violini storici” quali gli Stradivari, i Guarneri e gli Amati.

Sulla scia della musica, nella fascia pede-appenninica delle Marche, arriviamo a San Ginesio, dove si onora il protettore dei musici, dei mimi e degli attori. Il 25 agosto, il Comune di San Ginesio, nel maceratese, festeggia il suo patrono, San Ginesio. Iconograficamente, è raffigurato in veste di giullare e in atto di suonare uno strumento musicale, la viola o il ribechino, come si può osservare nei dipinti quattrocenteschi di Lorenzo Salimbeni e di Pietro Alamanno nella chiesa Collegiata della centrale piazza “Alberico Gentili”.

Restando nell’Appennino, lunga dorsale di rocce e di boschi, ci inoltriamo fra le sue più antiche ed estese foreste storiche, quelle del Casentino.

Le foreste Casentinesi si estendono per migliaia di ettari dal Passo dei Mandrioli al Monte Falterona. Foreste miste, costituite in prevalenza da faggi, frassini e abeti bianchi, furono parzialmente trasformate dai monaci camaldolesi in abetine pure: cattedrali verdi a cielo aperto, con soli abeti al posto delle colonne.

La storia delle abetaie in Casentino non è stata tracciata solo dai monaci, ma anche dalla Repubblica di Firenze che, a partire dal 1300, fece dono della foresta casentinese all’Opera del Duomo di S. Maria del Fiore. Il legname, in un primo tempo, servì per il completamento della Fabbrica del Duomo, e, in seguito, alimentò un fiorente commercio di travature e alberi da navi che venivano varate nei porti del Tirreno.

Galere con alberi del Casentino combatterono nella battaglia di Lepanto, 7 ottobre 1571, nello scontro tra gli eserciti cristiani e la flotta dell’Impero ottomano. Ancor prima, dalle foreste della Toscana furono ricavate enormi quantità di aste di frassino per le guerre puniche tra Romani e Cartaginesi.

Magici, leggendari e misteriosi risultano i boschi dei monti Sibillini, che diventano più ombrosi e intriganti quando ci si avvicina alla montagna della Sibilla la quale ha dato il nome all’intera catena montuosa del tratto umbro-marchigiano: quei “monti azzurri” che il sommo poeta Giacomo Leopardi di Recanati ha consegnato alla memoria collettiva.

I boschi di querce e faggi, l’antro della Sibilla, il lago di Pilato erano conosciuti in tutta Europa, tanto che, fin dal Medioevo, furono mèta di cavalieri, negromanti, poeti, pellegrini e avventurieri. Luoghi famosi che sono un giacimento naturale e culturale, riportati, fin dal Cinquecento, nelle rappresentazioni cartografiche della ”Marca di Ancona–già denominata il Piceno” e documentati da una ricca letteratura.

A dare loro la maggiore notorietà sono stati gli scritti trecenteschi di Cecco d’Ascoli, il racconto cavalleresco “Guerrin Meschino” di Andrea da Barberino e quello autobiografico del provenzale Antoine de La Sale “Le Paradis de la Reine Sibylle”, ambedue del XV secolo.

Intrecci di leggende, di tradizioni orali, di opere d’arte, di simboli arcani, fissati sulle architravi delle chiese romaniche o sui frontoni di antichi edifici, sono stati esplorati dallo studioso Febo Allevi, e vengono tuttora raccontati e valorizzati da scrittori contemporanei, dai percorsi del Parco Nazionale dei Sibillini e dal neonato Museo della Sibilla di Montemonaco.

Sempre nelle Marche, ci si rinfranca di fronte alla chiarità della falesia del Monte Conero e ai profumi della sua vegetazione relitta di macchia mediterranea: pini, leccio, corbezzolo, terebinto, fillirèa ed altre specie favorite dal clima e dal substrato calcareo del promontorio.

La costa Adriatica si tinge ancora di verde con la pineta di Ravenna (S. Vitale e Classe).

Considerata la più nobile e antica, ha fornito tronchi e fasciame per le flotte romane e bizantine, travi e infissi per le chiese paleocristiane e romaniche.

Dall’analisi vegetazionale, si deduce che il pino domestico fu qui inserito nel contesto di alcuni tipi di vegetazione forestale ecologicamente affini a quelli mesofili e xerofili.

Il pino domestico, “Pinus pinea”, entità del Mediterraneo occidentale, fu diffuso dagli Etruschi prima, dai Romani poi, soprattutto per le necessità dei cantieri navali, e, in seguito, dai monaci benedettini. Con l’arrivo di Napoleone nell’Ottocento e durante le due guerre mondiali, la Pineta di S. Vitale subì cospicui tagli da ridurne notevolmente l’estensione.

Altri bei boschi storici italiani sono, ad esempio, la Selva dell’Abbadia di Fiastra nelle Marche, la Sila, l’antica foresta dei Bruzi, in Calabria, la Foresta Umbra sul Gargano in Puglia, l’area del Pollino, a cavallo tra Basilicata e Calabria, le leccete del Gennargentu in Sardegna, le pinete di Migliarino e S. Rossore in Toscana.

Boschi antichi e generosi che devono continuare a crescere e ad essere tutelati da una selvicoltura ecosostenibile, dalla destinazione a riserve e parchi naturali, in sintonia con la natura, la storia e il fascino del paesaggio.

 

 

TURISMO. La neutra APP e la persona in carne ed ossa (di Adolfo Leoni)

APP: parola misteriosa e magica.

C’è l’hai l’APP? Ti funziona l’APP? Hai scaricato la nuova APP?

E’ un interrogarsi continuo. Non più sul senso della vita ma sulla più moderna applicazione.

Eh sì! perché APP è solo il diminutivo esoterico di Applicazione.

Pronunci il troncamento della parola e stai bene.

Tocchi lo schermo con un dito e ti senti al settimo cielo.

Sei contemporaneo, anzi: sei futurista perché rincorri la prossima APP.

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Ne parlo perché ultimamente è divenuto il mantra, non tanto degli informatici, ma degli assessori al turismo.

Metti l’APP e il borgo più nascosto ti si svela quasi come donna compiacente.

Non c’è più angolo, piazzetta, chiesa, tempio, biblioteca, museo che possa sfuggire al turista, al visitatore, al curioso, al residente che ignorava.

Il primo comune delle Marche Sud ad usarla è stato Montedinove.

Me ne parlò il sindaco appoggiati alla balaustra della piazza alta, che si slancia sull’infinito degli Appennini. Paesaggio da poeti.

Vidi il cellulare animarsi e una voce distante e neutra, che raccontava il territorio.

Un po’ come un ton ton più seducente.

Poi è stata la volta di Monterubbiano.

Vincenzo Pagani, Chiesa del Crocefisso, Armata di Pentecoste, Complesso dei Francescani…

Poi è arrivata Amandola e il pretendente al trono di primo cittadino. Anche qui la magia dei monti Azzurri, il Beato Antonio, il museo etnologico sono elencati puntualmente da voce impersonale. A quando l’ufo robot del turismo culturale?

Nella APP c’è tutto.

Eppure qualcosa manca.

Manca un incontro, una novità, un avvenimento.

Manca un imprevisto.

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Quello di cui parlava Eugenio Montale nella sua grandissima poesia “Prima del Viaggio”.

Scriveva: «Prima del viaggio si prepara accuratamente ogni cosa. si scrutano gli orari,le coincidenze, le soste, le pernottazioni, e le prenotazioni (di camere con bagno o doccia, a un letto o due o addirittura un flat); si consultano le guide Hachette e quelle dei musei, si scambiano valute, si dividono franchi da escudos, rubli da copechi; prima del viaggio si informa qualche amico o parente, si controllano valigie e passaporti, si completa il corredo, si acquista un supplemento di lamette da barba, eventualmente si dà un’occhiata al testamento, pura scaramanzia perché i disastri aerei in percentuale sono nulla; prima del viaggio si è tranquilli ma si sospetta che il saggio non si muova e che il piacere di ritornare costi uno sproposito. E poi si parte e tutto è OK e tutto è per il meglio e inutile. E ora che ne sarà del mio viaggio? Troppo accuratamente l’ho studiato senza saperne nulla. Un imprevisto è la sola speranza.Ma mi dicono che è una stoltezza dirselo”.

Un imprevisto è la sola speranza… E forse la sola speranza è che l’APP si blocchi e si incontri una persona. In carne ed ossa.