DA IL RESTO DEL CARLINO di domenica 25 maggio 2014

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CERRETO MEDIEVALE. Il racconto della “Cerca”

Sabato 24 maggio 2014. Prima, un cammino nella campagna e nel bosco, circondati dalle lucciole e con un allocco che s’alza in volo al nostro passaggio, ascoltando le voci della natura e i versi di Omero e Alcmane sulla notte; poi, il racconto della Cerca del Graal, le canzoni di Silvia Leoni e le note di Iacopo Malaspina nella chiesa di san Michele, chiesa senza tetto.

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E’ accaduto a Cerreto medievale. Non è stato uno spettacolo. E’ stata un’evocazione.

Grazie a tutti

Il Giuramento del Cavaliere (di Adolfo Leoni)

Signore, sono inginocchiato dinanzi alla mia spada.
Ti sto pregando, le mani avvinghiate all’elsa.
La chiesa è fredda e oscura. Solo il tremolio di una candela.
Fuori, la tormenta. In lontananza, il lupo.
Anch’io mi sento un lupo, solitario e nobile,
e non temo questo mio simile. 
Altri invece sono i miei simili che temo.
E’ tornata la barbarie.
I campi sono di nuovo sfatti.
Le città in agonia, le nostre donne tremano.
Ho messo l’armatura, la pace è infranta, 
la terra dovrà essere difesa con il ferro, 
il corno ha chiamato la Compagnia a raccolta.
Ho posto al mio fianco la spada perché oggi io torno ad essere 
ciò che essi furono ieri: cavalieri, combattenti, fedeli, 
uomini mossi dal senso dell’onore.
Ho chiamato a raccolta i miei confratelli.
Stasera pregheremo insieme, in questa angusta cappella,
con le punte delle spade a toccare il pavimento
e le else a forma di croce dinanzi ad ognuno di noi.
Dacci, Signore, la forza di tornare in battaglia;
dacci l’onore di morire con il sorriso sul volto;
dacci un imperatore saggio cui obbedire per sempre.
Le nostre case non sono più sicure.

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Dacci l’orgoglio di difendere le nostre contrade, la nostra civiltà.
Eppoi… la tua volontà sia fatta.
E’ tornata la barbarie.
Mentre attendo in ginocchio la mia gente, 
mi torna l’eco dei secoli che furono:
il galoppo dei cavalli che faceva tremare la terra,
cavalieri dalle corazze e dagli elmi splendenti, dame bellissime.
Bellissime…come lei era bellissima… 
Lei. 
Il suo volto, il suo corpo, le sue mani… mi riappaiono ora, poco a poco, come un fantasma che prenda sembianze sempre più umane.
Lei. 
Quanto ho amato quel volto. Quanto quelle mani esili e lunghe. 
Quanto quella bocca dalle due pieghe di dolore.
Quanto quegli occhi densi di parole inespresse e volutamente nascoste. 
Lei. Donna di un’altra terra, nobile e forte.
Lei. L’unica a darmi pace e serenità in tempi violenti.
Lei. Sorgente di mille pensieri.
Come vorrei ritrovarla, parlarle, accarezzarla. Averla ancora con me.
“Non voglio averti e non voglio perderti”, disse l’ultima volta. 
Ma ci perdemmo per sempre…
Vorrei che la sua figura restasse impressa in una qualche parete 
di questo luogo di preghiera e di nuovi giuramenti.
E mentre lei riappare come fosse vera a riscaldarmi il cuore,
mi tornano in mente anche castelli arcigni, e battaglie, 
polvere sangue… dolore.
Lassù, sul Manardo, sopra il castello di Amandola ,
sorgeva un altro castello, quello dei Brunforte,
ed un altro ce n’era a Massa ed ancora un altro a Loro 
e a Monteverde e a Montegiorgio.
I Brunforte, i Mainardi, gli Offoni: loro sono la mia progenie.
E Mercennario. E Rinaldo, che alcuni dicono tiranno ed altri eroe,
colui che fu tradito nella altrimenti imprendibile rocca di Montefalcone, 
e trascinato a Fermo, coi i suoi figli al seguito, legato su di un asino, 
posto al contrario sulla cavalcatura. 
Eppoi decapitato… insieme ai suoi figli mentre i giovani nemici indossavano abiti da festa.
Brunforte, Offoni, Mainardi…
i Signori contadini, i Domini contadini, cavalieri longobardi e franchi. 
Nelle loro rocche, ricordo il suono dei corni che chiamavano a battaglia 
o alla festa… e il canglore delle armi.
Nelle loro rocche risuonavano i giuramenti dei nuovi cavalieri: 
la mia anima a Dio! La mia vita al mio Sovrano! 
Il mio cuore alla mia dama! Il mio onore a me!
Erano i Signori contadini…i Domini contadini, 
guerrieri devoti ai monaci benedettini-farfensi prima e ai francescani dopo, cui diedero figli e nipoti, alcuni proclamati anche beati
In queste nostre terre restava intatta e resisteva l’etica feudale. 
Resisteva ai miti pallidi delle nuove libertà comunali 
condite di mercanti e di borghesi, di commercio e di usura. 
Resisteva il legame d’onore e il senso dell’Imperium. 
L’Impero: un’idea, un mito. Un ideale che superava i confini naturali 
e univa popoli diversi. 
Questo era l’impero! L’impero che io vagheggiavo.
In quelle rocche, ricordo la mia investitura. 
Cavaliere novello, ho vestito la tunica bianca e la dalmatica dei monarchi, ho ricevuto gli speroni dai fratelli e la spada dal padrino.
Poi, tre volte l’ho brandita. 
La prima: per sfidare i nemici della fede; 
la seconda, per ricordare la promessa alle vedove e agli orfani; 
la terza, per giurare che avrei mantenuto giustizia per tutta la vita, 
un monito ai forti e ai deboli, ai miei e agli estranei.
Da quel giorno iniziò la mia Cerca. 
Quel Graal che qualcuno identificò nella coppa dove Giuseppe D’Arimatea 
raccolse il sangue di Cristo staccato dalla croce; 
quel Graal che è invece l’infinito, il mistero della vita, il senso del mio e vostro esistere, il legame tra la mia, piccola o grande azione quotidiana, 
e l’ultima stella, quella più lontana fissa nell’universo.
Non nobis, Domine, non nobis, sed nomini tuo, dà gloriam. 
Non a noi, Signore, non a noi, ma al tuo nome rendi gloria.
Voi, gente d’oggi, che ascoltate la mia voce senza vedere il mio corpo,
voi invece potrete incontrarlo, il cavaliere della cerca.
All’imbrunire, nel silenzio della quasi sera rotto dal frusciare del vento, quando il buio non ha prevalso sull’eterno ritorno della vita, 
i Monti Azzurri staccano il loro profilo sull’orizzonte.
È quello il momento per vederlo. O per credere… di vederlo.
“Guarda, figlio mio, – indicavano i padri di un tempo – il Guerin Meschino è là, lungo il fianco sinistro della Sibilla, intento nella Cerca incessante dell’antro. Il suo Graal è nascosto nella pancia del monte. 
E là si trova – gli hanno detto – la risposta all’incessante domanda d’ognuno: chi sono io?”. 
Sibilla maga, Sibila profetessa, Sibilla anticipo della Vergine Maria.
Leggenda, storia, fantasia, verità. L’eterno intrico della vita. 
Ma è bello sognare perché il sogno scoperchia, infrange, 
sconvolge un oggi troppo uguale e insensato.
E allora, qualche padre conduce ancora suo figlio a S.Angelo in Montespino, il piccolo tempio cristiano di fronte alla montagna e alle leggende;
qualche padre attende il tramonto e, quando il sole scende e sembra morire dietro alla catena dei Sibillini, quel padre indica al figlio il monte fatato, 
e avverte: 
“Là, sul fianco sinistro della montagna; là – vedi? – c’è un cavaliere, 
è Guerino, il cavaliere della Cerca, lui come tanti, come me, 
ascende il monte della maga, chiede alla profetessa, cerca la propria via all’annunciatrice della Vergine. Cerca, cercando se stesso”.
E, mentre l’indice descrive e indica la montagna, risuona da ere lontane un corno, forse il corno di Boromir. E il corno sveglia, scuote 
e chiama a raccolta, di nuovo e per sempre, questa nostra Compagnia. 
Cioé: un altro mondo, un’altra gens, un altro ordine. 
Perché “Nessuno – dicono le storie d’un tempo – nessuno, 
nonostante i disastri, nonostante l’usura, nonostante la barbarie, 
potrà mai impedire al sole di sorgere di nuovo”.

Adolfo Leoni

dal libro “Alla mia Terra. Racconti e Leggende di un amante quasi deluso”

Il Cammino dei Viandanti

Domani (sabato 24 maggio) ci ritroveremo alle ore 20:45, all’imbocco per Cerreto.
Compiremo un percorso attraverso la campagna e un bosco; attraverseremo un rio e arriveremo al Borgo medievale muniti di fiaccole.
Lungo la strada, leggeremo brani dell’Iliade, Eneide e poesie sul significato della “Notte”.

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Alle 22:15 (circa), nella chiesa senza tetto di Cerreto, Adolfo Leoni proporrà una serie di racconti sulla Cerca del Graal, Silvia Leoni eseguirà alcune canzoni in italiano, spagnolo e portoghese accompagnata alla chitarra da Iacopo Malaspina.
L’Associazione Antichi Sentieri – Nuovi Cammini vi attende.

MAFIA UNO E MAFIA DUE. ENTRAMBE PERICOLOSE (di Adolfo Leoni)


Qualcuno ha scritto: piccolo terremoto in Municipio; qualche altro: forte terremoto in Comune. 
Non ha tremato la terra a Fermo. A tremare sono invece la politica, i gruppi finanziari e i faccendieri.
La vicenda dell’ipermercato Coop di via Respighi sta avendo sviluppi clamorosi. 
L’ipotesi è quella di una cupola di personaggi più o meno noti che avrebbe bloccato i lavori della Cosmo srl per ridurre sul lastrico l’impresa e costringerla – unica possibilità di salvarsi – a vendere a due soldi i lotti di Casabianca.
Lotti che, acquistati a poco, sarebbero stati rivenduti a tanto ad un gruppo immobiliare russo.
Il GIP ha emesso sette avvisi di garanzia. E se le voci che spifferano dagli inquirenti sono giuste, altri avvisi sarebbero pronti alla firma.
Se le ipotesi di reato odierne: tentata concussione, abuso d’ufficio, millantato credito; e quelle probabili: associazione a delinquere e corruzione, dovessero essere confermate, saremmo di fronte a fatti devastanti con collusioni tra ambienti politici, economici, legali e imprenditoriali.
Però bisogna essere cauti.
Innanzitutto, gli avvisi di garanzia non sono condanne. E il nostro diritto, sino a prova contraria e alla faccia dei populismi di “mani pulite” prima e seconda maniera, è sempre fondato sulla presunzione di innocenza. 
Fino a condanna definitiva non possiamo parlare di colpevoli.
Il Procuratore Seccia si sta dando molto da fare. E siamo molto trepidanti di vedere i risultati.
Detto questo, ci sentiamo di aggiungere che ogni territorio ha una storia ancora a sé. La Puglia non è le Marche. E usare la stessa lente di ingrandimento potrebbe avere conseguenze distorcenti.
Che il malaffare abiti anche qui non è una novità. 
Eravamo e siamo sommamente convinti che il malaffare sia legato al clientelismo politico: io ti concedo qualcosa in cambio del tuo consenso elettorale. Quello che gli esperti definiscono “mafia due”.
Se si scoprisse invece la presenza di una vera e propria cupola affaristica, saremmo già nel caso della “mafia uno”.
Ma se ci attardassimo a cercare unicamente la “mafia uno”, che magari ancora non c’è, lasciando perdere la “mafia due”, non avremmo certo fatto un buon “affare”.

IL LINGUAGGIO CHE SPARISCE E QUELLO CHE PERMANE (di Adolfo Leoni)

Vorrei raccontarvi un fatto che mi è capitato giorni fa durante un incontro in una scuola elementare.

Siccome gli alunni erano piuttosto vivaci, a un certo punto ho detto che la loro maestra era proprio un’eroina.

Un vispo ragazzino ha replicato: allora si droga.

Da un bambino di sette anni non si percepisce alcuna malizia. Ma una trasformazione del linguaggio e dei suoi significati, quella la si percepisce.

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Il significato di eroina: eroe al femminile, sembra andato perduto. Acquisito invece quello della sostanza stupefacente.

L’ossessione televisione di certi telegiornali riduce il vocabolario, trasforma le parole, e le fa equivocare in maniera preoccupante.

Di fronte a queste sfide, come quella del linguaggio e dell’immagine tv, il ruolo dell’insegnante diventa ancora più importante.

In una intervista di qualche tempo fa, il regista Alessandro D’Alatri ha parlato dei docenti come di necessari testimoni di cultura.

O testimoni di cultura oppure mestieranti.

Rivolgendosi agli studenti ha detto loro: «Ottimi maestri sono i libri: un libro non vi tradisce mai».

D’Alatri ha anche aggiunto che c’è necessità di poeti, che sono coloro che «meglio esprimono il senso di asfissia spirituale che affligge la nostra società».

Sabato pomeriggio ho condotto una trentina di ragazzi delle medie inferiori, più una decina di adulti, alla scoperta della stupenda chiesa longobarda di San Paolino di Falerone.

Il tempo s’era fatto bello e l’orizzonte terso consentiva quasi di toccare le vette dei Sibillini.

Nel piccolo tempio, i ragazzi del Graal hanno cantato la canzone del cantautore argentino Victor Heredia: Ojos de cielo, che fu interpretata dalla grande Mercedes Sosa.

Poco dopo, un medico-umanista ha declamato della Divina Commedia il canto XXXIII: quello di san Bernardo alla Vergine.

Linguaggi molto lontani da quelli odierni: commercial-televisivi.

Linguaggi che però hanno affascinato in quanto contengono un significato profondo.

Perché la Bellezza, ripete il poeta scrittore Davide Rondoni, ferisce il cuore, lo commuove e fa amare la vita..