STUPIRSI PIACEVOLMENTE TRA LE CAMPANE E IL SILENZIO (di Adolfo Leoni)

Fermo 2004: in piazza del Popolo è quasi buio. Luci attenuate e gruppetti di persone in attesa di quell’”imprevisto che solo ci salverà” come nella celebre poesia di Montale.

Il grande storico medievalista Franco Cardini si guarda intorno. Abituato com’è ad incontrare stranezze, stavolta non si capacita.

Che sta accadendo?

All’improvviso plana una voce dall’alto. Una delle cinque campane – forse la Viola – della Torre del Duomo inizia la sua “conversazione”. Prima, sottovoce, poi sempre più prorompente.

Qualche minuto più tardi, la risposta. Quasi un’eco. E’ quella della campana di San Domenico. Un duetto. Un dialogo.

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Quindi, s’aggiungono la campana della Chiesa del Carmine e quella di San Gregorio. Un pentagramma di rintocchi.

Cardini è stupito (e non è facile stupirlo). Il concerto di campane ha fatto centro. Ha svegliato una città magica e addormentata.

Era il Festival Europe, pensato dall’indimenticabile poeta, scrittore ed educatore Antonio Santori, sostenuto dall’allora sindaco Di Ruscio e sposato dall’assessore alla cultura Fabrizio Emiliani.

Un concerto di altre campane venne ripetuto a Fermo nel 2009, dinanzi alla chiesa di San Zenone, in occasione di “Golosari a piazzetta”.

Le campane: la voce della comunità, il twitter per la gente, capace di annunciare un matrimonio o una morte, la festa o l’incendio, l’Angelus o un saccheggio.

I colpi di stato, come prima cosa, ammutoliscono radio tv e stampa. I francesi invasori e depredatori del 1798-99 vietavano il suono e fondevano le campane. Gli islamici estremisti fanno ugualmente. Zittire le voci prima che sveglino le menti.

Sabato cinque e domenica sei luglio arriveranno a Fermo decine e decine di “campanari”. E’ la loro festa, il sesto raduno nel Centro-Italia. Postazioni mobili accoglieranno gli intervenuti, un filmato sarà proiettato sulla facciata del Duomo.

La Torre campanaria sarà accessibile per visite guidate. Il Campanone accoglierà i visitatori.

A una cinquantina di chilometri nell’entroterra sarà invece “Il silenzio” a dominare le alte colline che s’avvicinano ai Monti azzurri. Smerillo, soprattutto, e poi Montefalcone ed altri luoghi ancora ospiteranno dal 20 al 27 luglio la quinta edizione del Festival “Le parole della montagna”. Fra gli ospiti dell’edizione 2014, ci saranno lo scrittore Enrico Camanni, l’alpinista Spiro Dalla Porta Xydias, la documentarista e desertologa Carla Perotti,  il teologo Luciano Manicardi e l’alpinista Silvio “Gnaro” Mondinelli, la giornalista Espedita Fisher e Swami Atmananda, l’eremita dell’Armonia Primigenia, un Eremo sulle pendici della Piccola Sila catanzarese. La cerimonia di apertura del Festival si è svolta a Roma, il 23 giugnopresso il Complesso Monumentale di San Salvatore in Lauro.

“Costruire luoghi contro l’inclemenza dei tempi” suggeriva Nicolas Gomez Devila. Contro la nuova e incipiente barbarie, il teologo ortodosso Olivier Clement proponeva luoghi di accoglienza e resistenza. Su questa terra profondamente segnata dalla presenza monastica forse sarebbe il caso di riproporre l’ora, lege et labora di Benedetto. Perché, concludendo con Giovanni Lindo Ferretti: «Non credo che telefonando, fotografando, in rete collegati ed informati cresca di un’oncia la meraviglia del vivere» .

 

 

 

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Prima di crescere gli atleti dovremmo far crescere gli uomini.  

Da dove venivano i più grandi calciatori sino a 20 anni fa?

Venivano dagli oratori, dove prima di tirar calci alla palla si parlava anche di altro. Anzi, quell’Altro, con la A maiuscola, era tra i passaggi in campo, tra i tiri in porta e magari anche nelle imprecazioni per un fallo subito o compiuto. Era l’oratorio e i quattro palleggi della canzone di Celentano

Si diventava prima uomini poi calciatori, o, se meglio credete, si diventava calciatori diventando uomini.

Guardo oggi le foto di Mario Balotelli e vedo un ragazzino spaurito e prepotente, supponente perché immaturo e soffocato di quattrini.

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Chi oggi lo critica sulle pagine dei giornali o nelle rubriche televisive, ieri lo ha osannato sotto i riflettori. Ha creato artificialmente un personaggio e al primo errore – o ai tanti ultimi errori – lo ha affogato e gettato via.

Il successo, l’immagine, i tanti euro…

Ma nessuno s’è chiesto con quali valori è cresciuto questo ragazzone nero?

L’andarsene senza salutare Pirro, l’aver inforcato la cuffiette e l’essersi chiuso nel suo solipsismo, non è un gesto scorretto, è l’unico gesto di una persona sola, come oggi la cultura e il potere ci vogliono. Basta un attimo guardare in giro gli altri ragazzi…

A questo bamboccione d’oro forse nessuno ha detto che essere persona vuole dire costruire e stabilire relazioni, non solo quelle sessuali. Quelle relazioni che fanno crescere l’uomo nel lavoro, negli affetti, nella famiglia, e sono più che necessarie proprio in un campo di calcio.

Allora, prima di indicare pollice verso, prima di incolpare un ragazzino viziato, forse dovremmo chiederci se questo calcio miliardario, questo lucore plastificato,   non sia tutta una finzione, un circo sub-umano. Una finzione che vuole in campo idoli dai piedi d’argilla, dal cuore tremulo, e dalla volontà sfarinata.

Quell’Italia siamo noi

Gli Azzurri tornano a casa. Il Mondiale è finito. Prandelli e Abete hanno rassegnato le dimissioni. La delusione dei tifosi è grandissima.

Gli undici ragazzi ben pagati non ci hanno fatto sognare. Ci hanno solo intristito

E, forse, è meglio così.

E’ meglio che non ci abbiano distratto, illuso, fatto guardare altrove.

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E’ meglio, forse, che abbiano rappresentato fino in fondo il Paese-Italia così com’è.

Cioè: demotivato, privo di amor di Patria, incapace di reagire, senza un sussulto d’orgoglio.

Siamo dispiaciuti, come tutti, della sconfitta, del goal uruguayano, del morso di Suarez, dell’espulsione che non c’era.

Ma questa è la durezza, ovviamente sotto altra veste, che ogni giorno i piccoli imprenditori incontrano, le famiglie vivono, la gente comune sopporta.

Ora, tornati a casa, il male peggiore, in campo calcistico e in altri campi, sarebbe il compiangerci, l’accusare gli altri, il prendersela con qualcuno.

Sarà bene invece capire sino in fondo perché questa Italia è così stracca, abulica, soccombente.

Prima del match, Prandelli, in conferenza stampa, aveva parlato del bisogno di un certo patriottismo.

Per come è andata a finire, tra gli Azzurri ce n’è stato ben poco.

Allora, più che tra i pali della porta o in centro-campo o in area di rigore avversaria, quel senso di unità e di patria, dovremmo riscoprirlo anche altrove.

E’ cosa difficile. Non si sa dove appoggiarlo, ma da qualche parte bisognerà pur ricominciare.

Forse, dalle cento-mille cittadine di periferia, dalle piccole comunità territoriali, dove ancora un senso di appartenenza sopravvive.

Alimentarlo e sostenerlo sta ad ognuno di noi.

Pena: il declino e la sconfitta, come ieri sera in Brasile, contro l’Uruguay.

RESISTENZA NATURALE. DAL #VINO. DALLA #CAMPAGNA  (di Adolfo Leoni)

#Sgaly di #Ortezzano, La Collina, #Madonnabruna, Ortenzi e Santa Liberata di Fermo, Castello Fageto di Pedaso, #Lumavite di Rapagnano, Dezi e la Cascina degli Ulivi di Servigliano, #Maria Pia Castelli di Monteurano, Rio Maggio di Montegranaro, Vinicola Di Ruscio di Campofilone… Si potrebbe ancora continuare.

Il vino è apprezzato. Le nostre colline sono benedette. In autunno torniamo a respirare il profumo delle cantine riaperte.

Non è stato semplice puntare sul vino, su quello di qualità, commentano i vignaioli-imprenditori. E’ lavoro duro in campagna, tra le vigne, e un lavoro duro sui mercati europei e internazionali dove il “simil vino” tenta di insinuarsi e dove si può rispondere solo con un buon prodotto e l’educazione al gusto.

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Per celebrare questo “mondo” e i suoi coraggiosi donne e uomini, il regista Jonathan Nossiter ha realizzato un film dal titolto “Resistenza Naturale”. La pellicola verrà presentata in anteprima regionale al Multiplex Super8 di Campiglione di Fermo, martedì 24 giugno alle ore 21.

Il film è la storia vera di alcuni vignaioli che interpretano se stessi.

Nel loro antico monastero dell’XI secolo, in Toscana, Giovanna Tiezzi e Stefano Borsa hanno creato un legame con l’antica cultura etrusca grazie alla loro cantina e alla produzione di vino, cereali e frutta. Corrado Dottori e Valerio Bochi, provenienti dalla super industrializzata Milano, si sono trasferiti nella cascina dei loro nonni nelle Marche, a Cupramontana, dove si impegnano per una espressione rurale di giustizia sociale; Elena Pantaleoni, ex bibliotecaria, lavora nei vigneti di famiglia in Emilia sforzandosi di fare della sua tenuta una realtà ideale; Stefano Bellotti è considerato il Pasolini dell’agricoltura italiana, un contadino-poeta che ha sconvolto con la sua fattoria d’avanguardia il Piemonte. Ma non è semplice.

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Dinanzi ci sono tanti ostacoli.

Al Super 8 di Fermo la pellicola sarà presentata dal vignaiolo-attore Corrado Dottori. Seguirà la testimonianza di Maria Pia Castelli, una donna che si muove con grande passione tra le sue vigne fermane.

Resistenza naturale non è solo un film esclusivamente sul vino, come poteva essere l’altro di Nossiter (Mondovino), è un film sull’agricoltura, sui valori che questo ambito porta con sé, sulla cultura contadina vista attraverso l’obiettivo della macchina da presa,. “E’ un risveglio di contadini illuminati – come lo definisce lo stesso regista – che ha contagiato anche grandi aziende in Francia, come Romanée Conti, in Borgogna”.

Maria Pia CastelliImmagine

A dieci anni di distanza da “Mondovino”, l’universo enologico è cambiato proprio come il mondo stesso e il nemico è di gran lunga superiore alla minaccia della globalizzazione.

I “rivoluzionari” del vino naturale, che lottano contro “il nuovo ordine economico mondiale”, offrono un modello di Resistenza incantato e gioioso. Una resistenza che nel film intreccia documentario e finzione, nella speranza di risvegliare il ribelle nascosto in ognuno di noi.

Al termine della proiezione di martedì prossimo, Maria Pia Castelli proporrà un brindisi con i suoi grandi vini.