DANTE IL CAMMINATORE

CA 31 agosto 2014

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IL CUORE NEGLI SCRITTI DI SUSANNA POLIMANTI. LE CANZONI DI VELIA. I VIRTUOSISMI DI COSIMO. LA BRAVURA DI ELEONORA. LA PASSIONE DI NUNZIA

Ieri sera, ultimo appuntamento della rassegna culturale e musicale “Di Villa in Villa”.

Sede prescelta: La Cisterna Art Café di Fermo, quartier generale dell’associazione ArmonicaMente di Nunzia Luciani (senza scordare Carlo Iommi), mente cuore e braccio degli eventi estivi nelle più belle ville (ma non solo) del Fermano.

nunzia-lucianiNunzia Luciani

Raccontare la serata ricca di spunti non è semplice. Lo facciamo partendo dalla fine. Dall’ultima canzone che la simpatica e dotata Velia Moretti De Angelis, accompagnata al piano dalla brava Eleonora De Angelis, propone ai numerosi presenti.

“Santa Lucia” nasce come canto napoletano. Ed è la prima canzone del Risorgimento tradotta in italiano. E’ un classico conosciutissimo. E gli intervenuti la cantano insieme alla soprano.

La gente si guarda attorno per constatare se anche il vicino faccia altrettanto. E’ come un improvviso ritrovarsi, soddisfatto, su qualcosa che unisce, che mette insieme, che cementa.

In tempi di sgretolamento e solitudini, sentirsi, anche solo per un istante, un cuor solo, ha un valore inestimabile. La canzone produce unità.

Del cuore, parla la scrittrice Susanna Polimanti. La ragione non basta, il razionalismo è limitato, diventa una stanza chiusa, buia, alla fine asfittica. La finestra da spalancare, dove prendere luce, è quella del cuore, dei sentimenti, dell’affetto. Sì, come l’affetto gratuito che ha imparato, incredibilmente, guardando il suo cane Strauss. Gli ha dedicato il primo libro: “Due cuori e una cuccia”, dove Strauss non solo è protagonista ma è voce narrante, colui che racconta, che racconta della sua padrona.

susannaSusanna Polimanti

Evoca “Il piccolo principe” di Saint Exupery, dove è la volpe che interloquisce con il nobile/mignon.

A Daniela Agostini, poetessa e attrice, il compito, superbamente assolto, di proporre e interpretare alcuni passaggi del volume. Mentre lei legge, Susanna fissa lo sguardo e annuisce sorridendo. Meglio non saprebbe fare.

L’altro libro della Polimanti è “Lettere mai lette”. Cioè: scritte e mai inviate al destinatario, parole del cuore messe su carta e gelosamente serbate in un cassetto, per pudore, per riservatezza.

Collezionate dai quattordici anni in su, sono state ritrovate da qualche tempo e, superata la fase della discrezione, sono diventate pubbliche.

Un gesto di maturità, perché, “se la scrittura è catarsi, la pubblicazione è confessione”.

L’ultimo libro s’intitola “Penne d’aquila”, un romanzo che molto ha di autobiografico: il distacco dalla famiglia, gli studi universitari in una grande città, la laurea, il lavoro, i licenziamenti, le novità.

E’ la storia di Virginia/Susanna alla ricerca di sé, di una ragazza normale eppure “diversa dalle sue coetanee”.

A quando un nuovo libro? Ci sta lavorando. Sarà una sorta di romanzo storico della sua famiglia, che possiede il castello di Monsampietro Morico, dove non mancherà lo sfondo psicologico: la ricerca dell’anima e del cuore, che sono le cose che Susann più ama.

Intanto compone Aiku, poesie sullo stile giapponese, di tre versi in tutto.

Perché? “Perché – risponde – sono uno sguardo immediato sulle cose, come uno scatto fotografico”. Istantaneo.

Nella tradizione di Di Villa in Villa, il gran finale, come dicevamo, è riservato alla musica.

Cosimo Moretti De Angelis si esibisce al violino, accompagnato da Eleonora, nel “Trillo del diavolo” di Tartini, e Velia propone tre sconosciute eppure godibilissime romanze da camera (Sogno, Parla!, Nella notte d’april) di Francesco Paolo Tosti.

Applausi e richiesta di bis. Bella serata.

Il segreto di Nunzia Luciani? Toccare il “cuore” degli intervenuti con proposte mai scontate e, soprattutto, che abbiano un significato profondo.

La fidelizzazione sta tutta lì.

Arrivederci al 2015, come dice il gentile Gian Vittorio Battilà,   presentatore ufficiale.

UN PICCOLO AGRITURISMO E UNA PROPOSTA INTELLIGENTE. CAPITA A MONTEGIBERTO  

Una piccola-grande cosa. Ovvero: come legare turismo, clienti, ambiente, storie fantastiche e cibo.

Capita a Montegiberto. In un accogliente agriturismo. Si chiama “Alla Corte di Carolina”. E già il nome è intrigante.

L’appuntamento è diventato nel tempo tradizionale: il 16 agosto di ogni anno i clienti della struttura diventano per una sera registi e attori di un lavoro preparato con attenzione nei giorni di villeggiatura.

Quest’anno, causa tempo incerto, l’iniziativa è stata spostata alla giornata successiva. Il 17 agosto si è andati in scena.

Vengo a conoscenza della “cosa” grazie ad una mail di Guglielmina Rogante. La gentile e capace professoressa mi invita a partecipare spiegandomi che il progetto (Dietro il paesaggio) va avanti da quattro anni, che lo si deve ad Anna e Daniela Monaldi (le titolari della struttura), che lei stessa parlerà di acque, di fossi, di rii, del fiume Ete, di miti, fate e lupi mannari, che coinvolta nell’operazione è l’inossidabile maestra Zeffirina, che alcuni spunti sono stati presi dal libro “Alla mia Terra. Racconti e leggende di una amante quasi deluso”.

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La conclusione della mail mi incuriosisce ancora di più. La professoressa scrive che “così continuiamo a tessere questo cerchio della cultura locale, in maniera un pochino (non dico tanto) più filologica”.

Cultura locale: mi ha convinto. E così sono andato.

L’agriturismo si trova in Contrada Santa Lucia, aperta campagna, vista bellissima su mare colline e monti. C’è molta gente, tra cui la presidente dell’UTETE (Università del Tempo libero) Mara Cherubini, un altro caterpiller. L’Utete come la Provincia e il Comune ha sposato l’iniziativa.

E’ il secondo pomeriggio e fa fresco. Dinanzi ai partecipanti viene posta una antica mappa colorata di Montegiberto con evidenziati tutti i corsi d’acqua e la vecchia toponomastica (una ricchezza per identificare chiese e pievi scomparse). Preso atto della geografia (che è lo scenario della storia), si scende verso il più vicino rivo. Il luogo è incantevole e incantato.

Ci accoglie una spianata tra due colline. Lo spettacolo comincia. Da dietro una curva scende il sig. Attilio, ospite della struttura ricettiva, e, nelle vesti di attore-regista, racconta ad un ragazzino, anch’egli ospite, e armato di arco e frecce, di un famoso consesso di fate. E le fate ci sono davvero, scendono anch’esse dall’alto, e ballano tenendo insieme un velo colorato. Un’anziana prende la scena. In arte è Zena, e canta “a batocco”, con domanda e risposta. La storia è quella di Giacomino, che trova un tesoro, scopre che le fate non hanno piedi umani, perde le sue ricchezze e costringe quegli esseri stupendi ad abbandonare per sempre il luogo del consesso.

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Gli applausi non mancano.

Si torna all’agriturismo per ascoltare la signora Guglielmina che condisce letteratura a storia a leggende a gastronomia. Acqua come bene prezioso e simbolo religioso.

Proposta intelligente, dicevamo all’inizio. Perché capace di coinvolgere e legare i turisti a questa Terra di Marca per i suoi aspetti più suggestivi: territorio, leggende, cibo, ospitalità. Una ricetta esportabile.

Voto: nove.

 

IL MOVER E GLI ALPINI

In questi giorni di quasi ferie ho letto un libro terribilmente bello.

S’intitola “Mover. Odissea contemporanea”.

Lo ha scritto un giovane marchigiano (è di Montegiorgio), filosofo ed economista.

Michele Silenzi ha studiato a Roma e a Shangai. Ha lavorato nel settore dell’investment banking di Milano e Londra. Ha girato il mondo da nord a sud, da est ad ovest. Ne conosce tanto.

Bello il libro lo è per come è scritto (ricco di immagini, rapido, secco, dritto al problema, senza peli sulla lingua); terribile, per quanto racconta fotografando impietosamente l’oggi.

L’immagine che ne scaturisce è quella di una società sempre più liquefatta, anzi: neppure è più una societas, è invece un assemblaggio di individui impegnati in una corsa costante, in una competizione forsennata.

«Sono costantemente in competizione con tutto il mondo» scrive Silenzi a pagina 43. La globalizzazione mondiale è come un mare popolato di squali, dove occorre farsi squali, dove le radici vengono recise, dove si coglie al volo l’attimo prendendo solo ciò più fa comodo al momento.

Silenzi fa a pezzi ogni politicamente corretto (lo statalismo, il livellamento, la scuola pubblica, le mode salutiste…) per essere libero così da ogni condizionamento e costruire la propria esistenza. Sono io il facitore della mia vita, sembra dire e dice.

«Sono in uno stato di mobilità costante – precisa – non solo riguardo al mondo ma anche riguardo a me stesso. La mia casa è l’incertezza, le oscillazioni, le fluttuazioni che si propagano su tutto l’arco della mia esistenza dando forma al mio passato, stabilendo il presente e creando una molteplicità di vie per il futuro».

L’autore è molto oltre la società liquida di Bauman, e molto oltre l’ottocentesco Nietzsche. In una recensione è stato definito “anarco-capitalista”.

Credo che abbia digerito anche Max Stirner.

Mentre leggevo il libro – che non può mancare in una biblioteca casalinga – pensavo anche alla crisi economica. E la mente ha preso a vagare. Mi sono tornati in mente alcuni libri di Mario Rigoni Stern e, soprattutto, di Eugenio Corti (Il Cavallo Rosso). Entrambi hanno scritto della ritirata di Russia nel 1944-45.

berretto alpino

I quasi unici reparti in armi, che aprirono un varco al resto dell’esercito italiano accerchiato dal nemico, furono gli alpini. Sicuramente ben addestrati. Ma ancor più sicuramente espressione di un mondo e di una cultura solidale, di gruppo, di rapporti forti tra persone, che ne avevano e ne hanno plasmato la coscienza, l’intelligenza e l’operosità.

Ho risentito alcuni canti delle Penne nere. Parlano di bellezza, di gratitudine, di patria, sono pieni di struggente malinconia ma anche di forza e di voglia di vivere.

Gli alpini ci sono sempre. Ogni disgrazia li ha visti in prima linea, a rimboccarsi le maniche e lavorare in silenzio. Fratelli tra fratelli.

Quale esempio per uscire dalla crisi e affrontare le sfide sempre più crude del futuro?

Se il Mover è figlio dello sgretolamento, ne prende atto, ci convive, e tenta di superarlo, l’alpino è figlio delle radici, di una comunità, di un senso dell’esistere che va costruito insieme.

Il primo naviga il fiume in piena. Il secondo cerca di costruire argini e borghi sicuri.

 

 

UN TEMPO SI VEDEVANO LE COSTE DALMATE. OGGI SOLO RAMI. LE MANCATE POTATURE. BENVENUTI TURISTI  

Di cosa si vantavano i fermani qualche anno addietro con i turisti?

Di vedere le coste dalmate nelle giornate limpide di maggio e settembre.

Luogo prescelto: la balconata del Girfalco.

Chi ne sapeva di più aggiungeva che la distanza tra Porto San Giorgio e le prime isole era di appena 80 miglia marine: circa 150 chilometri.

Poi le giornate limpide sono diventate sempre più rare e allora l’occhio umano è stato potenziato con il cannocchiale fisso.

Qualcuno lo ricorda ancora: un piedistallo di cemento in mezzo ai pini marittimi, una colonna grigia e un tubo dello stesso colore con cui scrutare l’altra sponda del Golfo di Venezia oggi mare Adriatico.

Mi sembra fosse a pagamento. Qualche lira per godere un panorama stupendo.

Poi, raccontano, ma questa potrebbe essere solo una voce, i gestori di camping di Marina Palmense invocarono privacy per i loro clienti.

Sembra che qualche guardone invece di coprire le 80 miglia con le lenti dell’attrezzo, puntasse il cannocchiale sugli accampamenti in attesa di qualche giovane più o meno discinta.

Com’è come non è, il cannocchiale è sparito, e anche il piedistallo è stato rimosso.

I turisti frequentano ancora il Girfalco. Anzi, con la pioggia di questa capricciosa estate lo hanno vissuto molto di più senza consultare guide e siti turistici.

La balconata continua ad avere il suo fascino attrattivo. Però, che le giornate siano limpide o piovose, le coste dalmate non si scorgono più. E questo è spiegabile con il clima mutato e le bizzarrie del tempo.

Un po’ meno spiegabile è che anche il mare, la spiaggia, il porto e una stessa porzione di Porto San Giorgio siano spariti dagli sguardi. Nessuna magia o peggio.

Rami sempre più frondosi e vegetazione sempre più rigogliosa hanno preso il sopravvento. Sono diventati l’unico sfondo possibile. Il solo orizzonte.

Appoggiati al balcone fermano vediamo solo foglie e foglie e foglie ancora. La mancata potatura dei mesi scorsi impedisce ogni vista, “dell’ultimo orizzonte il guardo esclude”.

Probabilmente una scelta leopardiana, atta a potenziare la fantasia d’ognuno.

Una fantasia che ulteriormente si potenzia sprofondati nelle panchine talmente infossate da essere ormai più adatte ad una giapponese cerimonia del tè che ad accogliere un vacanziere di media statura in cerca di “visioni”.