TREBBIATRICI E TRATTORI DI CONTRADA. L’estate nelle campagne marchigiane (di Liana COGNIGNI)

La gigantesca trebbiatrice del grano era senz’altro la “macchina regina” che regnava incontrastata nelle campagne marchigiane, almeno fino agli anni Sessanta del Novecento.

Nella mia contrada operosa, naturale e solare di Castagneto, nel territorio sud del Comune di Montegiorgio, le calde estati, con le piogge molto scarse, venivano scandite dai raccolti della campagna, in particolare, dalla mietitura del grano e dalla sua lavorazione.

Tutte le famiglie della contrada si aiutavano a vicenda e, rispettando il turno, si movimentavano per piazzare la trebbia nella propria aia, al fine di riempire sacchi di grano e modellare voluminosi pagliai, frutto di tante fatiche e aspettative.

Lo sferragliare delle sue ruote di metallo sulla breccia, il rumore del motore a scoppio dei trattori, il movimento dei setacci e dell’elevatore della paglia (scalo’) durante la trebbiatura risuonavano per tutte le campagne vicine.

Il giallo-oro delle pagliuzze e la polvere della pula coloravano l’aria che diventava secca e grattava in gola.

Il fischio della sirena, all’inizio e a fine trebbiatura, era come se volesse sottolineare il fattore collettivo dell’importante impegno della stagione estiva.

Un lungo e duro lavoro che, però, aveva il pregio di animare sia gli adulti, sia i bambini e rifocillare tutti con pasti squisiti e abbondanti. Anche i cagnolini, seguendo il loro padrone, partecipavano al raduno!

Trebbiatura a casa di Cesare Romagnoli, anni '40Trebbiatura a casa di Cesare Romagnoli, anni ’40

Negli anni Quaranta, a Castagneto, lavorava la trebbia MAIS (Meccanica Agricola Industriale Suzzarese), costruita nella provincia di Mantova. L’Officina Casali di Suzzara, trasformata in MAIS, nei decenni successivi alla nascita delle prime fabbriche ed officine meccaniche, raggiunse un livello di sviluppo tale da diventare, intorno alla prima guerra mondiale, la principale produttrice italiana di trebbiatrici.

 

 

Negli anni Cinquanta, sempre a Castagneto, circolava la rossa trebbia MANSAL da Legnago (Verona) dei fratelli Ricci.

Poi si sono alternate la SAIMM da Tresigallo (Ferrara) di Pericle Gentili e la RECCHIONI di Primo Vita, prodotta al Tirassegno di Fermo.

“Luigi & Aberto RECCHIONI di Fermo, riparatori di macchine agricole nonché rappresentanti nelle Marche della celebre trebbiatrice ungherese Hofherr Schranz, assai diffusa in Italia negli anni Venti e Trenta, cominciarono a costruire in proprio, sin dal 1939, un notevole e bellissimo esemplare di trebbiatrice da grano, ispirata tipologicamente alla predetta marca d’oltralpe, che divenne la più popolare ed apprezzata dagli operatori marchigiani del settore, insieme alla Rossini di Macerata, alla Saima di Piacenza e alla Carra (La Virgiliana) di Suzzara (Mantova).

Avere una Recchioni è stato, fino ad almeno tutti gli anni Sessanta (che coincisero con la cessazione definitiva della fabbricazione), un motivo di orgoglio per molti trebbiatori e non è impossibile ammirarne ancora degli esemplari, ottimamente restaurati, nelle pittoresche rievocazioni estive presso i più svariati Comuni marchigiani” (da: “Una storia marchigiana: le macchine trebbiatrici” di Roberto Recanatesi, al Museo di Storia della Mezzadria “Sergio Anselmi” di Senigallia, luglio 2014) .

Il funzionamento delle prime trebbie richiedeva molta manodopera e numerosi macchinisti a seguito. Essendo prive dell’elevatore a nastro (imboccatore) per i covoni, questi venivano passati manualmente dal barcone sopra la trebbia. Il macchinista, sistemato davanti al battitore, lo alimentava gradualmente per evitare intoppi all’insieme del funzionamento, cercando di distribuire il covone dopo essere stato slegato.

Dalla fine anni Cinquanta in poi, la trebbia era provvista dell’elevalimentatore (imboccatore), ruotabile e regolabile in altezza. Appoggiato sul barcone, con una manovella di regolazione veniva abbassato man mano che gli strati di covoni diminuivano; i covoni slegati, con le spighe rivolte verso la trebbia, venivano contenuti e guidati al battitore da due pareti di latta: a Castagneto erano diffusi gli imboccatori dei fratelli Zaffrani di Corridonia (MC).

I Fratelli Zaffrani di Zaffrani & C. s.a.s., tuttora operanti nel campo della costruzione, riparazione ed ammodernamento di macchine agricole e industriali, iniziarono la loro attività nell’estate 1959 con la costruzione e fornitura di imboccatori per trebbiatrice e sgusciatrice di semi diversi (ad esempio, erba medica), continuando la produzione dei vicini Torresi.

Pietro Torresi, trebbiatore della contrada di San Claudio in Chienti, con l’aiuto dei figli Enrico, Primo ed Enzo, fu uno dei primi (insieme alla famiglia Barigelli di Cingoli) ad intuire l’utilità dell’applicazione dell’imboccatore in lamiera, che rese, tra l’altro, la trebbiatrice ancora più alta e più macchinosa nelle manovre e nel traino, richiedendo maggiore accortezza, specialmente nel percorrere le strade, a tratti ripide, strette e delimitate da querce, delle nostre colline marchigiane.

La trebbiatrice, scortata da macchinisti esperti, veniva trainata, fino al periodo della seconda guerra mondiale, in prevalenza, dalle mucche, almeno quattro, aggiogate in coppia, e, in seguito, da potenti trattori a gomma.

A Castagneto, memorabile è stato il trattore Super Landini – Testa calda, grigio, di Nori e Umberto Felici.

Testa calda” perché c’era un sistema di preriscaldamento, tanto macchinoso quanto affascinante: per l’avviamento del trattore, si accendeva un bruciatore a gas, alimentato da una bombola, posto sotto la serpentina in cui circolava la nafta che, preriscaldata, entrava nella camera di scoppio, cioè un mono-cilindro orizzontale, dove veniva compressa; azionando l’albero motore, il trattore si accendeva.

L’albero motore si azionava facendo girare a mano un volano esterno, posto sulla fiancata del trattore. I volani esterni erano due, rispettivamente sulla fiancata destra e sinistra, controbilanciandosi. Il secondo volano aveva anche la puleggia, per montarvi la cinghia e attivare la trebbia.

Il primo modello “Super Landini – Testa calda” fu realizzato nel 1934 dalle Officine Meccaniche “C. Landini & Figli” di Fabbrico, in provincia di Reggio Emilia.

Altro trattore a “Testa calda”, usato a Castagneto, era quello dei fratelli Vittorio, Fiore e Piero Ricci, di colore grigio scuro e modello “Artiglio”, prodotto dalla ditta Orsi di Castello d’Argile (BO).

Di Pericle Gentili erano i trattori arancioni OM 45R e FIAT modello “La piccola” del 1956, quest’ultimo usato per trasportare l’elevatore da paglia e da pula (scalo)’ e carro matto, piccolo rimorchio dove venivano sistemati pezzi di ricambio, taniche di nafta, cunei (tappi) per bloccare la trebbia e gli annessi.

Era una maestrìa piazzare la trebbiatrice nell’aia e farla funzionare. Un funzionamento che derivava dalla buona volontà, dalla fatica di braccia e dal sudore in contemporanea all’applicazione delle leggi fisiche e matematiche: sistemi di cinghie trapezoidali su pulegge concave al fine di evitare slittamenti durante la trebbiatura, cinghia di trasmissione (cinto’) del tipo “nastro di Moebius”, in quanto la trebbiatrice riceveva il moto dalla puleggia del trattore, posto in asse ad alcuni metri di distanza, tramite una cinghia con le facce incrociate.

L’insieme di quel grande meccanismo risultava una magia agli occhi dei bambini.

Nel tempo, le trebbiatrici sono state superate, i mezzi meccanici diventano sempre più potenti e versatili, cambiando profondamente la modalità di lavoro e il rapporto tra uomo e natura.

Il paesaggio, la meccanica e tutta la tecnologia sono in continua evoluzione, con nuovi protagonisti, senza più sentire abbaiare Lupo, Fosco e Lampino che si rispondevano nei loro richiami notturni da una collina all’altra di Castagneto, recando nuovo stupore della conoscenza e della sonorità del futuro.

 

 

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