IL MOVER E GLI ALPINI

In questi giorni di quasi ferie ho letto un libro terribilmente bello.

S’intitola “Mover. Odissea contemporanea”.

Lo ha scritto un giovane marchigiano (è di Montegiorgio), filosofo ed economista.

Michele Silenzi ha studiato a Roma e a Shangai. Ha lavorato nel settore dell’investment banking di Milano e Londra. Ha girato il mondo da nord a sud, da est ad ovest. Ne conosce tanto.

Bello il libro lo è per come è scritto (ricco di immagini, rapido, secco, dritto al problema, senza peli sulla lingua); terribile, per quanto racconta fotografando impietosamente l’oggi.

L’immagine che ne scaturisce è quella di una società sempre più liquefatta, anzi: neppure è più una societas, è invece un assemblaggio di individui impegnati in una corsa costante, in una competizione forsennata.

«Sono costantemente in competizione con tutto il mondo» scrive Silenzi a pagina 43. La globalizzazione mondiale è come un mare popolato di squali, dove occorre farsi squali, dove le radici vengono recise, dove si coglie al volo l’attimo prendendo solo ciò più fa comodo al momento.

Silenzi fa a pezzi ogni politicamente corretto (lo statalismo, il livellamento, la scuola pubblica, le mode salutiste…) per essere libero così da ogni condizionamento e costruire la propria esistenza. Sono io il facitore della mia vita, sembra dire e dice.

«Sono in uno stato di mobilità costante – precisa – non solo riguardo al mondo ma anche riguardo a me stesso. La mia casa è l’incertezza, le oscillazioni, le fluttuazioni che si propagano su tutto l’arco della mia esistenza dando forma al mio passato, stabilendo il presente e creando una molteplicità di vie per il futuro».

L’autore è molto oltre la società liquida di Bauman, e molto oltre l’ottocentesco Nietzsche. In una recensione è stato definito “anarco-capitalista”.

Credo che abbia digerito anche Max Stirner.

Mentre leggevo il libro – che non può mancare in una biblioteca casalinga – pensavo anche alla crisi economica. E la mente ha preso a vagare. Mi sono tornati in mente alcuni libri di Mario Rigoni Stern e, soprattutto, di Eugenio Corti (Il Cavallo Rosso). Entrambi hanno scritto della ritirata di Russia nel 1944-45.

berretto alpino

I quasi unici reparti in armi, che aprirono un varco al resto dell’esercito italiano accerchiato dal nemico, furono gli alpini. Sicuramente ben addestrati. Ma ancor più sicuramente espressione di un mondo e di una cultura solidale, di gruppo, di rapporti forti tra persone, che ne avevano e ne hanno plasmato la coscienza, l’intelligenza e l’operosità.

Ho risentito alcuni canti delle Penne nere. Parlano di bellezza, di gratitudine, di patria, sono pieni di struggente malinconia ma anche di forza e di voglia di vivere.

Gli alpini ci sono sempre. Ogni disgrazia li ha visti in prima linea, a rimboccarsi le maniche e lavorare in silenzio. Fratelli tra fratelli.

Quale esempio per uscire dalla crisi e affrontare le sfide sempre più crude del futuro?

Se il Mover è figlio dello sgretolamento, ne prende atto, ci convive, e tenta di superarlo, l’alpino è figlio delle radici, di una comunità, di un senso dell’esistere che va costruito insieme.

Il primo naviga il fiume in piena. Il secondo cerca di costruire argini e borghi sicuri.

 

 

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