LA TENZONE. Marino Johannes salutem dicit  (di Giovanni Zamponi)

S’io fossi solo un verso, che saprei

del mio stato di verso? Chi sia stato

a darmi stato mai non troverei,

se non vagliando oltre il mio stesso stato.

E certo resterebbe, e onnipresente,

il dubbio sul futuro e sul passato,

ché il creatore sarebbe il Grande Assente,

cercato tra le righe, e se incammina

il tutto, è senza farsi l’Apparente.

E quel verso che più mi s’avvicina,

precedendo, direi mio genitore

e quel che segue figlio, a cui mi china

– qual gesto che del tempo è fornitore –

il calamo non visto che protende

sul foglio l’invisibile creatore.

Dipendere da alcun che non dipende

è la grande, l’estrema antinomia.

Ma anche la scienza il suo bel corso prende

da non decisi asserti, l’aporia

fronda le forme sue di soglia in soglia;

e se confonde il cur con i suoi quia

non-sed-sic-, non è logica, è la voglia

che adombra ciascun debole pensiero

che ‘ab-soluto’ si tiene, e non si spoglia

del suo presunto possedere il vero.

Ma v’è qui ben maggior contraddizione,

ché il senso fonde nel suo stesso cero

il non senso, e sì va in consunzione

d’ogni alto cogitare l’energia –

muto in cenere il resto e combustione.

Tu puoi ben dire che non è la via,

per soverchiare il veto che ci blocca,

‘normalizzare’ un polo, tal che sia

a libito atto il dardo, quando scocca,

a giungere al bersaglio, sia che in moto

si volga o se a difesa più s’arrocca.

Ma non v’è divisione senza quoto,

ché nessun quid è posto a far da fondo

solo per fare un pieno dove è il vuoto.

Confondono i moderni il loro mondo

con il mondo universo, il loro fronte

è la rete del loro girotondo.

Ma se tu guardi il mezzo arco di ponte

che ci sorregge, non scorgi la tesa

sua proiettarsi oltre l’orizzonte?

Non facile, di certo, ma ardua impresa,

seguire è ciò che par fluire in niente,

e la vista fatica stanca e offesa.

Eppure un evo fu, quando la mente

del mondo amò il Mistero, anche se Ignoto,

e vale un tale senno anche al presente.

L’Eriugena non son Giovanni Scoto,

e sì non sono il Silvestre Bernardo,

né Ildegarda m’afferra nel suo moto;

né Riccardo o Gioacchino né Abelardo,

non Alano o Platone né Plotino,

né quei che a morte “parve venir tardo”,

né quello da Stagira o quel d’Aquino,

né Averroè o Boezio o Marziano,

né Dionigi né il Grande Fiorentino.

Ma ‘nou-merare’ il cosmo non è vano,

e in symbolon saggiare la sua storia

fu il panorama del vedere umano;

almeno fino a quando, ebbro di boria,

l’animal rationale fe’ disegno

di tutto addurre a preda di vittoria.

E pur se il vero postulava un segno

verso altre longitudini, il confine

sancì d’imperio, e in esso il proprio regno.

Le parole concrebbero vicine,

‘in-sensate’, diresti, in intenzione

ed i pensieri ormai senza più un fine.

Trascendenza, immanenza, emanazione:

finché potè, l’ingegno tese l’arco

oltre ogni iridescenza in ‘in-tensione’;

e restano, se chiuso appare il varco,

allegorie invitanti d’un ardito

itinerarium a cui mi sobbarco.

Lume, raggio, splendore: icona e rito

di res e logos, e aurea trasparenza

di vibrazioni a un ‘super-in-finito’!

Non luce un’ora in tanto di sapienza?

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