PULIZIA DEI LUOGHI E COMUNANZE  

HDomenica prossima, gli amici dell’Associazione Antichi Sentieri-Nuovi Cammini saliranno sino all’eremo di San Leonardo al Volubrio, sopra la gola dell’Infernaccio, in territorio di Montefortino.

La spianata dinanzi alla costruzione eretta da padre Pietro è sporca.

I turisti della domenica hanno lasciato immondizie ai bordi.

L’Associazione si è mobilitata per portare via quel che stona in un luogo altrimenti stupendo.

Un gesto non episodico. Settimane fa, l’Associazione ha ripulito una porzione di terreno dinanzi alla chiesina di San Liberato, tra Monte Vidon Corrado e Montegiorgio. Un altro luogo suggestivo e abbandonato.

In precedenza, gli interventi sono stati effettuati altrove.

Ugualmente hanno fatto alcuni volontari diretti da Roberto Ferretti sistemando l’esterno di Rocca Montevarmine a Carassai.

E il tutto gratuitamente.

Perché? Perché quei luoghi, così come tanti altri, pur non essendo di nostra immediata proprietà, ci appartengono comunque. Sono pubblici nel senso più ampio del termine: sono ad uso della gente, del popolo. Così la gente, il popolo dovrebbe in qualche modo proteggerli e curarli, specie oggi che rischiano il degrado e l’abbrutimento per mancanza di cure istituzionali.

La crisi economica che attanaglia gli enti locali rischia di compromettere anche il paesaggio. Non ci sono soldi, e allora non si fanno le potature; non ci sono soldi, così non si procede con una pulizia corretta delle strade; non ci sono soldi, così le piccole chiese di campagna restano coperte dall’edera e dai rovi. Non ci sono soldi, dunque le pavimentazioni delle vie si sbriciolano.

Le istituzioni pubbliche, che hanno avocato a sé ogni compito e servizio, sminuendo così e appannando il senso di appartenenza dei cittadini alle proprie terre, sono nei guai. Ma questo sarebbe poco male. Il guaio maggiore è il conseguente abbandono dei luoghi e incapacità di reazione degli abitanti.

Nelle nostre campagne ci sono ancora contadini che, intendendo parlare del municipio, lo chiamano “la Comune”. Il termine è bellissimo. Non perché faccia tornare in mente la Comune ottocentesca di Parigi, ma perché rende plastico il senso di comunità, dello stare insieme, del collaborare per migliorare i nostri borghi, la nostra vita.

Agli inizi degli anni ’50, due agricoltori della Valdaso che amavano la loro Comune (non ricordo se Moresco o Lapedona), non riuscendo l’amministrazione in carica ad ottenere dalla provincia di Ascoli Piceno la sistemazione della strada che congiungeva la campagna al centro, presero qualche pacchetto di Campofiloni e andarono, pagando in proprio, dritti dritti a Roma. Condendo un po’ di italiano e di dialetto, un po’ di prodotti alimentari e tanta passione, convinsero un noto parlamentare ad intervenire. La strada si fece.

Il termine “Comunanza”, oltre che nome di un paese dell’ascolano, ricorda un sistema: il comune uso agricolo e boschivo di un’area. Un’area condivisa tra le persone.

Ecco, allora due termini e quindi due modi di condotta da riscoprire: Comunanza e Concordia, dove quest’ultima significa: portare la corda insieme, condividere la stessa fatica, lo stesso risultato.

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