LA TENZONE. LA RISPOSTA DI GIOVANNI A MARINO MIOLA (di Giovanni Zamponi)

Prologo

M’allieta che il mio impervio tormentone

fomenti e rinverdisca la tenzone,

e così, a complicarti il bugiardino,

altri versi t’invio, caro Marino.

Seguito d’argomento

Ad agitare meglio la vertenza,

s’ella non sia d’ignara fantasia,

coloro ancor di più la mia sentenza.

Forse, Marino, tu stimi ch’io sia

abbarbicato ad un sentiero antico

errando fuor d’ogni presente via,

e se taci d’amentia, in quanto amico,

a mia scusante accusi che la mente

mia frastornata ignora quel che dico.

Ma che così non sia ben sottilmente

potrai saggiarlo, se volgi davvero

l’animo al dire mio più duttilmente.

La questione è se l’esse sia un più intero

o l’uni-verso un mondo frazionario

vertente dentro sé verso il suo zero.

Nell’un caso – ed è questo il corollario –

la corolla fa il mondo corollato

e ne incorona pur l’abbecedario

alto levando il suo significato.

Si venera nell’altro il manufatto,

idolo basso in sé, vuoto e crollato,

ché il mondo tal deve essere e sì fatto

da contenersi dentro la pretesa

che la parola si conformi al fatto

e questo a quella, né più ampia intesa

mai in verità si dia, se a tanto optò

la voglia d’una audace e inane impresa.

Francis Crick al riguardo e Jaques Monod

quali esemplari cito – e del credente

che sempre al del mondo oppone il no.

Dei Geni entrambi – uno anche della Mente –

inquieti cercatori con un voto

chiuso tutto in un logoro presente:

mostrare che la Mente, volto noto,

se oggetto e qual fastigio della scienza,

ridur si può ad un vuoto volto vuoto.

A tanto scopo, a tanta diffidenza,

l’ardita insofferenza condiziona

l’equivoca virtù dell’esperienza:

“Quale apprendo brillar la neurozona,

tal della Mente apprendo l’andamento,

non altro senso v’è, non altra icona,

questo è il dettame dell’esperimento;

e ogniqualvolta quel brillio si accende,

in quel che vedo intendo quel che sento!”

Biunivoca, in salir di ciò che scende,

corra la scala d’inferenze inverse

che tal costrutto istruisce e difende.

Virtù e potenze giacciano disperse,

sia il loro un nome senza tempo e spazio,

flatus di voci inutili e diverse.

Reti d’eventi senza alcuna ratio

e di funzioni senza intelligenza,

sciami d’automi senza imaginatio.

E così, buon Marino, la coscienza,

che fu il teatro d’ogni libertà,

piange esiliata la sua insussistenza.

Dov’è il logos di tanta verità?

In alti esperimenti, mal ridotti

a fiera d’irridenti vanità

con argomenti fatui e mal condotti.

Ma a volte, sai, siffatti esperimenti,

venendo a noia d’esser sì corrotti,

si fanno gioco delle eccelse menti

che a tanto li sedussero, e sì fanno

rompendone gli schemi e gli argomenti.

Ti dico in breve, per non fare danno,

che hanno disciolto la corrispondenza

che neuro strinse e psycho con l’inganno,

fugando ogni sofistica inferenza

che sopra dissi inversa, e su altro piano

a più aperta muovendo conoscenza.

Se questo mio rimare non sia vano,

concludo, raddrizzando il mio discorso,

che solo il dire che apre è un dire sano.

E chiedo venia, se non poco ho corso;

ma tanto si doveva, ché la scienza,

in sé riflessa dentro il suo percorso,

d’altra virtù non sa né di sapienza.

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