UN MONASTERO. NOVE MONACHE. SI PUO’ VIVERE ALTRIMENTI.

Festa di Natale (con la N maiuscola). Eppure, sto pensando alla quaresima. A quella evocata da papa Francesco. Ai musi lunghi, al “tanto va tutto a rotoli”. In giro, non è che il mondo aiuti. La piazza di Fermo spande desolazione. Di luci non ce n’è. Eppure, volendo pur essere devoti a Mitra o pagani di ritorno, il solstizio d’inverno era festa del sol invictus… E, d’altra parte, il Rubens dipingeva un Bimbo irraggiante splendore.

Ma la “quaresima” del Papa dura un istante. Nella chiesa delle “monnechette” di Montegiorgio, le nuove “sorelle” cantano messa come angeli. E’, allora, che i visi si rilassano e gli occhi luccicano.

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Quei canti – la più parte in latino – scacciano la notte del cuore. La “speranza” predicata dal prete non resta parola vuota. Diventa carne. Terminata la funzione religiosa della notte di vigilia, le monachelle invitano al “rinfresco”. Vado. Curioso di incontrare chi per un anno mi ha accolto e congedato con un “Ave Maria” pronunciato dietro ad una ruota di legno, volto invisibile di una voce gaia.

Una trentina di persone. E’ la “vecchia” Montegiorgio che abita ancora a San Nicolò, a Palazzo, sopra piazza. E’ la gente che porta sostegno alle Clarisse dell’Immacolata di padre Kolbe.

Il panettone è sul tavolo del “parlatorio”. Ci sono anche i dolcetti preparati dalle suore. Pensavo ai “turinelli”, ma ancora non li hanno imparati. Lo faranno. Apprendono in fretta, mischiando preghiere a lavoro di “casa”.

“Auguri”, “auguri”. Ritrovo gente persa di vista. La stanza è linda: un quasi quadrato nella solida ex fortezza dei Brunforte. All’improvviso si sente un chiavistello sferragliare. La finestra interna viene schiavardata. Si muove qualcosa dietro la triplice grata di ferro messa a contrasto. Uno due tre…nove monache vestite di celeste, velo bianco, appaiono. La “quaresima” è sconfitta definitivamente. E’ proprio Natale, è proprio la Luce che invade il mondo. E lo fa con il sorriso di quelle ragazze. Giovanissime. Alle “sorelle” è difficile in genere attribuire un’età sotto a quel velo. Ma queste avranno sì e no 28-29 anni, forse anche meno. La prima parola che mi sovviene è “letizia”. Termine scomparso dai nuovi vocabolari orweliani che triturano sostantivi impedendo così l’espressione di emozioni antiche e nuove. “Letizia”, come serenità, tranquillità, docilità, esultanza, purezza, legame.

Sorridono, anzi: ridono, di gusto, svolazzando di qua e di là, quasi eteree eppur vere. E’ Festa. Niente musi appesi, niente spigolosità. Aggiungerei anche “gioia” e “gaiezza”, di vivere, di servire, di stare in questo mondo come a dirci: una speranza c’è, non va tutto a ramengo, si può essere diversi.

Stanno un attimo ferme, sullo sfondo. Solo un attimo, poi, una ad una, si avvicinano alla triplice grata. Salutano e ringraziano quando dovrebbero essere salutate e ringraziate.

Mi avvicino di lato: sono proprio belle. Dentro e fuori. Ripenso ad un film: probabile che più tardi ballino anch’esse con il Bambin Gesù.

Mi dicono che hanno preso master prima della via del monastero, che hanno sfilato sulle passerelle della moda prima del chiostro. Rinuncia al mondo? L’idea mi sfiora. Ma concludo: maggiore senso del mondo.

Adolfo Leoni

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