#BENIGNI RICUCE LO STRAPPO TRA FEDE E VITA

Ho visto in parte i #Dieci #Comandamenti di Roberto Benigni.

Qualcosa mi ha convinto, qualcosa no.

Ho letto diversi giudizi il giorno successivo lo spettacolo televisivo.

Non mi soffermo sul compenso milionario, o sulla mancanza di citazioni del demonio. Non è questo che m’interessa.

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Neppure mi faccio condizionare dalla telefonata fatta da papa Francesco al comico-intrattenitore. Indubbiamente una condivisione.

C’è un’altra cosa che voglio dire.

Certi argomenti oggi escono dalle chiese – sempre, poi, che vengano trattati nelle chiese – grazie ai “laici”. Dove qui per “laici” intendo coloro che preti o religiosi non sono.

La riscoperta dei basamenti della fede cristiana oggi riappare in pubblico non perché gli “addetti ai lavori” ne parlino in pubblico ma perché la gente qualunque ne avverte la necessità ed opera di conseguenza, e qualche direttore di testata ne coglie l’occasione.

Con questo, non voglio dire che Begnini sia stato un mercenario della fede.

No, anzi. In certi passaggi era tutto dentro al discorso sui Comandamenti. A suo modo, certamente, ma dentro. Come qualcosa che, volenti o nolenti, abbiamo insito nel nostro DNA. E che riaffiora.

D’altronde è la nostra storia e la nostra tradizione.

i dieci comandamenti

Per amarla o avversarla dobbiamo comunque farci i conti.

Era – è – un patrimonio che si è tramandato di generazione in generazione, dove la persona ne era informata (nel senso di averne la forma), al di là della frequentazione o no delle chiese e dei preti.

Un ricordo personale. Da piccoli, prima di andare a letto, io e mia sorella chiedevamo a nostro padre la santa benedizione. Lui non era tanto di chiesa, le sue idee era socialiste. Socialiste e popolari.

Lui ci rispondeva: “Che Dio vi benedica”.

Una contraddizione? Non credo.

Credo invece che anche il suo popolarismo, come quello di tanti altri – ho avuto un sacco di parenti comunisti – si fondasse sul riconoscimento del fatto cristiano.

Quando sono arrivati i fratelli più piccoli, la santa benedizione non veniva più chiesta e quindi data. Qualcosa stava cambiando nella cultura.

Il fatto religioso si richiudeva nel recinto della chiesa, nelle preghiere dinanzi agli altari, nelle processioni intime. Cosa da “specialisti” del settore.

Non era più cultura popolare e “laica”. Erano cose da “addetti ai lavori”, appunto.

Benigni rompe, anche se inconsapevolmente, anche se parzialmente, questa separazione, e riunisce vita e fede. Partendo dalla sua storia personale, di bambino adolescente adulto

La tv stavolta ha aiutato, sapendo chiaramente che c’era un’attesa tra la gente. L’Auditel le ha dato ragione. I segnali c’erano tutti. Esistono molti altri casi simili a quello di Benigni, nelle piazze d’Italia e d’Europa.

Il fattore religioso torna ad interessare. E la cartina al tornasole è proprio il virulento opporsi di qualche intellettuale che deve mantenere la sua posizione e il suo punto di vista. Quel punto di vista che gli permette di esistere ed essere conosciuto solo perché esiste l’altra parte, quella da avversare.

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