STORIE MINIME. ESEMPI ENORMI. CLAUDIO E FEFE’

Il grandissimo scrittore Giovannino Guareschi avrebbe commentato: “Mondo piccolo”.

Enzo Jannacci, l’indimenticabile cantautore milanese, avrebbe cantato: “Roba minima”.

Scherzando, entrambi sottolineavano che le piccole cose, sottaciute dai tanti e non prese in considerazioni da troppi media, fanno invece grande il mondo.

In queste ore, i reggitori della cosa pubblica stilano il bilancio di un anno nero.

Il presidente Napolitano parlerà alla Nazione, ultimo suo discorso prima delle dimissioni.

Economisti e sociologi anticipano il 2015 alla luce del 2014.

Molti i richiami alla solidarietà, alla concordia. All’onestà.

A volte le parole, pur giuste, restano però sospese in una specie di limbo.

Astrazioni adatte per ognuno. Ma proprio per questo vagolanti a mezz’aria

Bello sarebbe invece chiamare le cose con nomi propri. E premiare quei gesti piccoli e minimi.

Due esempi.

Claudio è un giovane di una ventina d’anni, lavora in un esercizio pubblico a Fermo, contratto a chiamata. Nei giorni scorsi ha ritrovato un portafogli.

ONESTY

Conteneva 700 euro. Nessuno se n’era accorto. Neppure il proprietario.

Poteva intascarli, magari facendo ritrovare il portafogli. Ma non è questo quel che la famiglia gli ha insegnato, e neppure quello che lui desidera e pensa.

Così, ha cercato il proprietario restituendo il tutto, guadagnandosi una pizza. Una pizza e una contentezza nel cuore, per aver fatto quel che andava fatto.

Si meriterebbe una citazione – e gliela stiamo facendo – ed anche un premio. Se fossi il Prefetto, lo chiamerei senza clamore e fotografi in ufficio e, a nome dello Stato italiano, gli direi: grazie. Grazie per aver dimostrato un comportamento civico che non nasce dall’educazione civica – che neppure si insegna più a scuola – ma da un sentire profondo che viene da qualcosa d’altro.

L’altro esempio è quello di un vecchio fornaio di Montegiorgio. Ciro Mennecozzi, Fefè per tutti, 94 anni, è morto ieri, oggi i funerali. Fino a poco tempo fa aveva continuato a suonare il basso tuba. Uno strumento enorme, il più grosso della banda Domenico Alaleona. Ci voleva fiato e coraggio. A Fefè non mancava né l’uno né l’altro. La sua vita era stata costellata di durezza e soddisfazioni. La guerra, la Russia, il carcere in Germania, i patimenti, e poi il lavoro, la famiglia. Il suo forno era sotto la Scuola media. Acquistare pizza o biscotti o pane era ricevere anche una lezione di vita, di educazione, di storia. Nelle “sortite” con la banda cittadina raccontava le sue vicende di guerra, non perché se ne vantasse, ma perché erano state ricche di esperienza. E ne traeva il buono riscontrato nel tanto male. Lo stesso “buono” che “insegnava” agli studenti-clienti.

mENNECOZZI2Una vecchia foto con “Fefè” cerchiato di rosso

Ha lavorato sodo, ha suonato tanto. Era una persona seria, onesta, solida, di una cultura e filosofia popolare che farebbe impallidire tanti intellettuali. Soleva ripetere: «Si conclude un anno, si chiude un libro; muore una persona, si chiude una biblioteca».

Un altro esempio dunque. Da non dimenticare, se vogliamo che il 2015 sia un tantino diverso dall’anno che stiamo lasciando. E, soprattutto, se vogliamo che le biblioteche della vita restino aperte.

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