DIETA MEDITERRANEA UN VOLANO CHE NON SI VUOL RICONOSCERE. MA CHE S’IMPONE DA SE’. I RITARDI DELLE ISTITUZIONI

Il sig. Maurizio Orso ha sollevato ieri su Il Resto del Carlino un problema: Fermo non è rappresentata all’#EXPO 2015. E’ vero. Ma il problema è più ampio. A non essere rappresentato è il Fermano. O, addirittura, la stessa #RegioneMarche.Quella che ha scelto di puntare sulla #longevitàattiva senza approfondire da dove questa origini. Facendola avvertire invece come qualcosa di fortunato che ballonzoli nell’aria. Si tratta di una svista, semplificazione, banalizzazione? Forse. Ma aggiungerei anche disinformazione e ignoranza.

Il logo elaborato dal Laboratorio Piceno della Dieta mediterranea

Il logo elaborato dal
Laboratorio Piceno della Dieta mediterranea

Nell’ultimo anno il Laboratorio Piceno della Dieta mediterranea, di cui sono fondatore insieme al dr Lando Siliquini, ha cercato di fare un’opera “missionaria” per ricordare a sindaci, Provincia, Regione, che le Marche – specie il sud – hanno tutto i titoli per fregiarsi di patria della Dieta mediterranea. Cioè di quello stile di vita che ha consentito (consente) – ecco il punto – di vivere più a lungo e meglio.
Ne ha titolo e diritto alla luce non di elucubrazioni giornalistiche, intellettuali o politiche, ma in forza di risultati scientifici inequivocabili: la validazione scientifica del nostro stile alimentare e di vita, divenuto Patrimonio dell’Umanità, rilevato nello studio internazionale denominato Seven Countries Study, nel successivo FINE Study e nell’attuale progetto HALE, che hanno visto come primo protagonista, per mezzo secolo, la popolazione campione di Montegiorgio e la regia del medico e docente universitario maglianese Flaminio Fidanza alla pari con il grande scienziato statunitense Ancel Keys.

Il prof. Flaminio Fidanza

Il prof. Flaminio Fidanza


Gli studi di cui sopra, svolti a livello internazionale da èquipe universitarie di rango elevatissimo hanno decreto la Terra di Marca (Montegiorgio e dunque le aree circostanti) come le zone dove si vive (viveva) meglio e ci si ammala (ammalava di meno).

Il prof. Ancel Keys

Il prof. Ancel Keys


Un “riconoscimento” scientifico che non è stato debitamente “riconosciuto” e gestito dalle istituzioni pubbliche, che potevano, ma ancora possono, puntare su un brand incontrovertibile e di impatto internazionale. Cosa che stanno facendo invece Emilia-Romagna, Calabria, Campania ed anche Puglia, senza averne i presupposti scientifici.
Il dr Lando Siliquini e il dr Paolo Foglini, insieme a storici, chef, giornalisti e operatori turistici stanno suonando la sveglia e cercando di diffondere e far capire che questo primato è a tutti gli effetti nostro: della Terra di Marca. A volte scontrandosi con una caparbia chiusura mentale.
Iniziative di promozione turistica, eventi di tipicità, politiche di sviluppo agro-alimentare che non approfittino di questo riconoscimento scientifico
potrebbero rivelarsi colpevolmente mancanti l’obiettivo da centrare: la crescita economico-turistica e la salvaguardia delle nostre terre. Per vivere ancora meglio.

sve
Intanto, per l’undici e dodici aprile prossimo, a Montegiorgio si terrà un convegno internazionale sulla Dieta mediterranea, sviluppo del territorio e salute. Interverranno luminari delle più prestigiose cattedre universitarie. Presenti anche relatori del Giappone.

“Generazione su generazione, le reti tornano ad intrecciarsi, il passato si riconnette al presente” (di Susanna Polimanti)

Parole di Pietra, Parole di Carne – Lungo gli Antichi Sentieri (2014- Albero Niro Editore) è il settimo libro del giornalista e scrittore montegiorgese Adolfo Leoni, frutto di un’amorevole dedizione alla Terra di Marca.

io

La storia e le origini più antiche vengono cantate e rivissute con assoluto rispetto di usi, costumi e tradizioni da un uomo che definisce sé stesso quale “cantastorie”, mentre percorre a piedi con il gruppo di amici e appassionati degli Antichi Sentieri-Nuovi Cammini, luoghi cari e preziosi della terra marchigiana. Adolfo Leoni con la sua narrazione “raccoglie l’eco dei millenni”, caparbio, tenace e caratterizzato da un forte senso d’identità e appartenenza, rapisce l’attenzione del lettore con la sua rivisitazione storica, lo traghetta quasi in chiave onirica verso atmosfere, paesaggi e borghi, mescolando passato e presente, accentuandone il ricordo nostalgico di una vita semplice e maggiormente vissuta. L’opera è un valido progetto culturale con l’obiettivo di migliorare e approfondire la conoscenza degli aspetti storici e il legame tra l’immensa eredità artistico-culturale marchigiana e la sua gente; all’interno le illustrazioni dell’artista Cristina Lanotte ne rafforzano la validità, quale impronta di testimonianza viva. Il testo è un piccolo capolavoro, in cui Leoni si rivela spettatore attendibile, modesto e inconscio portatore di un’informazione culturale alla quale tutti possono accedere, ci svela una parte di quei tesori del territorio marchigiano, spesso dimenticati nell’evolvere dei tempi.

enea

Il linguaggio è ovviamente studiato per il preciso contesto letterario, ove la semantica diviene pragmatica, a seconda delle esigenze interpretative dell’autore. In ogni pagina si evince l’ottima capacità di scrittura di Adolfo Leoni; con stile piano e semplice, in una continua e fluida alternanza tra racconto, poesia orale ed exempla di Santi, lo stesso stato d’animo di chi si narra riesce a coinvolgere emozionalmente pagina dopo pagina. Senza alcun dubbio, l’esperienza diretta dell’autore, il suo sguardo e le sue descrizioni offrono un impagabile vantaggio sulla carta, sia informativo che emotivo. Ogni narrazione, ispirata dal “percorso suggestivo” stimola e risveglia l’amore per la nostra terra e quella patria che dovremmo “sentire sotto i nostri piedi”, giacché solo così possiamo comprendere ogni nostra radice, il valore di un vissuto attuale e i suoi scopi.

loro

Nel testo non manca, tuttavia, quel velo di sottile malinconia per quei tempi che molto probabilmente non ritorneranno; la semplicità di un tempo è ora stravolta e “passo dopo passo” […] “uomini donne bambini continuano/ a vivere una vita diversa [,] / aspettando che la prossima / torni ad esser più vera”, mentre presenze di uomini illustri e non, in un alone quasi di mistero, giocano un ruolo fondamentale, pervadono scenari incantevoli, movimentano vissuti pacati e tragici, affidandosi alla voce di un narratore autoctono e contemporaneo.
Parole di Pietra, Parole di Carne è sicuramente un libro prezioso che ci parla del nostro passato ma contempera anche ogni nostra esigenza futura e ci permette di coniugare spiritualità e fede, cuore e sentimenti di relazione e di crescita collettiva. Ringrazio l’autore per questa sua opera, che in un equilibrio di reciproca compenetrazione e di volontà di intenti, ha saputo dar voce al nostro territorio marchigiano, rompendo per certi versi, il muro dell’ignoranza. Collegare e legare la persona umana alle origini della sua terra vuol dire non dover mai dimenticare chi siamo, “Non ideologia, ma qualcosa di reale.” Sono certa che in molti accoglieranno l’invito di avventurarsi in silenzio, lungo un percorso a piedi, che sia in pianura o in collina, per riscoprire quelle atmosfere che appartengono al Creatore, ascoltare pietre e gesta che parlano, anch’essi gioiello della nostra Italia. Adolfo Leoni è marchigiano ma, soprattutto, è Italiano, come tutti noi.

SUSANNA POLIMANTI

STORIE DI QUESTA TERRA. IL GUERIN MESCHINO

Governavano Durazzo Milone principe di Taranto e Fenisia della stirpe d’Albania. Era, il loro, un saggio amministrare; ed il popolo viveva felice nella concordia e nel lavoro. Fu a causa degli “infedeli” che quella letizia ebbe a terminare. I Mori assaltarono la città; sopraffecero le truppe del saggio sovrano ed arrestarono gli stessi governanti. Guerino, il principino ancora in fasce, rimase solo al mondo, senza genitori e senza amici. Iniziarono così le sue peripezie per ogni terra all’uomo allora nota. E fu così che prese il nome anche di “Meschino”, il figlio della sventura.

GUERI

I primi anni li passò a Costantinopoli. Alla corte dell’imperatore fu impiegato come paggio. Qui conobbe Elisena, figlia del sovrano, e se ne innamorò. Ma cosa poteva dar lui, misero ragazzo, ad una principessa e futura imperatrice? Scattò in Guerino la volontà di uscire dalla sua umile condizione. Ma, soprattutto, il cuore gli richiedeva di conoscere la sua vera identità. Da chi era stato generato? E dov’erano finiti suo padre e sua madre? Certe volte, specie nel sonno, queste domande gli martellavano improvvisa la mente. Decise così di farsi soldato. E, gradualmente, si mise in mostra come abile cavaliere e guerriero. Non c’era torneo a cui non partecipasse e che non lo vedesse vincitore. In campo scendeva sempre recando armi a colore pieno, armi cioè senza alcuna insegna araldica, segno di una sconosciuta paternità. Il suo valore fu però notato. Lo stesso imperatore se ne interessò. Non poteva un simile campione essere di bassi natali.

Alla reggia giunsero, allora, maghi e veggenti chiamati dal Signore di Costantinopoli per conoscere la verità sul giovane cavaliere. “Il ragazzo troverà se stesso e la sua casata viaggiando verso Oriente, come già Alessandro, sino all’oracolo degli alberi del sole e della luna”, fu questo il responso maggiormente accreditato.

Sibilla-385x400

Il giovane partì alla volta delle terre dove nasce il sole. Fra mille avventure e combattimenti raggiunse la montagna sacra ad Apollo, dove sorgevano gli alberi dei due astri. Concedendo quel che poteva la sua fede concedere e rimanendo integro laddove la virtùe l’onore lo richiedevano, Guerino apprese il nome e la sua identità di discendente d’una stirpe reale.

Il suo viaggio però non era terminato. Dove fossero i suoi genitori e quale sorte fosse loro toccata, non era dato sapere. La risposta la si poteva trovare cavalcando verso Ponente. E Guerino invertì la marcia. Fu al Cairo a combattere gli Arabi, quindi passò ad Alessandria per raggiungere l’Atlante. Da tempo viveva in questa località un vecchio eremita mussulmano, capace di vedere nel cuore degli uomini e di scrutare passato e futuro. A lui il giovane si rivolse. Solo la Sibilla Picena – sentenziò il saggio – avrebbe potuto esaudire l’ansia di risposte del cavaliere errante.

Dopo aver attraversato il golfo di Venezia, Guerino fu lasciato sulla costa dei Piceni. A cavallo si diresse verso la montagna e sul far della sera di un giorno imprecisato raggiunse infine la montagna di Venere. Era questa la reggia fatata della maga Alcina, sorella di Morgana, dedita da sempre ai piaceri della carne. Il cavaliere scese nell’antro misterioso. Profumi e luci lo invadevano, e donne stupende s’incontravano dappertutto.

Disegno_De_la_Sale_2

Guerino spiegò alla Sibilla il motivo della sua venuta. Alcina però lo voleva nel suo talamo ed usò ogni sorta di seduzione per raggiungere lo scopo. Piùvolte il cavaliere fu sul punto di cedere alle tentazioni, ma ogni volte si ricordò delle preghiere insegnategli da un vecchio monaco. Quel “Dio aiutami”, sgorgato dal più profondo del cuore, lo salvò. A nulla valsero gli inganni della maga.

Dopo sette mesi, il guerriero uscì dal regno degli inferi, dove le donne bellissime ed i loro amanti ogni venerdì si trasformavano in immonde serpi. Alcina nulla gli aveva rivelato. Ma quel tempo passato sotto terra lo aveva rafforzato nell’anima e nel corpo. Così si recò a Roma e chiese perdono al Papa. Il Pontefice lo benedisse, gli donò duecento monete d’oro e lo spedì a difesa dei pellegrini a Santiago de Compostela. Dalla Spagna, più tardi, il Guerino partì per la crociata. Liberò Durazzo e nelle segrete del castello trasse via due anziani. Erano i suoi genitori, che potè riabbracciare riconoscendoli per averli visti ritratti in una cappella d’Irlanda. Furono lacrime di gioia. E fu soddisfazione. I genitori riebbero il figlio e Guerino la sua vita e la sua storia.

IL PADRONE DELLA FESTA

Stefania e Simone uguale CL75. Dove CL non è una sigla religiosa, tanto meno un composto di cloruro.

E’ invece un locale grazioso e ben curato di Porto San Giorgio. Lo trovate al civico 89 di viale Cavallotti. Mesce vino di qualità, propone formaggi e salumi di alto livello. Ma il primo impatto positivo è il sorriso della coppia dietro al bancone, che coppia lo anche nella vita.

Tripadvisor ne ha decreto massimo punteggio.

La cosa bella è che di tanto in tanto l’enoteca accoglie un gruppo di amanti della musica. Sono gli amici della Fondazione San Giacomo della Marca, che alternano mostre e convegni a sfondo economico e sociale, con il gusto delle sette note. Come dire: dimensione unica, interessi multipli.

Di fronte a calici di “rosso” superiore e di “bianco” delizioso passano le note di cantanti e gruppi famosi. Senza confini geografici o di genere.

L’altra sera, domenica 25 gennaio, è toccato all’ascolto di un trio: Fabi, Silvestri, Gazzé. Cioè: Niccolò, Daniele e Max.

Il loro ultimo lavoro s’intitola Il Padrone della Festa. In copertina un albero possente. Il disco risale a settembre del 2014 e nasce dopo un viaggio in Sud Sudan  compiuto dai tre artisti insieme che avevano stretto amicizia nella scena musicale romana avviando un’attività live .

padrone

Tra l’altro, Fabi, nel 2010, doveva esibirsi a Porto San Giorgio quando gli morì la figlia Olivia. Un tragedia che ha trasformato il pensiero dell’uomo e del cantante.

Alzo le mani, è il primo brano della serata. «Io non suonerò mai così…» recita la canzone, «posso giocare, intrattenere, far tornare il buon umore o lacrimare». E’ una presa di coscienza: non siamo dei, non siamo superuomini, siamo esseri fragili, «alzo le mani». Ma non mi fermo.

Life is sweet racconta che «disteso sul fianco passo il tempo, passo il tempo fra intervalli di tempo e terra rossa, cambiando, cambiando prospettive cerco di capire il verso giusto, il giusto slancio per ripartire».

SILVESTRI

Cambiare prospettiva dunque, guardare con altri occhi. Perché continuare «non è soltanto una scelta ma è la sola rivolta possibile». Ma per questo occorre un «posto da raggiungere».

Spigolo tondo spiega il metodo: «La natura non propone angoli retti. E’ una sinfonia di contorni inesatti. E da sempre si oppone al teorema dell’uomo che la vuole inquadrare». Ma non c’è nulla da inquadrare, determinare, possedere, dicono Fabi Silvestri Gazzé, basta «imparare a guardare». A guardare la realtà per com’è, per come è stata creata, per il mistero che è. Guardare e stupirsi.

L’amore non esiste canta il nostro trio. Sembra un cliché di situazioni, sembra un prodotto di «dottrine moraliste sulle voglie della gente, è il più comodo rimedio alla paura di non essere capaci a rimanere soli». Dunque, l’amore non esiste… «ma esistiamo io e te…finché Dio l’avrà deciso o solamente finché dura?».

Zona Cesarini è la canzone del perdono e dell’amore misericordioso. «Mi metto in salvo io in zona Cesarini, ma è perché sei tu che mi perdoni e niente di più».

Gran finale con Come mi pare, un brano che gioca sugli opposti: «Chi vuole scrivere impari prima a leggere… chi vuole ridere impari prima a piangere, chi vuol capire prima deve riuscire a domandare». Una serata musicale con un percorso esistenziale denso.

L’ascolto è terminato. L‘allegra brigata apre la discussione, tra patate arrosto, vini e formaggi come sopra detti, cioè: squisiti.

TERRA DI MARCA. TERRA DI SANTITA’

Don Giuseppe Cecarini, sacerdote fermano, è stato a lungo direttore de La Voce delle Marche.

Ha svolto il suo ministero sotto diversi arcivescovi di Fermo. Ora che è in pensione – ma un prete va mai in pensione? – legge ancora di più, si documenta ancora di più, e scrive libri. Lui non è di quelli che ne leggono mezzo e ne scrivono dieci. Ne legge cento per farne uno.

La scrittura è una sua antica passione. E l’occhio e il taglio sono quelli giusti per raccontare la diocesi fermana da un altro punto di vista.

Madre Speranza

Madre Speranza

Don Cecarini narra la storia di uomini che hanno vissuto in questa nostra chiesa, che hanno speso la propria esistenza con passione e carità verso il prossimo. Come si dovrebbe.

E’ uno spaccato di positività e di testimonianza. Come dire: si può vivere così, il cristianesimo non è alienazione, è vita nuova. E’ un atteggiamento diverso.

Torna in mente un passo del salmo che recita: «Toglierò da voi il cuore di pietra, e vi darò un cuore di carne». Umano, umanissimo.

L’ultimo lavoro di don Peppe è un volume dal titolo “Santi e Beati”.

Sono quelli particolarmente venerati nell’Arcidiocesi di Fermo.

Ancora una volta lo ha dato alle stampe la Andrea Livi editore. Sono 24 personaggi. Dal beato Antonio da Amandola alla beata madre Speranza, dal beato Giovanni da Penna al beato Pietro da Mogliano, dal beato Giovanni da Fermo (detto de La Verna) a san Giacomo della Marca, ai santi Alessandro e Filippo, san Nicola, san Claudio, per chiudere con il beato Antonio Grassi. Una storia di volti, di azioni, di fatti.

Notizie sintetiche. Un affresco che si compone di tante pennellate diverse.

«Molti sacerdoti e laici mi hanno insistentemente chiesto di fornire, in forma breve, notizie riguardanti la vita dei santi e beati maggiormente venerati nell’Arcidiocesi di Fermo. Ho accolto questa richiesta poiché la conoscenza della loro vita rappresenta un costante richiamo al dovere di ogni cristiano di tendere verso la santità». Così scrive don Cecarini nella presentazione.

«Abbiamo voluto realizzare questo libro Santi e Beati a compendio di una lunga e prolifica collaborazione editoriale con don Giuseppe Cecarini, il quale intende farne dono a coloro che amano la storia religiosa della nostra Arcidiocesi», così scrive l’editore Livi.

Non è un libro religioso. Un testo minore, da tenere in sacrestia o tra i volumetti delle preghiere.

E’, invece, un pezzo di una lunga storia che aiuta a capire la storia di questa nostra Terra. Dove la santità non è mancata e non ha mancato di influire sul progresso del Fermano.

LA SHOAH E I MOSTRI CHE ABBIAMO DENTRO

Torno sulla Shoah.

A 70 anni dall’ingresso dell’Armata rossa nel campo di sterminio polacco di Auschwitz, tutta Europa celebra oggi l’orrore della persecuzione e dello sterminio ebraico – ma non solo ebraico – da parte dei nazisti.

CAMPO

“Mai più” ha twittato il premier Renzi.

“Mai più” hanno ripetuto – a scendere – i rappresentanti delle istituzioni pubbliche italiane.

“Mai più”, ripetiamo anche noi.

Ma, mentre lo diciamo, la Nigeria ora, anche in questo momento, vede la più grande persecuzione di cristiani nell’era moderna.

NIGERIA

Le donne yazide scelgono, ora, anche in questo momento, di non tenere i figli che stanno per nascere dopo gli stupri subiti dai miliziani dell’ISIS.

L’ISIS, anche in questi giorni, continua la carneficina e gli sgozzamenti.

Nel luglio del 1995, le truppe serbe e formazioni irregolari trucidarono 8 mila abitanti mussulmani di Srebrenica, in Bosnia Erzegovina.

Nel settembre del 1982 le milizie falangiste libanesi massacrarono i palestinesi a Sabra e Chatila.

Dal 1975 al 1979, i Khmer Rossi in Cambogia annientarono due milioni di persone

Nell’aprile del 1940, ventimila polacchi, soprattutto ufficiali dell’esercito, vennero uccisi dalle truppe russe e sepolti nelle fosse di Katyn.

Katyn

Questi orrori nulla tolgono agli orrori compiuti dai nazisti.

Ma, mente scriviamo “Mai più”, rendiamoci conto, che è solo un modo di dire.

Anche oggi, stanno accadendo gli stessi fatti, le stesse epurazioni.

Facciamo bene a puntare il dito contro i nazisti. A voler ricordare la loro barbarie. Come faremo bene, a febbraio, a ricordare la bestialità dei comunisti titini che infoibarono migliaia di italiani.

Il male c’è e lo abbiamo identificato. E gli puntiamo l’indice contro.

Ma, forse, dovremo anche riascoltare un cantautore italiano.

“I mostri che abbiamo dentro, che vivono in ogni uomo, nascosti nell’inconscio, sono un atavico richiamo. I mostri che abbiamo dentro, che vagano in ogni mente, sono i nostri oscuri istinti e inevitabilmente dobbiamo farci i conti”.

Cantava così Giorgio Gaber: I mostri che abbiamo dentro…