LA RIVOLUZIONE ISLAMICA E LA COSCIENZA OCCIDENTALE

A Falerone c’erano le Clarisse. Le ultime se ne sono andate da qualche tempo. A Montegiorgio, il convento dei Cappuccini è deserto da anni. A Loro Piceno, l’ex arcigna rocca dei Brunforte ha visto l’abbandono delle suore domenicane. I religiosi se ne vanno, arrivano i profughi. Lo ha fatto capire molto bene mons. Vinicio Albanesi, presidente delle Comunità di Capodarco, in un recente articolo apparso sul quotidiano Avvenire.

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«I profughi sono carne di Cristo» ha ripetuto sulla scia di papa Francesco. Anche se islamici, e anche se poco propensi ad integrarsi.

I cattolici tendono una mano, aprono i loro spazi, accolgono. Affrontano l’emergenza in prima persona. Rischiando. C’è poi lo Stato che ritarda i riconoscimenti. Otto nove dieci mesi di limbo, a volte anche di più, dove gli ospitati non sanno cosa fare. Fumano e passeggiano. A volte da soli. Senza un lavoro, senza una prospettiva di futuro. Delusi per lo più, e via via più arrabbiati. Le proteste diventano subito notizia.

Bastano le lezioni di italiano o di teatro a integrarli?

E questo è uno scenario.

L’altro è quello di chi abita già le nostre cittadine. I centri storici sono occupati la più parte dagli immigrati. A Monte Urano, Monte San Pietrangeli, Montegiorgio, solo per fare qualche esempio. Le strade, abbandonate dai bambini italiani, si riempiono di coetanei provenienti d’altrove.

Abbiamo recentemente posto alcuni problemi, tirandoci addosso diverse critiche.

La scrittrice e giornalista Oriana Fallaci

La scrittrice e giornalista Oriana Fallaci

Li riproponiamo. I nuovi venuti potranno mai amare l’architettura dei nostri palazzi, delle nostre piazze, l’arte presente nelle nostre chiese e pinacoteche, potranno mai apprezzare le torri e i castelli delle nostre colline, potranno mai godere delle storie fantastiche legate alle nostre montagne?

Certo, non è questo il problema di fondo. Però, un ambiente, un luogo, un tempio, un teatro, li si rispetta se li si ama. E li si ama se li si percepisce legati alla propria storia e tradizione. Altrimenti li si ignora, come se non esistessero, come se non facessero parte di sé.

Di fronte alle tragedie di Parigi e della Nigeria, quanto sopra sembra riduttivo. Ma è quel che capita nelle nostre periferie. Di cui dobbiamo renderci conto.

Nei primi anni Novanta dello scorso secolo, un Muftì medio-orientale non ebbe paura a dire chiaramente che l’Occidente sarebbe capitolato “per la sua democrazia e la sua demografia”. La prima intesa come pertugio dove far passare un pensiero altro, la seconda come estinzione del ceppo europeo originario per mancanza di nuovi nati.

Il presidente egizia Abdel Al Sisi

Il presidente egizia Abdel Al Sisi

Il cardinal Biffi, ancora arcivescovo di Bologna, venne sbeffeggiato quando propose di aprire ai profughi cristiani ammettendo che gli islamici non erano facilmente integrabili.

Oggi gli intellettuali che lo derisero, così come derisero Oriana Fallaci, mettono quasi tutti l’elmetto per difendere il vecchio continente dall’invasione esterna e dalla ribellione intestina dei non assimilati già presenti e residenti nelle nostre terre. Fanno presente che bisogna difendersi e che l’Islam moderato non ha alcuna chanche di prevalere.

Eppure, scrive il filosofo Massimo Borghesi ci sono state voci autorevoli, come il presidente dell’Egitto Abdel Fattah Al Sisi che, parlando recentemente all’università di al-Azhar, ha chiesto all’Islam una rivoluzione religiosa per liberarsi da “un pensiero erroneo”, per sradicare il fanatismo rimpiazzandolo con una visione più illuminata del mondo.

Strada impervia ma necessaria. Che ha bisogno però di due condizioni: da parte degli islamici, la capacità di intraprenderla con decisione; da parte dell’Occidente, di sapere cosa esso sia veramente. Senza un vero confronto ideale e culturale, ci sarà solo un dilagare del fanatismo. Complice la nostra democrazia e la nostra demografia.

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