TRADIZIONI E TURISMO

Ieri, sabato 17 gennaio. La chiesa ha ricordato Sant’Antonio abate. Nelle stalle di un tempo, tra il tepore buono dell’alito di mucca, un immagine campeggiava sulla parete dirimpetto alla porta d’ingresso. Era quella del monaco con barba bianca, vestito di saio marrone, cordone annodato alla vita, appoggiato a un bastone dotato di croce e campanellina, circondato da maiali, cavalli, galline, bovini, capretti e agnellini.

Sant’Antonio è ancora protettore di salumai, macellai, contadini. Sotto all’immagine, si stampavano anche calendari e lunari. Strumenti utili per orientarsi. Non se ne trovano quasi più.

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Sia ieri che oggi, in alcuni centri dell’entroterra vengono condotti animali sui sagrati delle chiese per benedizione. A Monte Vidon Combatte come a Grottazzolina. Un tempo si benedivano anche le panette di sant’Antonio, pane particolare.

Sempre oggi, a Montelparo, nell’antico convento agostiniano, da dove partì l’Insorgenza anti-francese, si mangerà baccalà. Viene preparato solo da uomini, con una ricetta che passa da bocca a orecchio. Una Confraternita mantiene tradizione e segreto da quasi tre secoli. Da quando un terremoto distrusse il convento e gli uomini lo ricostruirono. Per compenso ebbero un “coppu” di baccalà.

Il compenso in cibo ci riporta alla stupenda Crocefissione di Lorenzo Lotto nella chiesa medievale di Santa Maria della Pietà in Telusiano, a Monte San Giusto. Il vescovo Niccolò Bonafede pagò l’artista veneto con olio e olive. Oggi, avrebbe saldato i conti offrendo la prestigiosa Pasta di Aldo.

A Moregnano, tranquilla frazione di Petritoli, Roberto Ferretti, psicologo di professione, amante della Terra di Marca per contagio,   avvalendosi del Laboratorio Piceno della Dieta mediterranea, ha riproposto giorni or sono “La salata”, il rito della lavorazione del maiale con tanto di norcino, acqua bollente che annebbia di vapore le stanze usate, anziane all’opera, insaccati e coppa. Del “porco”, diceva la saggezza popolare, “nulla si spreca”. I turisti sono accorsi a frotte per vedere, e gli “indigeni” adulti si sono stupiti per qualcosa che riemerge dalla loro fanciullezza. L’estate scorsa toccò a “Li tajulì pilusi”.

Qualcuno potrebbe obiettare trattarsi di visioni romantiche “a la recherche du temps perdu”. Ma certi eventi ricollegati alle loro radici profonde, piacciono in modo particolare agli stranieri in visita all’Italia. Diventano economia, dunque fanno business. Ad un patto: che non siano finzioni da teatro, ma espressioni di una cultura che, se anche posta ai margini, continua ad esistere sottotraccia. E a convincere perché vera.

  1. Per Natale, ho ricevuto in dono un gustosissimo torrone di Cremona, che ne è la città patria, così come lo è della liuteria. Quel torrone aveva la forma di un violino Stradivari. Due eccellenze insieme. Due espressioni artistiche   sommate quanto meno nell’immaginario. Se gli agriturismo (e i luoghi di ospitalità in genere) offrissero, oltre alla proposta di campagna e camminate, anche eventi della tradizione, il loro già lusinghiero terzo posto (19%) tra le mete scelte dai vacanzieri, dopo la Toscana (58%), e l’Umbria (34%), avrebbe un significativo balzo in avanti.
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