I DISCENDENTI DI NOE’. (da libro “Alla mia Terra. Racconti e leggende di un amante quasi deluso” di Adolfo Leoni, Albero Niro editore)

Carica di animali, l’Arca si incagliò in cima al monte Ararat.

“Terra, terra… finalmente! Sia ringraziato Iddio”, esultò il composito equipaggio. Noè, correndo come poteva un vecchio della sua età molto avanzata, raggiunse la finestrella ricavata sulla prua. Dopo quaranta giorni di pioggia ininterrotta, un gran sole splendeva ora su di un unico ed immenso oceano calmo e lucente.

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L’anziano saggio lasciò passare ancora qualche giorno di bel tempo. Poi, una candida colomba si librò nel cielo. Il ramo di ulivo che piùtardi riportò nel becco rese evidente il nuovo patto tra la natura e gli uomini.

Gli scampati al diluvio scesero a terra, unici sopravvissuti della loro specie. La vita lentamente riprese a pulsare nella normalità. Rinacquero i villaggi; si tornò a coltivare i campi e ad allevar le greggi.

Gli anni passarono veloci ed i figli dei figli di Noè vollero conoscere altri luoghi. A lungo vagarono per quella che in seguito sarà chiamata Europa. In nessun posto, però, ritennero di stabilirsi definitivamente. Altro cercavano per sé. Giunsero anche in Italia. Ma non ebbero soddisfazione fintanto che non raggiunsero i Sibillini. Ai piedi di quei Monti Azzurri ritennero d’aver trovata la terra promessa. Li accolse un luogo ospitale, ricco di acqua e di pascoli, di castagne e di noci. Vi posero le loro tende. Successivamente iniziarono a edificare i borghi di Isola San Biagio e di Montemonaco, località, dunque, tra le più antiche del mondo dopo il cataclisma.

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I pronipoti di Noè vissero felici e prosperi in quelle terre di montagna. Di quei luoghi incantati molto si favoleggiò, e le voci corsero anche ad Aquisgrana, alla corte di Carlo Magno. L’imperatore cristianissimo ne rimase impressionato. Dopo aver annientato gli Avari, scese a Roma e ne approfittò per visitare Montemonaco. Conobbe così la vita dura ma spensierata dei discendenti di colui che aveva salvata la razza umana. La condivise in cuor suo; gli ricordava i primi anni della sua infanzia, quando all’orizzonte non erano comparse le amarezze legate al governare.

Da quella regale visita passarono circa quattro secoli. Una guerra cruenta stava ora sconvolgendo le felici contrade dei Sibillini. Norcia, il gran comune che si stendeva al di là delle montagne, voleva ampliare i suoi domini. A Montemonaco si disse “no!”. L’antica stirpe di Noè non volle cedere alle smanie di potere dei signori umbri. E lo scontro fu inevitabile.

Due piccoli eserciti furono messi in campo. Il sangue arrossò quei territori; le greggi rimasero abbandonate; i campi furono dati alle fiamme. Lungo e terribile fu il conflitto. Lutti, privazioni e miserie colpirono entrambi i contendenti. Sentendosi sfiancati, ambedue i Comuni tentarono un accordo: il confine sarebbe stato tirato laddove si fosse ritrovato morto il piùavanzato dei guerrieri di Montemonaco. La soluzione a tutti sembrò equa. Le ricerche iniziarono ma l’oscurità piombò sul campo di battaglia. L’occasione fu colta al volo dai comandanti di Montemonaco. Presero, costoro, un pastore e lo uccisero. In dosso gli misero i panni dei soldati piceni e lo trasportarono, non visti, sul limitare dell’accampamento avversario. Dove venne ritrovato sul far del giorno.

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Nessuno s’accorse dell’inganno; il confine fu segnato, e con esso si proclamò la pace susseguente. Solo il cielo ebbe un tuono violentissimo, esploso da una nuvola di pece. A Montemonaco qualcuno guardò in alto e ricordò il diluvio. E le iniquità degli uomini.

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