Convegno sulle sagre. Occasione mancata

Sala della Camera di Commercio gremita ieri pomeriggio a Fermo. Notevole, ma non inaspettato, l’afflusso di candidati sindaci e candidati consiglieri regionali dai cellulari bollenti. Non sono mancati i ristoratori (non molti per la verità) e i rappresentanti delle Pro Loco marchigiane.

Sul palco: Sandro Pazzaglia, presidente dei cuochi del Fermano, Piero De Santis della Confcommercio esercenti ristorazione, Riccardo Tarantini, presidente della Confommercio fermana, Sandro Santanafessa, presidente provinciale FIPE-Caffetteria, Maria Teresa Scriboni, super direttore Confcommercio locale.

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L’associazione di categoria ha proposto un disciplinare delle sagre. Ha parlato di concorrenza sleale da parte di chi propone sagre fasulle ma anche da parte di chi, proponendone di vere, non rispetta le regole della somministrazione di alimenti e bevande. Una sottolineatura è andata anche alla mancanza di professionalità e di sicurezza di chi cucina per strada.

La Confcommercio ha chiesto alla politica di farsi carico del problema nelle diverse realtà istituzionali: comune e regione soprattutto, disciplinandole e regolandole.

Una richiesta che, a parer nostro, comporta un grosso rischio: l’appiattimento e l’imbalsamazione. Usiamo il termine “imbalsamazione” perché l’occasione di ieri, interessante per la possibilità di aprire nuovi spiragli, si è rivelata alla fine un trincerarsi a difesa di interessi – pur giusti – di una categoria o corporazione. Imbalsamazione, quindi.

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Eppure il prof. Tommy Andersson, uno dei più grandi esperti al mondo del Food Festival, docente a Goteborg in Svezia, invitato dall’Associazione Cuochi della provincia di Fermo, aveva spalancato la finestra su un  mondo completamente nuovo e ricco di prospettive. Il mondo, appunto, degli eventi eno-gastronomici, con quei turisti – i cosiddetti Foodies – che si muovono sempre più massicciamente per gustare prodotti tradizionali, conoscerne le terre di origine, immedesimarsi nel loro racconto, impararne le “cucine”. Andersson ha snocciolato cifre e fornito percentuali, ha presentato statistiche frutto di uno studio profondo del fenomeno Food a livello internazionale. In pratica ha detto: ci saranno sempre più turisti interessati a tale fenomeno, occorrono iniziative originali e vere, legate alle proprie terre, occorre inventiva, occorre comunicazione. Occorre soprattutto cooperazione.

La parola “cooperazione” è stata spesa cinque volte. Il docente  ha rimarcato come un ambiente interessato ad un Festival del Food, oppure ad una sagra popolare effettiva, deve essere capace di coinvolgere ogni realtà: ristorazione, imprenditoria, piccoli/grandi produttori di cose buone, patrimonio artistico e architettonico, volontariato, salute, ecc.

Gli spunti forniti dal docente svedese sono stati illuminanti. Peccato però che la finestra sia stata subito richiusa. E che gli intenti del convegno si siano rivelati  quasi solo una richiesta di limitazioni e vincoli per le sagre. Una posizione arroccata che ha scatenato la risposta indignata delle Pro Loco.

Accantonata la relazione di Andersson, nessun approfondimento culturale è stato fatto, come implicitamente aveva chiesto Pazzaglia, sul significato vero della sagra e sull’opportunità di procedere con l’identificazione dei prodotti tradizionali attraverso le denominazioni comunali (DE.CO). Peccato! Platone e la sua caverna sono illuminanti: “… siamo, cioè, come uomini che hanno trascorso tutta la vita nelle profondità di una grotta e hanno, pertanto, finito con il credere che il mondo sia limitato al poco che riescono a vedere nella loro condizione”.

Politica immorale e buona politica

Il quattro maggio prossimo la Fondazione San Giacomo della Marca e il Cosvim proporranno a Porto San Giorgio un incontro con i candidati governatori delle Marche.

Titolo: “Le politiche di sostegno al credito”.

Sarà l’occasione per rivolgere domande alla politica regionale.

Il presidente della Fondazione, Massimo Valentini, ha inquadrato il problema Marche in un articolo apparso domenica su Il Resto del Carlino.

Ha scritto che, secondo i sondaggi, al voto si recheranno il 50 per cento dei marchigiani.

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Quelli che resteranno a casa – l’altra metà – lo faranno perché c’è un diffuso malumore.

Un malumore generato da “una deriva autoreferenziale e personalistica della politica”, a sua volta generata “da una perdita di un chiaro riferimento ideale”.

In secondo luogo, sempre questo malumore è “il prodotto di una mentalità che ha pervaso settori consistenti della società civile.

Una mentalità che riduce la visione politica al luogo dove gli interessi personalistici e di lobby possono essere adeguatamente tutelati.

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La sintesi può essere questa: ci sono gruppi di potere abbarbicati al potere e arricchiti dal potere.

Dove il potere – questa conclusione è nostra – guadagna nel crearsi riserve di voti e di consenso.

Riserve di voti e di consenso che garantiranno al potere, cioè agli uomini del potere, di restare a galla continuando ad essere i padroni del vapore.

Ma se una minoranza sostiene il potere per goderne i frutti, gli altri che fanno?

Crediamo che una parte non vada al voto perché esclusa dal godimento di tali frutti. Ma un’altra, però, quella che fa in proprio, che tira quotidianamente, che costruisce nonostante la pesantezza immorale della tassazione, è profondamente delusa e anche disgustata.

In questi giorni sto rileggendo alcuni articoli illuminanti, nonostante la lontananza temporale, di don Luigi Sturzo.

Sul giornale L’Italia del 3 novembre 1946, il fondatore del Partito Popolare, scriveva: “L’immoralità pubblica non è caratterizzata solo dallo sperpero del denaro, dalle malversazioni e dai peculati. Applicare sistemi fiscali ingiusti e vessatori è immoralità; dare impieghi di Stato o di altri enti pubblici a persone incompetenti è immoralità; aumentare posti di lavoro senza necessità è immoralità; abusare della propria influenza o del proprio posto di consigliere, deputato, ministro, dirigente sindacale, nell’amministrazione della giustizia civile o penale, nell’esame dei concorsi pubblici, nelle assegnazioni di appalti o alterarne le decisioni è immoralità.

Però il segaligno prete di Caltagirone non si limitava a puntare l’indice. Sapeva bene che l’immoralità non si corregge “solo con le prediche o con gli articoli sui giornali”, si corregge con nuovi costumi. Non a caso moralità deriva da mos che significa costume di vita (non un’etica astratta). Si corregge con una nuova cultura che non è certo quella dello “Stato-tutto”, come nel Fascismo o nel Comunismo.

Si corregge con un lavoro nel sociale, nella famiglia, nelle scuole, nelle opere no profit, nella cooperazione.

Si corregge con meno statalismo, meno centralismo, più autonomie locali e più riconoscimento e rispetto per “i nuclei e gli organismi naturali” come la famiglia e i comuni, e incoraggiando “le iniziative private”.

Ancora stamattina leggiamo titoli in cui i ricandidati parlano di “servizio” alle proprie comunità.

Per non farci portare in giro, possiamo smascherarli solo chiedendo conto di quel che hanno fatto sul serio. Non di quello che hanno detto che avrebbero fatto.

Recita il salmo: L’uomo dalle molte parole non cammina dritto sulla terra.

Politici autoreferenziali e salvatori della patria. E la pigrizia di chi pensa il “pensato” della “direzione centrale”

Nel libro Italia Provvisoria, Giovannino Guareschi affrescava così la gente italiana: “Il laboriosissimo popolo italiano è, ohimè, affetto da una pesante pigrizia mentale: non vuol pensare, preferisce trovare tutto pensato. Alzarsi la mattina e leggere sul giornale quello che la direzione centrale ha pensato per lui”.

Guareschi aggiunge: “Liberiamoci di quella parte peggiore di noi stessi che è in agguato dentro ciascuno di noi e aspetta una squilla, un inno, uno sventolar di bandiere per levarsi la giacca, rimboccarsi le maniche e fare la nuova storia d’Italia”.

In due pennellate, l’autore di Peppone e don Camillo denunciava, nel 1947, la debolezza dei suoi connazionali: prendere a prestito il pensato altrui, acquisire sempre e soltanto l’idea di una direzione centrale.

Ma suonava anche la sveglia.

Da allora sono passati 68 anni. L’Italia ha avuto il suo boom economico, la contestazione, il terrorismo, lo yuppismo craxiano, il rifugiarsi nel privato, la secolarizzazione, la scristianizzazione, la regressione economica.

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Lo scritto di Guareschi torna oggi prepotente vero, come avviso e allarme. Non tanto in campo economico, dove i piccoli imprenditori – e non il governo romano – ce l’hanno messa tutta e proprio tutta. Quanto in campo politico.

Siamo pensati dalla politica, siamo usati dalla politica, siamo succubi della politica. Meglio: di una classe politica quintessenza della spossatezza morale della società italiana, affermatasi proprio per il ripiegamento di quest’ultima.

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In tempi, in questi mesi, in queste ore stiamo cercando l’uomo della provvidenza, il salvatore della piccola o grane patria. Quel politico che, andando in comune, provincia (per quel che ne è rimasto), regione o parlamento, risolva ogni nostro problema. Attendiamo dal comune di Fermo, dalla chiudente sede della provincia, dalla regione, da Roma la soluzione dei nostri affanni. La delega ai politici è totale. Da loro ci aspettiamo miracoli e piaceri. Più i secondi che i primi. Piaceri… Prebende… Bandi ad hoc… Quattrini…

Ma la politica i miracoli non li fa. Fa solo quelli di cui sopra. E i politici lasciati soli, non incalzati dalla gente, non pungolati, non criticati, non scossi, si chiudono nella loro torre d’avorio da dove dirigono operazioni a corto respiro. Il proprio respiro. Influenzando l’economia, il giornalismo, la cultura. Facendone specchio della propria riduttiva immagine.

E allora? Il punto non sta tanto nel tornare a votare. I sondaggi danno in aumento l’astensione nelle Marche, sopra il 52 per cento.

Il punto sta nell’avere coraggio, nel ricrearsi e nell’organizzarsi di una buona – e ribadisco: buona – società civile, nel disseminare concetti e cultura nuovi, nel farsi sentire, nel ricreare reti laddove il potere/direzione centrale ci vorrebbe divisi su tutto (divide et impera, da Cesare a Renzi) o reattivi emozionalmente su tutto, quindi alla fine su nulla, un attimo di ribellione a parole e ogni cosa torna come prima.

Imbambolati dai media gestiti da pigre menti che, paurose per il proprio posto di lavoro, attendono il pensato della “direzione centrale” (oggi diremmo: il politicamente corretto), anche noi pensiamo il pensato imposto. Facendo così il gioco di chi ha saputo agguantare il potere, e lavora solo e soltanto per consolidarlo, elargendo prebende e “piaceri” appunto alle corporazioni di riferimento elettorale, e respirando un respiro corto: quello di casa propria. E basta.

Droni insicuri e Mas dimenticati

Qualche idea anche dalla periferia dell’ “impero”.

Due anni e mezzo fa, quando la situazione libica iniziava ad intrecciarsi e i negrieri a farsi sempre più feroci, scrivemmo che forse l’Europa avrebbe dovuto allestire “cittadelle della libertà” sulle coste della Libia. Luoghi di umana accoglienza per battere gli schiavisti.

Oggi, dopo migliaia di morti, si pensa ad affondare i barconi tramite droni.

La supertecnologia opera chirurgicamente, dicono.

Non sempre accade. Nelle ultime ore abbiamo visto l’errore americano in Pakistan dove ci ha rimesso la vita l’operatore umanitario Giovanni Lo Porto.

In questa vicenda ci sono passaggi oscuri – forse gli USA non sono disponibili a bombardare le ex terre di Gheddafi – ma non è questo che vogliamo approfondire.

Torniamo ai mezzi che dovrebbero colpire le imbarcazioni degli “scafisti”.

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Mentre ascoltiamo o leggiamo le diverse discussioni, ci viene in mente che l’Italia negli anni della Seconda guerra mondiale, dinanzi alla tecnologia navale sempre più spiccata degli inglesi, puntò sul Reparto mezzi d’assalto. I famosi MAS: il 15 marzo 1941 divenuti X MAS, i famosi “maiali”, battelli sommergibili, agili e silenziosi, guidati da uomini.

Peter Kemp, nel Quaterly Journal of Military History, scrisse così: “Le imprese della X Mas sono un esempio di ciò che il coraggio e l’audacia possono di fronte a un’apparente sproporzionedi forze. In una guerra in cui  la tecnologia aveva assunto un’importanza crescente, le loro gesta rimandavano a epoche in cui erano il carattere e il coraggio a contare più di ogni altra cosa”.

I MAS affondarono due navi cisterna: la Fiona Shell e la Denbydale, all’interno del sorvegliatissimo porto di Gibilterra, danneggiarono la motonave Durham, violarono il porto di Alessandria d’Egitto portando un duro colpo a due corazzate: l’ammiraglia Queen Elisabeth, e la Valiant, al cacciatorpediniere Jervis e alla nave cisterna norvegese Sagona. I dati sono riportati da una recente tesi di laurea all’università di Macerata.

A guerra terminata, e diversi anni più tardi, i MAS, squalificati dalla storia vincente perché collegati unicamente alla figura del principe nero Junio Valerio Borghese, operarono in segreto per conto di nazioni estere. Alcuni “sommergibilisti” italiani vennero chiamati informalmente a istruire marinai di altri Paesi.

Tutto questo per dire che, accanto all’opzione droni “chirurgicamente insicuri”, ce ne potrebbe essere qualche altra. Forse più efficace e forse più sicura. Ma forse mancano gli uomini…

Elezioni a #Fermo. Di Ruscio si ritira dalla corsa. Troppi veleni. In Regione è stato anche peggio: ipocrisia e falsità

Saturnino Di Ruscio non sarà candidato sindaco di Fermo. E’ ufficiale. Lo ha detto esplicitamente oggi convocando una conferenza stampa nel pomeriggio.

Nonostante abbia in mano due liste semi-pronte con tanto di nomi e simboli, ha scelto di non competere.

“Se la mia candidatura serve a creare ulteriori divisioni è meglio ritirarsi”.

Freddo Mauro Torresi, fredda Fermo Libera, glaciale Giambattista Catalini. Li ha avvicinati. E’ polo nord.

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Non ha avuto risposte positive. Anzi, commenta: “qualcuno pur di distruggere Di Ruscio, è pronto a perdere la città”.

Dinanzi agli occhi, gli è passato lo stesso film della campagna elettorale 2009 per la presidenza della provincia: un centro destra non solo spaccato, ma anche iroso, con personaggi che sono arrivati alle minacce: “sarai licenziato” o alla “richiesta di una indagine sui rendiconti elettorali”. Una situazione allucinante che, se sommata ad un Comune con pochi soldi, con dirigenti ridotti all’osso, privo di scelte negli ultimi anni, scoraggerebbe chiunque.

“Ho una reputazione da difendere”, ripete l’ex sindaco, che non vuol farsi triturare. Gli apparati gli sono contro. Sarebbe una “lotta contro i mulini a vento”.

Saturnino Di Ruscio

Saturnino Di Ruscio

Per la mancata  candidatura regionale, Di Ruscio parla di “ipocrisia” e di “falsità” di tante “facce d’angelo”. Il Governatore Gian Mario Spacca in persona gli aveva riservato il ruolo di capolista e quello di coordinatore-segretario provinciale di Marche 2020. Il successivo veto di Lorenzo Cesa, segretario dell’UDC e facente parte di Area Popolare, sensibilizzato a dovere dall’assessore regionale uscente Maura Malaspina, ha provocato la sua esclusione dalla lista. O Di Ruscio o Area Popolare, è stato l’aut aut rivolto a Spacca, che ha scelto AP. Alla base, sicuramente c’è il timore di qualche concorrente in gonnella, ma ancor di più sicuramente c’è una strategia di chi vuole ridurre la città di Fermo ad un ruolo marginale.

E’ la tesi di Carlo Labbrozzi, ex consigliere comunale fermano ai tempi della Dc, e “fratello maggiore in politica” di Di Ruscio.

Labbrozzi lo ha accompagnato in tutte le fasi e gli snodi di questa vicenda, convincendosi che l’esclusione è dovuta ad una questione di fondi europei, “vogliono eliminare Fermo dal riparto”, “vogliono dividere i fondi solo tra le quattro province”. Dunque, meglio affossare Fermo, meglio non avere in Ancona, in consiglio regionale, quel “rompiscatole” di Di Ruscio che di amministrazione se ne intende.

Il bar Bingo che ospita la conferenza stampa è listato a festa. Ci sono striscioni che augurano buon compleanno. Non è certo la festa di Di Ruscio, che appare piuttosto tirato.

Ed ora? La sua conclusione non conclude, e potrebbe far pensare a nuove prospettive regionali, con altre forze politiche, dato che “le categorie destra e sinistra non esistono più”.

Le ultime parole le trae dal film “Via col vento”. “Domani è un altro giorno, si vedrà”. Domani.

Oggi, intanto, ha iniziato a seguire un motto: “Scegliere chi tenere vicino è importante, scegliere chi tenere lontano è vitale”. Spacca, sicuramente, è tra questi. Ed anche Catalini, Torresi, e “l’innominato” senatore.

Un “Diamante” per l’Expo

Si chiama “Diamond Palace”. Ha la forma di un diamante. E’ stato costruito a Porto Sant’Elpidio, a poche decine di metri dall’uscita dell’autostrada A14.

L’hanno realizzato Annarita Pilotti e Graziano Cuccù, titolari del brand Loriblu, con l’obiettivo di creare “una struttura che possa essere un punto di riferimento e che possa anche dare servizi utili al territorio”.

In occasione dell’Expo 2015 è stato scelto come la Porta del Territorio Marchigiano, ovvero, come punto nevralgico e luogo di esposizione per la moda e il fashion. Stiamo parlando di calzature, abbigliamento, pelletterie, cappelli, oreficeria, bigiotteria.

Lo ha indicato la Regione Marche in collaborazione stretta con la Camera di Commercio di Fermo.

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La gestione dello spazio espositivo è stata affidata all’Associazione Marca Fermana, che da anni si occupa di valorizzazione e promozione del distretto Fermano. Il neo presidente Maurizio Marinozzi è già in moto da alcuni mesi per offrire un luogo degno di accoglienza ed esaustiva  vetrina dell’operosità ed ingegno del fermano.

Vi troveranno posto 40 espositori cui verrà riservato uno spazio congruo per un periodo di tempo che va dal 28 maggio al 31 ottobre.

La Regione Marche sarà presente con un sofisticato spazio altamente interattivo e multimediale. Lo spazio permetterà al visitatore di vivere un’esperienza quasi reale della nostra Regione e di entrare in contatto con Padiglione Italia a Milano. L’allestimento preliminare prevede un pavimento interattivo, un megaschermo, un’area virtual experience, pixpad e totem touch screen e un’area polifunzionale per conferenze e riunioni.

In queste settimane la Regione sta intercettando le delegazioni estere, i buyer e gli operatori di settori che hanno scelto di venire in Italia per l’Expo, in modo da invitarli a visitare l’esposizione fermano/marchigiana. A loro è diretta l’iniziativa.

Maurizio Marinozzi

Maurizio Marinozzi

Nei cinque mesi di apertura, accanto all’esposizione, l’associazione Marca Fermana realizzerà nel Diamond Palace incontri informativi, convegni, eventi, conferenze stampa e quanto d’altro possa risultare interessante e utile per gli imprenditori locali e le delegazioni estere di passaggio.

Per questo il presidente dell’Associazione Marca Fermana Maurizio Marinozzi ha inteso coinvolgere i Soci ed in particolare i Comuni del Fermano, Confindustria, l’ANCI, Unpli Marche e tutte la Associazioni di categoria, che insieme dovranno contribuire in maniera determinante alla presentazione dei “diamanti” del Fermano in un luogo strategico e ribattezzato, non a caso, Diamond Palace come “l’immagine di purezza, charme ed eleganza che emana”.

I Comuni saranno veri attori protagonisti. Alle pareti campeggerà le gigantografie che li rappresenta, mentre a terra sarà impressa la cartina dei diversi territori.

Momenti particolari affidati alle Rievocazioni storiche e ai gruppi folcloristici sono stati pensati per la presentazione delle tradizioni locali.

Il presidente Marinozzi ha voluto ringraziare il presidente della CCIAA di Fermo e delle Marche, Graziano Di Battista, per l’impegno quotidiano profuso in appoggio all’iniziativa.