Persecuzione dei cristiani. Chi tace è complice

Papa Francesco ha alzato la voce.

Il silenzio sulle persecuzioni dei cristiani nel mondo è colpevole.

Le sue parole sono state, questa volta, molto forti.

E’ stato come dire: Chi resta zitto dinanzi ai massacri è come se ne fosse corresponsabile.

L’ultimo – quello del Kenya – è stato atroce. Quasi 150 ragazzi trucidati.

L’intento degli islamici Isis è chiaro: terrorizzare, paralizzare dalla paura, impedire che cresca una nuova classe dirigente.

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E’ un’azione luciferina: il male che annienta tutto: uomini e cose.

Di fronte a tali fatti di sangue non si può restare inerti.

Ogni anno celebriamo la Giornata della memoria. Pagine di giornali e servizi e film televisivi riempiono per giorni la nostra quotidianità.

E’ il ricordo di un altro massacro, quello ebraico. Anche in questo caso il mondo si mosse in ritardo, prese coscienza tardi dei campi di sterminio. Anche le stesse popolazioni: quella italiana, tedesca, romena, scandivana presero coscienza con grande ritardo.

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E forse, vollero prendere coscienza in ritardo: per paura, per compiacenza, per farsi gli affari propri.

Così si permise quel che poi accadde di sommamente nefasto.

Ora piangiamo. Piangiamo per il massacro degli anni ‘40. Lo facciamo a distanza di 50-60 anni.

Non è possibile attendere altri 60 anni per piangere lo sterminio dei cristiani.

Stavolta bisogna agire. E subito. Se occorrono le armi, le si usino. Sul fronte esterno, ma guardando bene anche nel fronte interno. Perché il nemico – e non è questione di razzismo, di islamofobia, di odio per il diverso – ce l’abbiamo già dentro casa.

L’impressione è che sia acquattato e pronto a colpire.

Ma non è con la condiscendenza o alzando le spalle che risolveremo il problema.

Abbiamo irriso Oriana Fallaci quindici anni fa.

Ci aveva avvertiti. Il sangue kenyota, quello palestinese, siriano, irakeno, tunisino, francese sono la solidificazione, terribile di quel campanello d’allarme.

Non si può più attendere.

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