Il Paesaggio come cura

Carlino 26.04.2015

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Politici autoreferenziali e salvatori della patria. E la pigrizia di chi pensa il “pensato” della “direzione centrale”

Nel libro Italia Provvisoria, Giovannino Guareschi affrescava così la gente italiana: “Il laboriosissimo popolo italiano è, ohimè, affetto da una pesante pigrizia mentale: non vuol pensare, preferisce trovare tutto pensato. Alzarsi la mattina e leggere sul giornale quello che la direzione centrale ha pensato per lui”.

Guareschi aggiunge: “Liberiamoci di quella parte peggiore di noi stessi che è in agguato dentro ciascuno di noi e aspetta una squilla, un inno, uno sventolar di bandiere per levarsi la giacca, rimboccarsi le maniche e fare la nuova storia d’Italia”.

In due pennellate, l’autore di Peppone e don Camillo denunciava, nel 1947, la debolezza dei suoi connazionali: prendere a prestito il pensato altrui, acquisire sempre e soltanto l’idea di una direzione centrale.

Ma suonava anche la sveglia.

Da allora sono passati 68 anni. L’Italia ha avuto il suo boom economico, la contestazione, il terrorismo, lo yuppismo craxiano, il rifugiarsi nel privato, la secolarizzazione, la scristianizzazione, la regressione economica.

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Lo scritto di Guareschi torna oggi prepotente vero, come avviso e allarme. Non tanto in campo economico, dove i piccoli imprenditori – e non il governo romano – ce l’hanno messa tutta e proprio tutta. Quanto in campo politico.

Siamo pensati dalla politica, siamo usati dalla politica, siamo succubi della politica. Meglio: di una classe politica quintessenza della spossatezza morale della società italiana, affermatasi proprio per il ripiegamento di quest’ultima.

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In tempi, in questi mesi, in queste ore stiamo cercando l’uomo della provvidenza, il salvatore della piccola o grane patria. Quel politico che, andando in comune, provincia (per quel che ne è rimasto), regione o parlamento, risolva ogni nostro problema. Attendiamo dal comune di Fermo, dalla chiudente sede della provincia, dalla regione, da Roma la soluzione dei nostri affanni. La delega ai politici è totale. Da loro ci aspettiamo miracoli e piaceri. Più i secondi che i primi. Piaceri… Prebende… Bandi ad hoc… Quattrini…

Ma la politica i miracoli non li fa. Fa solo quelli di cui sopra. E i politici lasciati soli, non incalzati dalla gente, non pungolati, non criticati, non scossi, si chiudono nella loro torre d’avorio da dove dirigono operazioni a corto respiro. Il proprio respiro. Influenzando l’economia, il giornalismo, la cultura. Facendone specchio della propria riduttiva immagine.

E allora? Il punto non sta tanto nel tornare a votare. I sondaggi danno in aumento l’astensione nelle Marche, sopra il 52 per cento.

Il punto sta nell’avere coraggio, nel ricrearsi e nell’organizzarsi di una buona – e ribadisco: buona – società civile, nel disseminare concetti e cultura nuovi, nel farsi sentire, nel ricreare reti laddove il potere/direzione centrale ci vorrebbe divisi su tutto (divide et impera, da Cesare a Renzi) o reattivi emozionalmente su tutto, quindi alla fine su nulla, un attimo di ribellione a parole e ogni cosa torna come prima.

Imbambolati dai media gestiti da pigre menti che, paurose per il proprio posto di lavoro, attendono il pensato della “direzione centrale” (oggi diremmo: il politicamente corretto), anche noi pensiamo il pensato imposto. Facendo così il gioco di chi ha saputo agguantare il potere, e lavora solo e soltanto per consolidarlo, elargendo prebende e “piaceri” appunto alle corporazioni di riferimento elettorale, e respirando un respiro corto: quello di casa propria. E basta.