Daniele Nardi, l’alpinista del Nanga Parbat a Smerillo. Passo dopo passo raggiungerà la cima. In inverno. Lo ha promesso.

Smerillo, giovedì 23 luglio, ieri sera. Fa incredibilmente fresco. Il piazzale è gremito di persone. Il vento spazza via il totem che annuncia “Le parole della Montagna” ed il loro “vuoto” da riempire, come intende la nuova edizione del Festival. Poi, ad atterrare è lo schermo dove scorreranno diapositive e filmati delle imprese di Daniele Nardi. Alpinista di fama, uomo senza puzza sotto il naso.

Lo intervisto per Fm-Tv. Ha gli occhi che brillano. La sua adrenalina si chiama “montagna”, “ghiaccio”, “stile alpino”.

Daniele Nardi in un momento di relax

Daniele Nardi in un momento di relax

Ha 39 anni, è nato a Sezze, in Lazio, nell’agro-pontino che più pianura non si può. Lo hanno ribattezzato “il ragazzo di pianura che sfida i ghiacci eterni”.

La prima escursione con suo padre. Era piccolo quando attaccarono i monti Lepini. Fu il battesimo di fuoco. Seguito dai fratelli, corse sulla cima più alta che fa ridere a pensarci oggi: 1500 metri contro gli ottomila dei mesi scorsi. Eppure, tutto parte da lì, dalla voglia di misurarsi con la natura. Una sfida? N0: un confronto.

Il Nanga Parbat è la nona montagna più alta del mondo con i suoi 8.125 metri sul livello del mare. Si erge in Pakistan. L’hanno scalata in diversi. Nessuno però in inverno quando la neve seppellisce ogni cosa, il ghiaccio morde, la temperatura scende a meno 40 ed oltre. E nessuno lo ha fatto con attrezzatura minima.

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Da tre anni la sua mente è fissa lì, su quella “nuova via che ricalchi i passi di un pioniere dell’alpinismo le cui imprese – e la tragica fine – sono avvolti nella leggenda, Albert Frederick Mummery”.

A marzo scorso, Nardi è arrivato a 300 metri dalla vetta. Un incidente al compagno di cordata lo ha fatto desistere. Situazione pericolosa. Prima la vita, però, sempre.

Non importa. Tornerà su. Ne sono sicuro anch’io. Me lo ha scritto nella dedica del suo libro intitolato “In vetta al mondo” (BUR editore): “Un passo dopo l’altro in vetta al mondo”.

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“Buon ritorno” è l’augurio che si fa agli alpinisti.

Buon ritorno al Nanga Parbat, Daniele, e buon ritorno a casa.

Omicidio di Sant’Angelo in Vado. Sgozzato… come in tv

Stavolta è successo a due passi da casa.

Omicidio terribile: un ragazzo di 17 anni sgozzato. Il suo corpo buttato tra i cespugli di un boschetto.

Sant’Angelo in Vado, paese in provincia di Pesaro-Urbino, è conosciuto per il tartufo bianco e il festival delle danze popolari.

Ora resterà nella storia per un adolescente fatto fuori per motivi sentimentali.

I colpevoli ancora non sono del tutto noti. Una traccia consistente porta a due ragazzi albanesi. Ci sono le prime ammissioni. Saranno i giudici a dire l’ultima parola.

Resta il dato. Il 17enne Ismaele Lulli che, come altri suoi coetanei, solitamente pensa al mare in questo periodo, alla ragazzina, alla pallacanestro, al motociclo, è stato ammazzato con un sistema televisivo. Lo sgozzamento va di moda in tv. Lo praticano quelli dell’ISIS, ad esempio, che ne fanno video su youtube.

Ma ciò che colpisce di più è la quasi normalità del delitto. Nel senso che, a sentire gli psicologi, l’assassino 0 gli assassini hanno proceduto senza troppi tentennamenti. Come se armarsi di coltello, sollevare un volto e tranciare un’arteria fosse un gioco da video, e l’ucciso non una persona, ma una cosa da buttar via.

Un cencio. Uno scarto. Un rifiuto. Da rabbrividire.

Nella civiltà del sempre maggior numero di diritti individuali: uno per ogni pulsione, è venuto meno l’unico diritto vero: il riconoscimento della persona. L’unica educazione al vero.

Don Luigi Valentini e gli scarti della società. Il “Don Bosco” del Brasile e Argentina ha festeggiato 80 anni nella sua Porto San Giorgio

Porto San Giorgio. Chiesa di San Giorgio. Ore 18:30 di sabato 18 luglio. Caldo afoso, verrebbe da dire: “infernale”, ma il termine stavolta sarebbe inappropriato al contesto.

Seicento persone hanno lasciato il mare per ascoltare una messa particolare. Alcune decine sono arrivate dal Brasile, Argentina, Canada e Stati Uniti.

Sull’altare, mons. Luigi Valentini celebra l’eucarestia per i suoi ottant’anni di vita. Nella stessa chiesa è stato battezzato, cresimato, comunicato e ha celebrato la sua prima messa nel 1960.

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In Brasile e Argentina lo sentono come una sorta di “Don Bosco” del sud America. E’ un prete di strada. Sul serio. Di quelli che si sono arrotolate le maniche della camicia e si sono sporcate le scarpe nel fango e nella palude delle favelas. Storia avvincente. Di compassione e di commozione per i più derelitti: i favelados, siano bambini o vecchi o donne o uomini. Gli scarti della società, come scriverebbe papa Francesco.

Don Luigi è sangiorgese doc. E il sindaco Loira lo ringrazia laicamente a nome di tutta la comunità. Poi, quello che ha in cuore gli si affaccia sulle labbra: occorre ringraziare Iddio per questo prete, dice il primo cittadino.

Anche mons. Valentini ringrazia. Ringrazia i suoi genitori, i fratelli, i nipoti, i pronipoti, sono una schiatta. E poi gli amici: una moltitudine. C’è Rosetta Brambilla, il suo braccio destro e pure sinistro, la direttrice degli asili che don Luigi ha fondato in Brasile, a due passi dalle paludi, in luoghi di violenza estrema. Rosetta è quella che una volta, incontrato il terribile capo banda del quartiere, lo guarda dritto negli occhi. “Perché non hai paura di me?” gli chiede lui. “Perché io vedo quel che potresti essere e non quello che sei”, risponde lei.

E’ salva.

Dagli asili alle scuole elementari ai laboratori professionali. Come don Bosco, appunto: educazione e professione.

La nostalgia della bellezza che muoveva don Luigi all’inizio del suo cammino è diventata incontro con la “bellezza” fatta carne: don Luigi Giussani, i ragazzi di Gioventù studentesca, don Francesco Ricci, Papa Giovanni Paolo II,  i bambini sporchi e denutriti di San Paolo del Brasile…

Un fatto terribile lo interpellò. Era in Brasile, anno 1970. Tre bambini furono arsi vivi nella loro baracca di legno. I genitori, andati a lavoro di mattina presto, li avevano chiusi dentro per paura che uscissero per le strade pericolose. Pericolosa si rivelò invece la fatiscente abitazione.

Don Luigi ne fu impressionato. Fu così che iniziò a costruire una baracca più sicura che accoglieva 50 bambini. Poi ne furono 150 e la casa divenne di mattoni. Poi altre ne sorsero. Una nei sobborghi di San Paulo, cinque a Belo Horizonte, una a Salvador di Bahia e una a Samambaia (città satellite della capitale). Poi lo sbarco, piuttosto recente, in Argentina e un gran lavoro pure lì.

Non lo racconta nell’omelia. Don Luigi è schivo quanto concreto. L’applauso scatta comunque, irresistibile.

Più tardi, al Casale di Altidona si ritroveranno in più di 300. Molti fanno parte dell’associazione Condividere. Condividono l’opera di don Luigi che, instancabile, vola dall’Italia al Brasile all’Argentina al Canada. Per i suoi ragazzi. Per la loro “bellezza” che ha riempito il cuore di questo sacerdote sangiorgese ottantenne.

Smerillo e Festival. La Montagna e la Spiritualità. La via e le vie

Con l’ascesa a Pizzo Berro è iniziato il Festival Parole della Montagna. Tema di quest’anno è il “vuoto”.

Ovvero quella “condizione previa per raggiungere qualsiasi tipo di pienezza”.

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Questa è la spiegazione che ne dà il direttore artistico Simonetta Paradisi. Parole che sono risuonate anche stamattina sotto le volte della Regione Marche.

Il vuoto che si riempie soprattutto in un luogo di bellezza come può essere Smerillo e Montefalcone. Due borghi pre-montani dove silenzio, pace e costumi tradizionali non sono ancora del tutto scomparsi.

A dx il poeta Davide Rondoni

A dx il poeta Davide Rondoni

Il programma è ricco. Si va dagli alpinisti come Daniele Nardi ai poeti come Davide Rondoni, agli astrofisici come Marco Bersanelli, ai monaci buddisti come Massimo Shido. E poi film, arte, laboratori.

Il sottotitolo dell’evento è ancora più significativo: “Smerillo Spiritual Festival”. Manifesta la chiara intenzione degli organizzatori di scandagliare l’aspetto spirituale dell’uomo in cammino, un aspetto tra l’altro legatissimo alla montagna intesa quale luogo di incontro con il divino, come tutte le culture e le tradizioni ci propongono: dal Monte Sinai, all’Oreb, dal Kailash all’Olimpo.

“Parole della Montagna” si è ricavato una nicchia tutta sua tra la Popsophia e le passeggiate filosofiche. Ma tutte e tre indicano qualche cosa.

Sono – ognuna con le sue caratteristiche – l’interpretazione di una necessità umana di ridar senso al proprio vivere, ridare significato ai propri gesti, cercare un nesso tra le proprie azioni e la quotidianità.

In una bellissima poesia intitolata “Le Pont”, Victor Hugo immagina un uomo che, seduto sulla spiaggia di notte, una notte stellata, fissa la stella più grossa, apparentemente la più vicina, e pensa alle migliaia e migliaia di archi che occorrerebbero per costruire un ponte tale da raggiungerla.

Per dire che il desiderio dell’uomo è quello di legare il proprio spicciolo di ogni giorno all’ultima stella, la più lontana nell’infinito.

In una società babelica e relativista, dove i significati sono venuti meno, due possono essere gli atteggiamenti: narcotizzare la domanda di senso restando eterenamente insoddisfatti, oppure cercarla appassionatamente come accadde nell’antichità quando ci fu quella che Gustave Bardy ha definito la “conversione alla filosofia” che “promette ai suoi adepti di dare una spiegazione chiara e sicura del mondo”.

L’incertezza, le insicurezze e le paure odierne spingono le persone a cercare ancoraggi sicuri.

Ma chi garantisce che essi siano quelli giusti?

Forse, l’esperienza. Forse, il paragone con quelle insopprimibili esigenze elementari che sono cesellate nel profondo di ogni persona: senso di giustizia, di verità, di felicità.

Passare alcuni giorni a Smerillo – il Festival si conclude il 25 luglio – facendo il paragone tra quanto viene proposto e quanto noi avvertiamo come urgente, sentendoci non usufruitori o clienti di una serie di spettacoli, ma protagonisti coinvolti, è già garanzia di crescita interio

Sviluppo del Fermano: Stati generali sì, ma quali?

Ieri, Stefano Cesetti, in un puntualissimo editoriale su Il Resto del Carlino, ha suggerito nuovamente la convocazione degli Stati generali del Fermano.

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In altro modo, un tavolo di lavoro ampio, aperto ad  imprese, associazioni, sindacati, istituzioni, lo chiese Diego Della Valle nel 2010, da Palazzo dei Priori di Fermo. Sarebbe servito per discutere collettivamente di nuovo sviluppo territoriale alla luce della crisi in atto già dal 2008. L’idea non ci dispiacque. La paragonammo, fatte le dovute proporzioni, al programma politico che in Inghilterra era stato ribattezzato Big Society, la grande società: compartecipazione di tutte le realtà presenti in un territorio. In italia dicesi: sussidiarietà!

Nulla accadde cinque anni fa. Possibile che nulla accada anche oggi. Tra l’altro, gli Stati generali odierni rappresentano solo una minuscola porzione della realtà del Fermano, con il rischio che difendano quindi solo se stessi e la propria sopravvivenza. Sotto traccia, c’è molto più fervore e novità di quel che appare in superficie o viene raccontati dai media.

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Il problema sta allora nell’intercettare questo formicolio di novità. Cosa molto difficile per tanta parte della nostra classe politica, imbozzolata in se stessa e nella propria “torre d’avorio”. Essa presume già di sapere. E chi presume, difficilmente ha sguardo aperto sulla realtà (scrutate i politici ai convegni: sono più attenti a giocare con il cellulare che a seguire le relazioni).

Qualche esempio. Sulla parete d’ingresso dello stand della Spagna all’Expo di Milano campeggia la scritta Dieta mediterranea. Gli spagnoli ne hanno fatto cavallo di battaglia e volano di nuovo sviluppo agro-alimentare e turistico. Le Marche ne avrebbero avuto più diritto di tutti. Anche la longevità se non poggiata sulla nostra Dieta resta un concetto astratto. E la storia della Dieta validata scientificamente nelle terre fermane l’abbiamo raccontata sino allo sfinimento, da dieci anni a questa parte. Eppure, la classe dirigente marchigiana – dove qui intendo governatore, assessori e consiglieri, ma anche super dirigenti (uno in particolare) – l’ha completamente e ostentatamente ignorata, fatta eccezione per l’ex assessore Malaspina.

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Stessa situazione per diversi sindaci cui, per tempo, era stato suggerito di inserire sotto la segnaletica cittadina la voce: Terre della Dieta mediterranea.

Sul fronte associazioni di categoria non va certo meglio. Cito un altro esempio. In un recente convegno promosso dalla Confcommercio presso la Camera di commercio di Fermo, il prof. Tommy Andersson, docente universitario in Svezia, considerato tra i più grandi studiosi al mondo di Food Festival, ha offerto una lettura e una pista su cui muoversi per conciliare sviluppo turistico, eno-gastronomia, produzioni alimentari, e nuovo rapporto tra sagre paesane e ristorazione di qualità. Andersson ha spalancato una finestra subito dopo richiusa dai gestori dell’incontro per tornare alle piccole beghe di contrada.

In campo culturale non va meglio: circolano in provincia idee e uomini dei salotti televisivi nazionali in saldo stagionale. E’ il circo mediatico che si rafforza e si autoperpetua.

Per dire cosa? Che gli Stati generali vanno bene, ma la Big society è molto più ampia e ricca.

Un ruolo di responsabilità spetta a noi giornalisti nel cogliere il nuovo che nasce e non la ripetizione dell’usuale o la difesa corporativa del gruppo o individuo.

Ma resta ancora una domanda: cos’è il bene comune?

E’ attorno a questo che deve svilupparsi il dibattito vero.