Don Luigi Valentini e gli scarti della società. Il “Don Bosco” del Brasile e Argentina ha festeggiato 80 anni nella sua Porto San Giorgio

Porto San Giorgio. Chiesa di San Giorgio. Ore 18:30 di sabato 18 luglio. Caldo afoso, verrebbe da dire: “infernale”, ma il termine stavolta sarebbe inappropriato al contesto.

Seicento persone hanno lasciato il mare per ascoltare una messa particolare. Alcune decine sono arrivate dal Brasile, Argentina, Canada e Stati Uniti.

Sull’altare, mons. Luigi Valentini celebra l’eucarestia per i suoi ottant’anni di vita. Nella stessa chiesa è stato battezzato, cresimato, comunicato e ha celebrato la sua prima messa nel 1960.

DonLuigiValentini

In Brasile e Argentina lo sentono come una sorta di “Don Bosco” del sud America. E’ un prete di strada. Sul serio. Di quelli che si sono arrotolate le maniche della camicia e si sono sporcate le scarpe nel fango e nella palude delle favelas. Storia avvincente. Di compassione e di commozione per i più derelitti: i favelados, siano bambini o vecchi o donne o uomini. Gli scarti della società, come scriverebbe papa Francesco.

Don Luigi è sangiorgese doc. E il sindaco Loira lo ringrazia laicamente a nome di tutta la comunità. Poi, quello che ha in cuore gli si affaccia sulle labbra: occorre ringraziare Iddio per questo prete, dice il primo cittadino.

Anche mons. Valentini ringrazia. Ringrazia i suoi genitori, i fratelli, i nipoti, i pronipoti, sono una schiatta. E poi gli amici: una moltitudine. C’è Rosetta Brambilla, il suo braccio destro e pure sinistro, la direttrice degli asili che don Luigi ha fondato in Brasile, a due passi dalle paludi, in luoghi di violenza estrema. Rosetta è quella che una volta, incontrato il terribile capo banda del quartiere, lo guarda dritto negli occhi. “Perché non hai paura di me?” gli chiede lui. “Perché io vedo quel che potresti essere e non quello che sei”, risponde lei.

E’ salva.

Dagli asili alle scuole elementari ai laboratori professionali. Come don Bosco, appunto: educazione e professione.

La nostalgia della bellezza che muoveva don Luigi all’inizio del suo cammino è diventata incontro con la “bellezza” fatta carne: don Luigi Giussani, i ragazzi di Gioventù studentesca, don Francesco Ricci, Papa Giovanni Paolo II,  i bambini sporchi e denutriti di San Paolo del Brasile…

Un fatto terribile lo interpellò. Era in Brasile, anno 1970. Tre bambini furono arsi vivi nella loro baracca di legno. I genitori, andati a lavoro di mattina presto, li avevano chiusi dentro per paura che uscissero per le strade pericolose. Pericolosa si rivelò invece la fatiscente abitazione.

Don Luigi ne fu impressionato. Fu così che iniziò a costruire una baracca più sicura che accoglieva 50 bambini. Poi ne furono 150 e la casa divenne di mattoni. Poi altre ne sorsero. Una nei sobborghi di San Paulo, cinque a Belo Horizonte, una a Salvador di Bahia e una a Samambaia (città satellite della capitale). Poi lo sbarco, piuttosto recente, in Argentina e un gran lavoro pure lì.

Non lo racconta nell’omelia. Don Luigi è schivo quanto concreto. L’applauso scatta comunque, irresistibile.

Più tardi, al Casale di Altidona si ritroveranno in più di 300. Molti fanno parte dell’associazione Condividere. Condividono l’opera di don Luigi che, instancabile, vola dall’Italia al Brasile all’Argentina al Canada. Per i suoi ragazzi. Per la loro “bellezza” che ha riempito il cuore di questo sacerdote sangiorgese ottantenne.

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