L’EXPO continua nelle scuole

L’EXPO non è finito con lo spegnimento dei fari su Milano.

I temi dell’alimentazione e del non spreco, del rispetto della terra e della lotta contro la fame nel mondo hanno trovato altre strade, altri canali. Come quelli scolastici.

Le scuole elementari e medie di Grottazzolina, Magliano di Tenna e Belmonte Piceno hanno fatto un grande lavoro partendo da una favola. Quella del Pentolino Magico dei fratelli Grimm.

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L’hanno prima letta, imparata, disegnata, poi, due ragazzini che si sono fatti portavoce dei colleghi, l’hanno raccontata all’assemblea di circa 100 studenti e insegnanti giovedì scorso nell’auditorium “Pupilli” di Grottazzolina.

Davanti avevano non solo i compagni di banco e i professori ma anche due medici: il dr Lando Siliquini e il dr Paolo Foglini, il primo, presidente, il secondo, vice, del Laboratorio Piceno della Dieta mediterranea.

La favola andrebbe rispolverata in ogni scuola di ogni ordine e grado tanto è profondo e attuale il suo contenuto: un pentolino magico che produce cibo senza alcun sforzo da parte dell’uomo, solo una formula da ripetere per metterlo in moto e fermarlo. Una soluzione ottimale sino a quando la formula viene dimenticata e il pentolino straborderà di cibo invadendo strade e piazze e città. Da soffocare gli uomini.

E’ l’ingordigia, è lo sfruttamento, è l’irresponsabilità degli umani.

Wilhelm e Jacob Grimm avevano anticipato di quasi tre secoli la situazione attuale.

Premessa migliore per trattare di alimentazione e stile di vita non poteva esserci. Così hanno detto i due medici ringraziando l’impegno, molto intelligente, degli insegnanti.

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Partendo dalla favola per arrivare alla realtà odierna, i due sanitari hanno introdotto il tema importante della prima colazione che mette in moto le energie, del pasto consumato insieme, della condivisione del cibo e del grande lavoro che c’è dietro la sua preparazione così come la sua produzione.

Sprecare, è stato ricordato con le parole di papa Francesco, è un peccato. Buttare cibo sapendo che nel mondo si muore di fame è, oltre che una colpa gravissima, una mancanza di rispetto per coloro che lo “lavorano”, per il creato dove nascono i frutti della terra.

Quasi due ore di racconto e di confronto. Molte e acute le domande degli studenti.

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La Colletta e quella gente…

La fredda cronaca dice che sabato 28 novembre si è svolta la diciannovesima Colletta Alimentare; che nel Fermano sono stati 53 i supermercati, i centri commerciali e i negozi interessati al gesto caritativo; che i volontari impegnati hanno raggiunto la cifra di 500; che il quantitativo dei prodotti donati è stato pari a 28 tonnellate; che gli scatoloni sono passati dai 1850 del 2014 ai 2200 del 2015; che si donato meno olio e più biscotti per bambini; che alla Nuova Freccia dell’Adriatico in 20 hanno scaricato dai camioncini e caricato sui TIR per inviare i prodotti allo stoccaggio presso il Banco alimentare di San Benedetto del Tronto, pronti per la successiva ridistribuzione nelle Marche sud.

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Sin qui la cronaca. Poi ci sono i volti di quanti, per una giornata intera, hanno indossato la pettorina e chiesto ai clienti di acquistare qualcosa per chi ne ha bisogno. Il volto di Giulia, che ha sette anni e gli occhi azzurri; quello di Chiara che di anni ne ha quasi dieci; quello di Cristina, che raggiunge i 13 e ha i capelli castani; quello di Lucia, diciottenne, dal sorriso largo… Eppoi, c’è Laura specialista in greco e latino, Tonino che fa l’operaio calzaturiero, Giovanna che è segretaria, Marco (il capo) che è ingegnere, Maurizio che è restauratore, Renzo che è commercialista…

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500 volontari, dinanzi all’Auchan di Porto Sant’Elpidio, alle OASI di Porto San Giorgio e Fermo, alle Coop, ai Super Sì, ai Conad, agli Hurrà, sono un popolo. Vengono dal mondo di Comunione e Liberazione, che è all’origine della Colletta alimentare poi passata al Banco alimentare, dalle parrocchie, dal volontariato caritas. Ci sono i Cercatori del Graal, ragazzini dagli undici ai 14 anni, che la loro promessa annuale la fanno nella chiesa senza tetto di San Galgano; ci sono gli alpini con la loro penna nera, commilitoni di quelli che ruppero l’assedio russo di Nikolajewka e salvarono tanti soldati italiani, quelli che furono i primi ad accorre nella Firenze allagata e nel Friuli del terremoto; ci sono le donne dell’Istituto “Sagrini” di Fermo, che arrivano dal Senegal, dal Gambia, dalla Nigeria, dal Kosovo; ci sono insegnanti in pensione che, mentre confezionano i pacchi, parlano del loro amore per la matematica, la fisica, la filosofia; ci sono diversi ragazzi rifugiati ospiti nei centri del fermano.

C’è un mondo che compone pezzetti di un puzzle più grande.

A sera, mentre la stanchezza si fa sentire, in uno dei supermercati fermani, arriva una telefonata. Sono amici marchigiani che studiano a Parigi. Anche lì hanno fatto la Colletta, anche lì insieme ad altri, bianchi e neri, e gialli.

Il sindaco di Fermo Calcinaro sorride posando per la foto di rito accanto ai volontari di casa nostra e agli alpini dell’ANA.

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E’ stata una festa. Una festa del dono, del gratuito, del disinteressato. Una piccola rivoluzione di mentalità.

Il lavoro della Colletta è terminato. Ora il cibo raccolto verrà redistribuito per far fronte – un piccolo fronte – alle necessità di tante famiglie: 80 nel Fermano, 500 e più nelle Marche.

 

 

Il punto… fermo. A Natale si può. E anche oltre

Alle undici di oggi, una gru ha infilato l’albero di Natale nel cubo di cemento e terra posizionato dinanzi a Palazzo dei Priori.

Piazza del Popolo a Fermo si arricchisce di un nuovo elemento festoso, dopo l’incuria dello scorso anno che rendeva depressi, e dopo che ieri è terminato l’allestimento della contestata quanto invidiata pista di ghiaccio.

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Si attende ora l’accensione di luci e motori, e l’apertura delle casette di legno che ospiteranno i mercati natalizi.

Il Natale divertente e commerciale, e un po’ alienato dei giorni nostri, inizia a far capolino.

“La Notte” del Rubens sarà a Milano. Il “pargolo divino” quest’anno illuminerà un’altra mostra.

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Le chiese avranno il loro presepe. E la città?

Non spetta ai sindaci o agli assessori più o meno sensibili scegliere di allestirlo. Un’amministrazione pubblica laica, così come uno stato laico, non protendono per una religione piuttosto che un’altra. Spetta, nel caso del presepe, ai cattolici farlo e chiedere di farlo.

Un’amministrazione pubblica laica rispetta e dà spazio a tutte le religioni. Comprendendo che, quella cattolica e cristiana in genere, ha informato di sé la cultura, l’arte, l’architettura, la musica, la gastronomia della nostra gente. E’ stata la radice sorgiva dell’Italia e dell’Europa, e dei loro popoli.

Ma ora è una forma o una sostanza? Se fosse la prima: una forma, sarebbe allora qualcosa di ammuffito, una finzione. Se è ancora una sostanza, lo dimostrino gli stessi appartenenti.

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I simboli religiosi quest’anno, dopo le violenze ripetute di queste settimane, assumono una valenza particolare. La forza di una nazione, di un popolo, di una comunità è “rappresentata dalla sua anima”, è stato scritto da un intellettuale francese, e “se un paese rinnega la sua identità cristiana, la sua cultura e la sua storia, si ritroverà impotente davanti a questa violenza islamica”.

C’entra tutto questo con Natale? C’entra sì.

E gli altri, i mussulmani, ad esempio?

Raccontino, oltre che vivano, le loro feste. Rispettino le feste altrui. E non si prenotino per far da scudi umani a Loreto. Ma abbiano riguardo per i crocefissi nell’ospedale e nella scuola.

Ha detto Corrado Augias, non sempre tenero, che oggi il cristianesimo è una grande religione di pace.

 

La morte e la vita di padre Marco

E’ morto “don” Marco Rubiu, hanno scritto altri. Io preferisco scrivere, così come sempre l’ho chiamato: padre Marco.

E preferisco vederlo ancora nel saio bianco dei Cisterciensi, così come lo vidi la prima volta che mi fu presentato.

Venne a chiamarmi – a quel tempo lavoravo ancora a Radio Fermo Uno – un amico comune, Gianluca Frinchillucci, antropologo ed esploratore.

“C’è un monaco che vorrei presentarti”, mi disse, conoscendo la mia passione per San Benedetto e i suoi figli.

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Andando verso la sala dell’incontro, pensavo ad un monaco dalla barba bianca, un po’ curvo, un po’ calvo. Mi si parò dinanzi un gigante: sguardo fiero, cultura profondissima, assetato di Infinito.

Parlammo a lungo del santo di Norcia, e poi di San Bernardo e delle comunità monastiche.

Aveva una grandissima passione per la Cavalleria, quella spirituale, quella del Miles Christianus, quella dei Templari fuori dalla leggenda nera, per quei cavalieri capaci di intessere rapporti di stima con i consimili mussulmani.

Padre Marco ha vissuto un lungo periodo con i confratelli dell’Abbazia di Chiaravalle di Fiastra. Poi, la scelta di incardinarsi nella diocesi di Fermo. Diventar prete. Fu nominato parroco di Smerillo e Montefalcone. Poi solo di quest’ultimo paese.

Le sue omelie erano infuocate quanto penetranti. Colpivano allo stomaco, non si restava come prima. Chi lo amava e chi lo contestava. Le sue parole frantumavano l’indifferenza.

Gli piaceva la musica e suonava anche in canonica, insieme ad un gruppo di amici che arrivava da mezza Italia. Non disdegnava un buon whisky irlandese o scozzese.

Un giorno, in una sosta del cammino da Sarnano ad Amandola, lungo una dimenticata strada romana che riscoprivamo all’interno del Festival “Le Parole della Montagna”, ci raggiunse in moto. Una moto potente, velocissima. Segno che padre Marco amava la tradizione ma non rifuggiva la contemporaneità e le sue scoperte: antico e modernissimo, insieme. Venne in moto perché la malattia era in pieno corso. Il suo corpo combatteva ma già iniziava ad essere piegato. Alti e bassi. Poi sempre più bassi. Sino al ricovero, sino alla morte. Sino alla salita in Cielo.

A San Donato Milanese, lassù nella sua terra lombarda, a pochi chilometri da un’altra Chiaravalle, domani celebreranno la santa messa.

Difficile credere che lui, uno stangone alto un metro e novanta, bicipiti da pugile, sguardo dritto e fiero, se ne sia andato.

Ma la misura umana è inutile dinanzi al mistero della vita e della morte.

Mi consola pensarlo in abiti bianchi, al cospetto di Colui che padre Marco ha sempre, in ogni circostanza, cercato.

Mi consola pensarlo al cospetto di Colui che dona la vita eterna, e mi consola pensarlo recitare il “Non nobis Domine, non nobis, sed nomini tuo, dà gloriam”.

Ci ritroveremo, padre Marco.