L’anno che verrà ha un cuore antico.

 

Marco ha dieci anni e le scarpe da tennis scucite da un lato.

Lui ama giocare a pallone per strada.

Il padre voleva inserirlo in una squadra cittadina, di quelle competitive, fatta anche di urla e improperi.

Il bambino ha risposto che preferisce il vicolo: la rete disegnata, il mezzo campo tracciato col gesso.

E preferisce Abdullah e Mosas.

Abdullah ha un anno di meno e viene dal Marocco. Mosas arriva direttamente dalla Sierra Leone. Meno scuro in viso il primo, decisamente più… colorato il secondo.

Il sudore che gli imperla la faccia è però lo stesso, di tutti e tre, ed anche la foga di colpire la palla.

Ogni tanto il gioco si stoppa: arriva un’auto alla ricerca di parcheggio o passa una signora anziana che non va certo colpita come sponda.

Marco saluta, dice: “buongiorno”. Gliel’ha insegnato sua mamma quando lo porta a fare acquisti. Guardare in faccia alla gente, gli ha consigliato, e augurare qualcosa.

Professione genitore

Anche Abdullah e Mosas salutano, gli occhi che scintillano.

Una pacchia quando passa Alessia. Ha diversi anni di più. Ora porta il giaccone… ma quando non lo indossa le si vedono le gambe. E che gambe!

“Bella”, esclamano i bambini fermando, dritti come fusi, il pallone sotto un piede.

Qualche giorno prima di Natale, Marco è capitato con gli amici in una chiesa aperta. Nella penombra, un quadro li ha colpiti.

C’è una Signora con un velo in testa – Marco la chiama “la Madonna” – che allatta un bambino piccolo piccolo al seno.

Abdullah ha pensato a sua madre che di piccoli ne ha allattati già tre oltre lui. Anche Mosas l’ha guardata pensando alla sua e ai fratelli.

Il bambinello ha un nome inconsueto. Dicono si chiami Gesù. Un nome che, a scuola, non si ritrova in nessuno.

Abdullah ha raccontato di andare col babbo in un altro posto, pieno di tappeti, con alla porta d’ingresso le scarpe di tutti.

Nei giorni scorsi è stato Natale. E Marco ha portato a casa degli amici un dolce scuro, ricco di mandorle e di fichi. Ha un nome strano, difficile a pronunciarsi.

La mamma di Abdullah non aveva grandi cose appoggiate al piano della credenza. Gli ha offerto un impasto di farina di latte di miele. Da mangiare con le mani. Non male.

Per le vacanze, la famiglia di Mosas s’è spostata in un altro paese, invitata da parenti arrivati da poco.

Per strada, un gruppetto di ragazzi rideva raccontandosi scene da film. Ha incrociato un anziano signore che un tempo fu sindaco della città. Lo hanno salutato forte, per via della sua sordità, e commentato piano, per via di un certo pudore: un uomo bravo.

Dove quel “bravo”, ascoltato in famiglia, sta per “buono”, “comprensivo”, soprattutto “onesto”.

Onesto è parola un po’ desueta. Non compare in tv, poco sulla stampa, quasi per nulla al cinema. Lì, i modelli sono i furbi, gli scaltri, quelli che fanno fessi gli altri, che raggiungono le mete con ogni mezzo possibile.

Non che onesto debba essere sciocco, ma neppure ladro.

Che poi sul ladro ci sarebbe molto da discutere. Chi ruba una banca è furbo, chi prende una mela per fame dal cesto dell’erbivendolo è ladro.

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Gastone fischietta camminando. Il motivo è conosciuto. La canzone è in inglese. Il filo di di fiato non ha lingua. E’ eguale dappertutto.

Quando Carla – mamma di tre figli – s’affaccia alla finestra per stendere i panni è un piacere seguire la scia sonora di Gastone che solca la via.

Gianni e Manuela hanno avuto un bambino da poco. Di primavera è bello spingere la carrozzina nello stradello che costeggia il campo, guardare la torre del paese, sentire le voci di campane giungere di lontano. Sorridono, respirano, scrutano ciò che rinasce, ringraziano in cuor loro.

Pino è vecchio. Ha vissuto una vita di avventure. Gli piace, la domenica, avere figli e nipoti intorno al tavolo. A Lisa, sua moglie, chiede di disseppellire la tovaglia più bella: quella del corredo di nozze: di 50 anni prima. Ha ricami ai bordi e al centro.

Intorno a quella stoffa sono planate le più belle parole del mondo. Su quel pezzo d’antichità – un poco ingiallito – hanno ricevuto il benvenuto figli e nipoti. Anche le lire sono transitate da quelle parti: prestate e ridate senza interessi, una stretta di mano a pattuire l’accordo.

Il vino è al centro: rosso per le carni, bianco per il pesce. Lisa e figlie e nuore hanno spentolato per due giorni interi. La Festa è la festa.

Pino gli ha scoperto un quadernetto dalla copertina nera con paginette gialle a righe rosse. Una scrittura sottile, svolazzante, graziosa con grammi ed ettogrammi incisi col nero del pennino. Ricette di sua nonna ricevute da sua madre pronte a prossime consegne.

Il nonno s’è alzato. Ha preso con le mani il filoncino.

Il pane va spezzato, il pane non si spreca, le molliche recuperate.

I giovani guardano. I cellulari spenti. Il computer tace. La tv è confinata da un canto. Il tavolo campeggia, grande, in cucina.

I giovani assorbono quel patrimonio. Da adolescenti, l’hanno snobbato e forse anche un po’ irriso. Ora no! Ascoltano, attenti.

Fuori c’è stata bufera. Ancora ce ne sarà. Ma non di neve. Il petrolio ha fatto morti. I bombardieri anche. Gli articoli ancora di più. Gente slegata, gente sola, gente arrabbiata. Gente disperata.

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Fotogramma del film “I ragazzi della via Pal” tratto dall’omonimo romanzo

Il nonno ha parlato del dono, non del regalo. Proprio del dono, che è altra cosa. Non lo contiene l’indice di Borsa, né i grafici delle banche, né il severo e oscillante PIL, neppure il gasdotto medio orientale.

Il dono è sopra, è sotto, è accanto. E’ dentro.

Che il futuro abbia un cuore antico?

Improbabile, forse. Impossibile, no!

Questione di scelte. Le nostre.

Buon anno a tutti.

 

 

 

Quella notte. La lettura teatrale della nascita di Gesù in monastero. Una preghiera e non uno spettacolo

Quest’anno ho preferito il silenzio di un Monastero per proporre “Quella notte”, il mio racconto sulla nascita portentosa eppure umana di Gesù.

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Non è stato uno spettacolo. Non voleva esserlo. E’ stata una riflessione per alcuni, una preghiera per altri. Una predisposizione al Natale per me. Troppe distrazioni ci stanno portando fuori strada. Un gaio nichilismo prende il sopravvento e omologa feste e comportamenti.

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Si accendono le luci, ci si scambiano gli auguri senza più conoscere il Festeggiato. Potrebbe essere un carnevale o una sagra. Natale è invece qualcosa dell’altro mondo che sconvolse e sconvolge questo mondo.

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Gli ridà sapore senso significato perché, nelle pieghe della vita, s’intrufola “un nuovo principio di conoscenza  e di azione, un nuovo gusto delle cose”.

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Così domenica scorsa alle 15:30 in punto, nel monastero Benedettino di Santa Caterina a Santa Vittoria in Matenano, alla presenza di 12 monache su 13 (la tredicesima, anzianissima, riposava in camera), alla presenza di laici/laici e di laici/cristiani ho letto “Quella Notte” quando tutto cominciò.

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Alla chitarra, Roberto Fiore che, nell’introduzione, ha parlato della necessità, anzi: del bisogno di incontri.

E quello natalizio, della nascita di Gesù, è un incontro vertiginoso.

 

 

Un manifesto per il Fermano. Non solo premi

Sabato 19 dicembre. Alla Camera di Commercio di Fermo, in occasione del premio alla Fedeltà al lavoro e al progresso economico, viene lanciato un inatteso Manifesto. Tre giorni prima che Il Sole24Ore disegni il territorio fermano con qualche luce e molte ombre.

Sullo schermo dell’elegante sala è riprodotto l’Uomo vitruviano: il disegno a penna di Leonardo Da Vinci che, secondo alcuni, diede inizio all’epoca moderna: l’uomo è solo, è libero, è al centro dell’universo. E’ la nascita dell’antropocentrismo.

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E’ il terzo anno consecutivo che la Camera di Commercio premia gli imprenditori per quanto hanno saputo dare al territorio.

Il 2015 è un anno a chiari e scuri. I dati sono ballerini, a volte contradditori: La ripresa c’è… ma; il lavoro c’è… ma.

Il mondo del lavoro è una grande incognita, e, dunque, una grande sfida.

Il manifesto lo lancia, inconsapevolmente, il Prefetto Angela Pagliuca.

Il passato remoto e quello prossimo – dice in sintesi il Prefetto – ci hanno dato una lezione. A noi comprenderla sino in fondo e cambiare direzione, recuperando il buono della nostra esperienza: la fedeltà al lavoro è un valore così come lo è la dignità e il rispetto per ogni persona.

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La ricchezza, sottolinea il Prefetto, deve andare a vantaggio dell’intera comunità.

Occorre una svolta. Quale? Avere uno sguardo complessivo sulla realtà: le risorse non sono infinite, le condizioni climatiche stanno mutando, la natura ha bisogno di grande rispetto.

Ne consegue che occorrerà lavorare sempre di più sulla qualità dei prodotti, della vita, e sul rispetto ambientale, che non è uno slogan, ma fatti concreti.

Massimiliano Colombi, che è sociologo e docente universitario, non si lascia sfuggire quello che chiama proprio il manifesto del Prefetto, e ne approfondisce alcuni passaggi.

L’uomo non vale per il 730 che presenta, ma vale in sé, per quello che è.

La ricchezza di un tempo del Fermano si è assottigliata.

Il territorio ha bisogno di scelte condivise.

Colombi parla espressamente di Comunità.

Il tempo che viviamo, dice, ci pone di fronte a tre sfide:

l’innovazione data da una integrazione sempre più forte tra manifattura e cultura; una conoscenza sempre più attenta; una soluzione a quello che papa Francesco denuncia come la Cultura dello scarto (se non produci sei nulla, sei rifiuto).

Marco Marcatili, economista, consulente, parla invece di anomalia italiana.

La politica e i media si occupano quasi esclusivamente dell’industria, eppure questa rappresenta solo il 18 per cento della nostra realtà produttiva. In questo 18%, la grande impresa, che è sempre in televisione, rappresenta solo l’uno per cento. Qualcosa non torna.

Da economista, Marcatili tenta una lettura del tempo prossim0-futuro. Per affrontarlo al meglio, occorrono tre condizioni di partenza: produrre cose che migliorano la città pubblica, passare dal convivere al comprodurre, essere capaci di ibridazioni tra settori diversi.

Dalla Giornata di Festa alla Camera di Commercio, oltre ai 24 premiati (il musicista Francesco Di Rosa, l’attore-cabarettista Piero Massimo Macchini, l’imprenditore Rodolfo Zengarini, la dirigente scolastica Stefania Scatasta, la parrucchiera Ramona Dariozzi, il titolare di palestra Federico Andrenacci. Un premio è andato inoltre a La Bottega dei Vasai, alla Vegas Srl, all’organettista artigiano Bruno de Angelis, agli imprenditori Silvano Sassetti, Fausto Ripani, Mario Scheggia, Gabriele Di Donato, Bruno e Dante Beleggia, Franco Cruciani. Premiati anche la signora Silvana Di Lorenzo, la professionista dell’estetica Elisabetta Ramini, la frantoiana Barbara Pacioni. Per le aziende che hanno favorito il ricambio generazionale sono stati premiate l’impresa edile Ripani, la tappezzeria Agostini, la vetreria Petrini, la pasticceria Gallucci e l’atelier Dina Bengasi) sono scaturiti indirizzi, necessità, bisogni.

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Le parole più citate sono state: Comunità e Ambiente.

Binari da percorrere.

Magari con un deciso spostamento di immagini. Passando dall’immagine dell’uomo vitruviano di Leonardo all’uomo di Ildegarda di Bingen. Sempre di uomini liberi si tratta. Ma il primo è da solo (il vitruviano), il secondo è inserito in un abbraccio cosmico. In una integralità armonica.

Dove la realtà non è nemica. Ed è tutta da scoprire e valorizzare.

 

 

 

Le banche e i traditori. Il nome delle Marche sporcato. I territori depredati

“Dobbiamo avere fiducia nel nostro sistema bancario”.

“Le nostre banche riscuotono fiducia”.

“Siamo fiduciosi nei confronti delle istituzioni creditizie”.

Tre frasi, tra le tante, dallo stesso contenuto.

Le ascoltiamo ogni giorno da alcune settimane.

Quattro banche sono state riprese per i capelli dal fallimento. Salvati i correntisti, affondati gli azionisti e gli obbligazionisti secondari.

Fiducia: mai parola fu tanto spesa.

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Ma fiducia verso che? Le banche sono una cosa, sono una organizzazione, sono mura, sono casseforti, sono operazioni sul computer, sono moduli stampati e sottoscritti, sono quattrini presi e consegnati (e sottratti in certi casi), sono uffici ben arredati, sono corridoi silenziosi.

Banca è qualcosa di inanimato. Di freddo, di distante.

Si può avere fiducia in qualcosa di inanimato?

Fiducia deriva dal latino fidĕre ed è l’atteggiamento, verso altri o verso sé stessi, che risulta da una valutazione positiva di fatti, circostanze, relazioni, per cui si confida nelle altrui o proprie possibilità, e che generalmente produce un sentimento di sicurezza e tranquillità.

Fiducia è l’atteggiamento che si nutre nei confronti di una persona con un nome un cognome un volto un sorriso. Una persona fatta di carne e di sangue.

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Allora, la fiducia va agli uomini. Quegli uomini che stanno dietro a quelle mura distanti e fredde.

E quegli uomini, che stanno dietro a mura distanti e fredde, la fiducia l’hanno tradita.

Al dramma dei risparmi cancellati per decreto, un altro dramma allora s’è aggiunto. Dalle conseguenze ancora incalcolabili. Il dramma della sfiducia nei confronti di quanti stavano dietro a quella scrivania, dietro a quel bancone: direttori, funzionari, impiegati. Persone a cui tanti, anziani in specie, si sono affidati. Sfiducia allora negli uomini.

Ad andare in crisi è il rapporto umano. Frantumato dal tradimento, dal raggiro, specie nei confronti dei più vulnerabili.

Ci saranno conseguenze: come il riemergere potente del concetto di esser lupo tra lupi: nessuna fiducia va più concessa, siamo alla guerra di tutti contro tutti.

E questo capita proprio in un momento in cui si predicano scelte condivise, il tornare a sentirsi comunità e fare corpo unico.

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Il crollo – e la resurrezione – delle quattro banche porta con sé anche un altro fatto. Sarà l’occasione propizia (secondo qualcuno) per aggregare, de-territorializzare, accrescere le dimensioni bancarie.  

E’ da tempo in atto una manovra accentratrice (pensiamo all’affaire province e camere di commercio, pensiamo alle banche di credito cooperativo).

Questa sarà l’occasione giusta, servita su un piatto d’argento.

Nel contempo, la sfiducia che ha pervaso la gente comune e il conseguente individualismo del “si salvi chi può”, indeboliranno ulteriormente la coscienza civica della gente. Così, sfiduciati, sparpagliati e disuniti – atomi – si resterà alla mercé di scelte sempre più centralistiche. Esattamente l’opposto di quel che occorrerebbe: cioè la rinascita delle comunità territoriali, di quella società civile capace di costruire dal basso.

Lo ha scritto molto chiaramente questa mattina su Il Sussidiario.it il prof. Flavio Felice riproponendo il pensiero di don Sturzo: “Per Sturzo ‘civile’ è l’insieme delle forme sociali primarie e secondarie che interferiscono tra di loro. Le forme primarie per Sturzo sono la famiglia, la religione e la politica e tra le secondarie (non in termini d’importanza, ma perché trasversali alle primarie) indica la comunità internazionale e l’economia. Questo significa che il ‘civile’ non si risolve nel politico, ma resta un’entità plurale, poliarchica e irriducibile a qualsiasi forma sociale che non sia la persona ed è chiamata a svolgere il ruolo di argine critico alle pretese onnivore di chi detiene il potere”. La piramide rovesciata.

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Ultima notazione. Banca Marche ha speso il nome della nostra Regione, se n’è impossessata, ha comunicato non verbalmente di esserne un tutt’uno. Con la ricaduta odierna che la nostra Regione, sempre alla ricerca di visibilità per sostenere manifatture e turismo, è stata fortemente danneggiata dall’assimilazione del marchio. Non crediamo che sia cosa da poco. Anzi: pensiamo che il danno d’immagine sia notevole. E crediamo che qualcuno debba rispondere anche di questo.

 

 

La Misericordia. Il Giubileo. La scossa di papa Bergoglio

Domenica 13 dicembre, Giubileo straordinario.

Mai vista una folla così. Anzi: un popolo così.

La chiesa di san Domenico di Fermo è zeppa di persone. Molte attendono fuori.

Il pellegrinaggio al Duomo è una scia di fedeli che s’inerpica su via Mazzini verso il Girfalco.

Ci sta tutto: i sacerdoti venuti dall’intera diocesi, i diaconi, le suore, i fedeli (tantissimi i giovani), i gonfaloni, il prefetto Angela Pagliuca, i sindaci (in prima fila quello di Fermo, Paolo Calcinaro), il presidente del consiglio comunale di Fermo (Lorena Massucci), Mario Straccia, il babbo di Roberto, il giovane universitario ritrovato morto in Puglia. 

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In piazza del Popolo alcuni ragazzi pattinano. La musica natalizia si attenua come rispettosa di quel religioso serpentone. Il Palazzo dei Priori ha riflessi blu che avvolgono la statua di Sisto V, il papa che volle Fermo arcidiocesi. Nulla stona, tutto si riconnette. Comunità, almeno per una volta.

Papa Bergoglio è un vento di novità che mobilita. Chiama i cattolici fuori dai loro sacri recinti, chiama i movimenti a decentrarsi, chiama i preti a superare i confini delle loro parrocchie, chiama i vescovi ad essere pastori tra la gente.

Si sale tra le preghiere e i canti. I flambeaux illuminano il percorso. Mons. Luigi Conti è dinanzi alla porta laterale della Chiesa madre, un arco di fiori intrecciati fa da arredo. E’ di fronte al leone degli Sforza che dominarono l’arcigna rocca del Girone.

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Il Duomo si slancia, la parte centrale è volutamente poco illuminata. Le ombre giganteggiano sfasando le proporzioni.

L’arcivescovo spinge il portone di bronzo. La croce fa il suo ingresso.

A poco a poco i pellegrini entrano in chiesa. Cento, duecento, cinquecento, mille, duemila, tremila. Non si contano più. Tanti restano fuori. All’interno è difficile muoversi. Si è come sardine. Fa caldo. Ma è un calore umano, amichevole, fraterno. Dice: i cattolici ci sono, sono segno visibile e fattivo, non se ne stanno rintanati nelle sacrestia, sono capaci di stare in questo mondo pur non appartenendogli.

Mons. Conti è giunto all’omelia. Papa Bergoglio ha segnato la strada.

“Dar da mangiare agli affamati, dar da bere agli assetati, vestire gli ignudi, alloggiare i pellegrini, visitare gli infermi, visitare i carcerati, seppellire i morti”. Sono le sette opere di misericordia corporale.

Misericordia è l’origine e il fine di questo Giubileo straordinario. Accogliere i meno fortunati, costruire per loro risposte. Non è pietismo. Forse è la politica più alta.

“Di questa Europa che rinnega le radici cristiane non sappiamo che farcene”, quasi grida – con la sua voce flebile – mons. Conti. Non è rivendicare una civiltà cristiana che non c’è più. E’ la consapevolezza che senza radici nulla si costruisce e nulla si può offrire.

Le banche. Anche le banche entrano in questo giubileo.

Guai a chi antepone i meccanismi alle persone, specie a quelle più deboli, denuncia l’arcivescovo.

Che fare, domanda e si domanda? Rispondere, incontrare, non aver paura, essere misericordiosi come Dio è misericordia. Stare in questo mondo, costruire in questo mondo. Pur non appartenendogli.

La scossa di Bergoglio è arrivata anche in periferia. Difficile non averla percepita. Passa dall’anziano al giovane sino al bambino al collo del padre. Catena ininterrotta.