Mogol a Fermo: ragazzi, occorre lavoro e cultura!

Loro: quasi novecento adolescenti, studenti del Liceo delle scienze umane di Fermo; lui, un giovane di spirito, con 80 primavere sulle spalle.

Loro, ad assiepare, lunedi 11 gennaio 2016, platea e palchi dell’ancor più bello teatro dell’Aquila; lui, sul palcoscenico, a raccontare di sé e della sua lunga esperienza. Come un maestro che abbia tanto da dire, e discepoli, in silenzio, ad ascoltare attenti, con il mento appoggiato al palmo della mano. Sino al gran finale quando il feeling è stato completo e dalla sala, dai palchi, dal palcoscenico, si è levato, all’unisono, “Il mio canto libero”.

Mogol

È in queste immagini che si sintetizza la mattinata che ha visto il poeta-paroliere Giulio Rapetti Mogol incontrarsi e confrontarsi con gli studenti del “Classico” fermano. Una scuola, ha spiegato, il dirigente Piero Ferracuti sempre alla ricerca della bellezza ovunque essa si annidi: nell’arte come nella storia, nella letteratura come nella musica.

Il grande paroliere è stato introdotto dal canto della studentessa Chiara Filomeni sulle note di “Dieci ragazze” e dalle parole di benvenuto del sindaco Paolo Calcinaro. Un’altra studentessa, Giulia Marziali, ha provveduto a sollecitare Mogol, seduto con lei in poltrona ma pronto ad alzarsi nei momenti più sentiti, con una raffica di domande.

Da dove nascono i testi? Quale musica ama? Chi possiede i talenti? Cosa vuol dire cultura, e quanto pesa? Cosa ne pensa dei talent?

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Mogol non si è sottratto. La voce flebile e una leggera incurvature delle spalle non inficiano la sua tempra.

È la vita, è l’esperienza, risponde, a dettare le parole, a far sì che si tramutino in canzoni, che raggiungano la gente, il popolo. I talenti sono di tutti, ma non tutti ne sono coscienti, molti li ignorano. Ecco, allora, il compito della scuola: tirar fuori la stoffa, farla emergere.

Mogol racconta di non esser stato un grande studente, anzi. Eppure, incontri fatti, esperienze vissute gli hanno permesso di maturare la sua specificità, il talento di Giulio. È questa convinzione che lo ha determinato a dar vita al CET (Centro europeo toscolano), la sua scuola dove si forma prima l’uomo e poi l’artista. L’esempio è calzante: il terreno può sembrare arido, e per questo ha bisogno di lavoro e proprio da quel lavoro sbocciano i fiori.

Il poeta-paroliere confessa di amare la musica popolare, etnica, quella musica che è espressione di identità diverse.

Quanta distanza, allora, dai talk show, che sono scuole finte, dove non si insegna, si fa solo spettacolo, ci si affida molto all’estetica. Ma l’uomo?

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L’immortale Lucio Battisti

Bob

Bob Dylan (foto tratta da Culturaeculture)

Per Mogol, la cultura è imprescindibile (lavoro e cultura) perché ci rende capaci di un giudizio sulle cose, ancora più importantente oggi che siamo immersi nell’automatismo delle reazioni immediate.

Che dire ai giovani se non di impegnarsi, faticare, compiere un passo alla volta, essere determinati, guardare e ascoltare le altrui esperienze, farne tesoro

Piano piano l’intervista si trasforma anche in un ascolto musicale guidato. Non manca Battista, non manca Bob Dylan, non manca il ricordo di David Bowie morto da poco. Artisti che hanno comunicato emozioni. E le emozioni rimangono nel tempo. Rendendo immortali i loro pezzi.

C’è tempo, in questa mattinata densa di sguardi, di pensieri, di riflessioni, anche per parlare di Rap e di comunicazione.

Poi, il gran finale, gli applausi, il canto

Dietro le quinte, soddisfatta, l’avvocato Donatella Sciarresi che da due anni collabora con Mogol, e grazie alla quale è stato possibile un confronto. Arricchente. Per tutti.. quelli di sotto e quello di sopra.

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