Voglia di Contea. Voglia di Bellezza

Sono le immagini più belle di questa Terra.

Della montagna, le raccoglie Giuseppe Di Modugno.

Ha creato una pagina facebook che aggrega il meglio dei Sibillini raccontati negli scatti di amici e conoscenti. Immagini ed anche parole.

Gli “Amici di piazza del Popolo” sorprendono invece la città di Fermo nelle iniziative vivaci che l’ultimo periodo ci ha regalato.

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Franco Marinucci: Piazza del Popolo di Fermo dopo il temporale

Franco Marinucci immortala il dentro le mura di Fermo colto in momenti particolarissimi (alla pioggia, al sole, a sera)  e coglie lo strabordio (sembra sentirlo!) delle onde sui massi, gli asini al palo, i girasoli nei quadrati dei campi di Marca.

Gli Amici delle Terre Montegiorgesi pubblicano immagini lontane nel tempo: piazza Matteotti senza i rialzi delle case, le squadre di calcio a fine seconda guerra mondiale, il Pincio com’era.

Aldus Graf riporta foto di antiche teste d’eroi, fortezze dalle mura slabbrate, paesaggi d’altri tempi.

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Taxis Alaudae, piazza Matteotti (Montegiorgio)

Di singoli e gruppi che raccontano la propria comunità per com’è stata, ce ne sono a decine.

Un fenomeno interessante. Che forse, indirettamente, cerca, non tanto un ritorno al passato, quanto un legame, un qualcosa di solido su cui poggiare presente e futuro. Una necessità, magari non detta, di sconfiggere quello che la psicanalisi ha chiamato il problema del “futuro-minaccia” che ha sostituito il “futuro-promessa”.

Un fenomeno che, a nostro avviso, va idealmente collegato a quanto accaduto sabato scorso al teatro di Porto San Giorgio.

450 persone tra platea e palchi: bambini, giovani, adulti, venuti ad ascoltare “Il Signore degli anelli” nella riduzione teatrale fatta da un incomparabile Cesare Catà.

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Teatro di Porto San Giorgio: Per Salvare la Contea, con (da sx) Giuseppe Franchellucci, Gianluca Tuzi, Dania Attorresi, Rebecca Liberati, Simona Ripari, Alessandra Basso, Adolfo Leoni, Cesare Catà, Kevin Pizzi

Una lezione-spettacolo come nel modello del Magical Afternoon? Sicuramente. Ma, trattandosi di Tolkien, con molto altro di più. Come, ad esempio, il sapore della Terra, il desiderio di una Compagnia, la battaglia contro il potere/male rappresentato dall’Anello (libidine estrema del potere di potenza e volontà di assoggettare).

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Dopo 4500 pagine della trilogia tolkeniana, si scopre che il protagonista della saga non è Aragorn, non è Gandalf, e neppure Frodo.

E’ Sam, invece: Samvisa Gamgee. Il grandissimo amico del giovane Baggins.

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Sam, che, al termine della impressionante impresa (buttare l’anello nel vulcano), sul finire del giorno, se torna a casa per Lungacque, verso il Colle della Contea. Torna dalla sua Rosie, nella sua modesta abitazione dove c’è una luce gialla e un fuoco acceso; dove c’è un pasto. Dove c’è un bacio da dare a sua moglie, e una figlia, Elanor, da prendere sulle ginocchia e abbracciare dicendo solamente: “Sono tornato”.

Gli Hobbit della Contea sono un “popolo discreto e modesto”, ha detto Catà presentando l’evento sangiorgese.

Sono amanti della pace, delle feste, della birra, dell’erba-pipa, scriveva Tolkien. Sono amanti della della terra ben coltivata, dell’agricoltura, delle stagioni. E non delle fucine industriali, terrificanti, allestite nelle caverne scure di Mordor dove lavorano migliaia di schiavi tutti eguali.

Forse è la luce della Contea che ci affascina, è il lindore dei luoghi, sono le immagini di bellezza che ci attraggono.

E’ l’attrazione per come potrebbe essere un vivere diverso.

Ma chi dice che sia impossibile?

 

Minori… per modo di dire.

Non sono divi. Non ricevono premi. Non sono sotto i riflettori. Neppure creano dibattito o applausi.

Sono, invece, persone comuni.

Gente che si alza presto la mattina; che lavora sodo; che porta a casa uno stipendio onesto; che tira avanti la famiglia: padre, madre, figli; che ce la mette tutta nell’aziendina perché la considera una comunità.

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Non fa notizia, secondo i canoni classici, perché non ci sarebbe nulla da raccontare: perché non ci sono fatti di sangue, non c’è sesso sprocedato, non ci sono volumi di quattrini da capogiro.

Eppure, coloro che non fanno notizia sono anche coloro che tirano avanti questa nostra Italia, queste nostre Marche, questo nostro Fermano.

A questa gente minore, minore per modo di dire, vogliamo rendere onore e parola.

Siamo confortati da quanto scrivevano due grandi autori.

Uno è David Grossman, che diceva: “Mi piace pensare che i momenti più importanti della storia non si producano nei campi di battaglia o nei palazzi, ma nelle cucine o nelle camere dei bambini”.
Gli dava man forte Charles Peguy sostenendo che i veri eroi del nostro tempo non sono i rivoluzionari, le star, i capipopolo, i tribuni mediatici o i condottieri, ma sono le madri e i padri di famiglia.

Coloro cioè – aggiungiamo noi – che vivono l’oggi con profondità e significato, guardando ancora con speranza al domani; non sono vittime delle passioni tristi ma hanno ancora un ideale da spendere.

Minori… per modo di dire.

Prostituzione a Porto Sant’Elpidio. Si colpiscono le donne. Ci si dimentica dei negrieri?

Divieto di sosta e divieto di contrattazione di prestazioni sessuali per strada.

La prostituzione a Porto Sant’Elpidio sarebbe stata messa in ginocchio da alcune norme comunali.

Sei ricorsi su sei presentati dalle prostitute multate sono stati respinti dal giudice che ha fatto appello alla pericolosità sociale.

Il risultato, a parole, sembra essere stato ottenuto. Applausi, allora.

Nei fatti, la piaga del sesso a pagamento, spuntata a fine anni Ottanta del Novecento a Porto Sant’Elpidio, e giustificata da alcuni magistrati come inincidente comportamento del nuovo costume italico, è cresciuta forte e salda e non s’abbatterà con certe iniziative.

Questo perché ad essere colpito è l’ultimo anello della catena. Il più debole.

E non solo il più debole, ma anche quello più indifeso e il più sfruttato.

Si colpiscono le donne che danno sesso.

Di loro si scrive che sono peripatetiche o lucciole, con termini leggeri, quasi simpatici, che chiamano alla mente un fenomeno estintosi da decenni.

Oggi, le ragazze sono vere e proprie schiave importate dall’est Europa o dall’Africa centro-settentrionale.

Sono state illuse con un miraggio di lavoro in Italia, stuprate dai propri carnefici, buttate in strada, e bastonate dai nuovi mercanti di carne umana.

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Prendersela con loro, multarle, togliergli il “lavoro”, le espone ad una violenza in più da parte degli schiavisti.

Complimentarsi del risultato ottenuto, con comunicati stampa pettoruti da parte delle forze dell’ordine o del Municipio, è un atteggiamento poco lungimirante e, per certi verso, anche poco umano.

Perché la vera questione non è tanto ripulire una certa via o una certa piazza spostando la prostituzione dieci metri più giù, ma colpire con durezza ed efficacia la tratta delle schiave. Scoprire mandanti e manovalanza. Sigillare gli spazi putridi dove le ragazze vengono ristrette e fatte vivere.

Sradicare cioè la mala pianta alla radice.

La nostra impressione è che, incapaci di centrare il bersaglio giusto, si sceglie di colpire quello più esposto, più visibile e, alla fine, più innocuo.

Ogni volta che leggeremo una nota stampa con il fermo, la denuncia e il conseguente rimpatrio – tra l’altro mai andato in porto – delle donne schiave, dovremmo domandarci: ma dove sono i negrieri, quando li acchiappano i delinquenti? E, soprattutto, perché non li acchiappano?

Se nella grandi metropoli come Roma o Torino è ormai quasi impossibile, a Porto Sant’Elpidio potrebbe essere diverso.

Perché non accade?