Come saltano i pesci. Come?

Come saltano i pesci. E’ un’affermazione. Non c’è punto di domanda.

I pesci che saltano fuori dalla rete che vorrebbe catturarli sono pochi.

Unirsi al branco è consegnarsi ai pescatori.

A chi gli chiede il messaggio del film che lo vede protagonista, Simone Riccioni risponde che occorre evitare di essere irretiti, di ficcarsi nelle reti che sono tante, che imprigionano.

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Ieri sera al Super8 di Campiglione di Fermo c’erano oltre mille persone alla prima nazionale del film che porta la firma di Alessandro Valori.

Cinque sale gremite di spettatori d’ogni genere: gente proveniente dalle istituzioni pubbliche (come l’assessore regionale Cesetti, il sindaco di Fermo Calcinaro, quello di Porto San Giorgio Loira, di Amandola Marinangeli, la presidente del consiglio comunale di Fermo Massucci), dall’associazionismo per disabili, dall’Anffas, dal mondo cattolico (il vicario generale don Pietro Orazi, molti parroci), dal teatro amatoriale, dall’aver partecipato alle riprese.

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Coinvolgimento frutto di una strategica operazione di marketing del giovane attore di Corridonia, tra l’altro anche co-produttore e co-sceneggiatore: aver toccato corde care a settori diversi della popolazione.

Anche le scuole, martedì mattina a Macerata (Multiplex 2000) e questa mattina a Fermo (Super8), hanno fatto ressa nei due complessi cinematografici.

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Ieri, dopo la proiezione, gli attori presenti (Riccioni, Marianna Di Martino, Maria Chiara Centorami,  Maria Paola Rosini, e il regista Valori) si sono concessi al pubblico.

Il film solleva temi diversi: quello della famiglia piccolo-borghese con genitori tutta casa e  lavoro, coppia perfetta formalmente ma depositaria di un dramma; quello di una figlia (la bravissima Maria Paola Rosini di Pollenza) con un cromosoma in più (sindrome di down); quello dell’amore e dell’amicizia; quello di una insoddisfazione affogata nei rave, nella droga, nel sesso e in un certo nomadismo; quello del territorio; quello del rapporto con la religione. Forse, quest’ultimo, il tema centrale (Matteo-Riccioni che interroga Dio sul Monte Cacciù) da cui il resto scaturisce come conseguenza. «Se fate una capriola, – lascia scritto la maestra Anna – il mondo alla fine gira sempre insieme a voi». Il Creato.

Drammatico e lieve, Come Saltano i pesci pone domande, fornendo, volutamente, poche o nessuna risposta, se non quella di uscire dal branco, vivere la propria vita in libertà. Ma quale: Libertà da qualcosa o libertà per qualcosa?

Girato tra Amandola, Fermo e Porto San Giorgio, a Sorrento, il nostro territorio, ha raccontato Valori,

è stato scambiato per la Toscana. Un complimento, sicuramente, ma anche un neo: non aver caratterizzato in fondo la Terra di Marca, non averla colta nella sua piena originalità. Peccato veniale dinanzi ad un’opera positiva.

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La Rete: tirannia o democrazia? Un problema di educazione

La tirannia della Rete o la sua democrazia?

Domanda incessante, specie dopo gli ultimi avvenimenti terroristici.

Sul web – si dice – c’è tutto e il suo contrario. Vero.

Anche le conversioni all’Islam non avvengono più dinanzi ad un Imam.

Basta un quadernetto o libricino incrociato in internet che il gioco è fatto.

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Romano Prodi parla di un potere dei social pericoloso. E in mano a gruppi extraeuropei: cinesi e statunitensi che convogliano pensiero e attrazione.

Prodi propone un social europeo.

L’idea ci lascia un tantino perplessi.

Possibile che laddove non si riesca a creare una Europa unita politicamente, la si abbia unita internauticamente?

Parlando con giovani ed espertissimi di social media, viene fuori un’altra immagine.

I social come possibilità di avere tutti la parola; i social come le prime tribù che precedettero gli stati nazionali, qualcosa cioè che scardina di fatto steccati e costruzioni ottocento-novecentesche; i social come massima libertà di espressione.

Vero anche questo.

All’obiezione però che il rischio è bere tutto senza alcun giudizio, la risposta dei giovani esperti è univoca: occorre educare alla critica.

Dove critica significa guardarci dentro, rimestare, trovare le fonti giuste, non accontentarsi della prima opinione, seguire qualcuno di cui ci si fida.

E qui scatta un giudizio anche su noi giornalisti.

Personalmente, pur magari non condividendo sempre le loro opinioni, seguiamo Massimo Cacciari, Massimo Gramellini, Alessandro D’Avenia, Robi Ronza, Antonio Socci, Giuseppe Frangi, e decine di altri personaggi che quotidianamente sulla rete, direttamente o indirettamente, offrono spunti di riflessione.

Li seguiamo considerandoli onesti e liberi, pur laddove prendono posizioni non condivisibili.

Li consideriamo insomma non in malafede.

Dunque, nel dibattito – specie nella scuola – sulla bontà o meno della rete, dovremmo tenere in considerazione due aspetti: l’educazione alla critica (la si fa?) e la dirittura morale degli interlocutori.

La Rete è una grande opportunità di conoscenza, purché si sappia riconoscerne le tracce.

Turbo capitalismo e Terra di Marca

Interessante dibattito questa mattina su Prima Pagina di Radio Tre.

Un ascoltatore ha posto una domanda al conduttore circa i due sistemi imprenditoriali italiani: quello di Agnelli e quello di Olivetti.

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Il primo è rapportabile al capitalismo anglo-americano (massimizzare i guadagni per i soci, sfociante nel turbo-capitalismo).

Il secondo ha uno sguardo sociale con benefica ricaduta sui propri occupati e sul territorio che ospita le aziende.

Personalmente, ci sentiamo più vicini al secondo aspetto d’impresa. Senza però negare che entrambi i sistemi imprenditoriali non colgono in pieno la nostra realtà.

Sino al 2008 (prima cioè della bolla speculativa e conseguente crisi), la grande impresa, in termini numerici, rappresentava il 15/20 per cento della nostra realtà produttiva. Il restante 80-85 per cento era costituito da piccole e medie imprese. Sotto questo profilo il Fermano rappresentava un campione eccezionale di PMI, la maggioranza quasi assoluta: un laboratorio ogni sette persone. Solo il Nord-Est poteva eguagliarci.

Molte cose sono cambiate. Tante piccole aziende sono sparite per colpa della crisi. Ma tante altre, proprio per  dimensione e flessibilità, sono riuscite a trasformarsi.

Delle PMI si parla sempre troppo poco. Eppure, costituiscono un sistema che ha radici profonde nelle Marche e contenevano – da notare il verbo al passato – una filosofia ricca di senso del lavoro, sacrificio, onestà.

Una dato esemplare. Che aveva un punto fermo nella famiglia e nel territorio.

La tendenza ad ogni tipo di accentramento: politico, bancario, aziendale, e lo sfascio della famiglia, ci portano dritti dritti in braccio ad una soluzione iper-capitalista, con poca o nulla attenzione al territorio e alle persone.

 

 

 

La mia “Buona Pasqua” a voi con un mio testo: Giuda

 

Le armi?

Oh, sì. Le armi c’erano.

Sulle colline, lontano dagli occhi dei romani.

I fabbri ne avevano costruite molte.

E molte di più ne avrebbero fatte

lavorando silenziosi di notte,

battendo il ferro di giorno e nascondendo le spade

nelle pieghe della roccia.

Eppure, Giuda non era soddisfatto.

Non che le armi non bastassero,

non che gli uomini non fossero pronti

allo scontro contro il tiranno Erode,

e contro i prepotenti conquistatori dalle aquile spiegate.

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Anzi, l’odio si percepiva in ogni strada,

in ogni contrada, in ogni campo;

il rancore cresceva sotto ogni capanna.

Sulle montagne circolavano gruppi di gente ingrugnita;

nelle caverne si ritrovavano a parlare di guerra

e di liberazione.

Molti erano sinceri,

altri profittatori dell’ultimo istante.

Come capita.

Capirete bene!!!

Ma tutto questo non bastava.

Questo brulichio,

quest’odio,

questa avversione:

tutto questo non bastava.

Poteva sostenere uno scontro,

una scaramuccia, un mordi e fuggi…

una sollevazione temporanea in città.

Magari un subbuglio a Gerusalemme…

… Gerusalemme: “desiderio del cuore”,

“speranza nell’afflizione”…

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Ma poi?

Poi cosa sarebbe accaduto?

Le legioni era acquartierate.

Inquadrate, piene di disciplina.

Eppure pronte a vendicarsi

di un popolo riottoso.

Le Aquile sventolavano.

Il Pretorio era… possente.

Sarebbe stato inutile.

Tutto inutile.

Un bagno di sangue che avrebbe chiamato

un mare di sangue.

Forse, qualcuno premoniva

l’olocausto di Masada,

la distruzione del tempio,

la dispersione del popolo d’Israele.

Premoniva.

Guardava i segni,

ascoltava i profeti,

rileggeva le storie di soggezione

e di schiavitù.

Occorreva, allora, ben altro.

Ben altro…

Occorreva un capo,

uno che infiammasse le folle

che avesse un programma politico,

che stravolgesse le istituzioni,

imprigionasse,

che giustiziasse.

Un uomo per la piazza,

e  per le barricate,

e, insieme, per il Palazzo.

Uno che indicasse il nemico,

senza tentennamenti,

che guidasse la rivolta,

proclamasse la rivoluzione.

Uno che portasse un messaggio

di liberazione e di sollevazione.

Come un nuovo Mosè

che sradicò i prigionieri dall’Egitto,

come un  nuovo Davide,

o come gli antichi re,

capaci di guerre e di governo.

Ma occorreva lo facesse subito.

Ora. Adesso.

Non c’era più tempo.

Non si poteva aspettare oltre.

La pazienza era finita.

Gli ebrei chiedevano libertà.

Da sempre.

Dai tempi di Babilonia, prima;

per i 400 anni di schiavitù in Egitto.

Ed ora Roma, il suo imperatore,

la sua legge, i suoi dei…

Giuda aveva messo gli occhi su un tipo strano.

Non il solito profeta, di quelli inquieti e inquietanti.

Uno, invece, che diceva cose che scaldavano dentro.

Costui se ne andava in giro a piedi

con una combriccola di puzzolenti ex pescatori e barcaioli, uomini – e anche qualche donna –.

Gente che aveva lasciato casa e familiari per seguirlo.

Un tipo c’era apparso all’improvviso.

Dicono avesse trent’anni,

che venisse dalla Galilei,

che odorasse di trucioli e polvere:

il mestiere di suo padre.

Che avesse sempre lavorato,

silenzioso, ubbidiente.

Trent’anni di vita normale:

bottega, cibo, sinagoga, rispetto della legge.

Poi, improvvisamente, un’apparizione.

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La sua apparizione,

sulle rive di un lago,

guardando fisso un pazzo.

Un pazzo che gettava acqua

sulla testa di creduloni.

Chiedendogli di essere battezzato.

E poi, quei due, altrettanto pazzi

che gli andarono dietro quel pomeriggio.

Venite con me: aveva detto loro.

Sicuramente per ingaggiare il suo piccolo esercito.

Sicuramente erano rivoluzionari

che avevano scovato il capo giusto.

Giuda li raggiunse, si presentò,

volle andare con essi.

Nessuno veniva rifiutato:

l’esercito cresceva.

Così lo accolsero.

Gli diedero la cassa.

Giuda con i soldi ci sapeva fare.

Occorreva farne tanti

per le esigenze della guerra.

Ma il Galileo non li chiedeva…

Si camminava molto

per quelle contrade polverose,

calde da scoppiare,  piene di serpenti;

e si mangiava poco, qualche frutto,

qualche pane steso dalla gente.

Si dormiva scomodi, dove capitava,

sotto ad un ulivo,

nell’abbraccio di una roccia,

nello stazzo delle pecore.

E si assisteva ad eventi strani:

ciechi che vedevano, storpi che si drizzavano,

morti che… resuscitavano.

Sì: resuscitavano, dopo giorni dalla morte.

Da restare senza parole.

Addirittura, quel Jeshua aveva sfamato migliaia di persone moltiplicando alcuni pani e pochi pesci.

Una cosa portentosa,

da non credere.

Migliaia di persone in un prato senza cibo

E subito dopo con il cibo.

Ceste che traboccavano.

E nulla fu sprecato.

La prima magia – perché di magia sicuramente si trattava – era stata ad un matrimonio cui era stato invitato con la madre.

Che bella donna, era la madre,

dolce, tenera, espressiva.

Non occorreva parlasse perché suo figlio intendesse.

Quel giorno, finito il vino della mensa,

Maria chiese a suo figlio.

Suo figlio acconsentì.

Chissà cosa avrebbe fatto una volta diventato re.

Canaan ancora più fertile,

Gerusalemme ricca,

vino e pane a volontà,

feste e balli nelle piazze,

templi d’oro.

E niente più imperatori stranieri.

La rivoluzione stavolta era prossima.

Sì,  tutto bene…

Ma quando?

Quando la guerra ai romani e ai loro tirapiedi?

Quando le riforme, il nuovo stato?

Le premesse c’erano: il popolo che lo osannava,

i pani che abbondavano improvvisi,

le parole che ardevano,

che infiammavano…

Eppure, quel regno pensato, voluto

cercato, auspicato da Giuda

non si concretizzava mai.

La rivolta non c’era.

E i giorni passavano.

Jeshua camminava,

parlava di suo padre,

si ritirava in preghiera,

guardava le stelle,

pronunciava parole sotto voce,

parlava di un altro potere,

di occhi e cuore nuovi.

Parole strane, che stralunavano la mente,

la spalancavano e la chiudevano.

Che disserravano il cuore,

lo facevano palpitare e sanguinare.

Quell’uomo era come se avesse

qualcosa di ancora non svelato.

Giuda lo guardava,

lo teneva d’occhio,

e ogni giorno che passava

si innervosiva sempre di più:

se resuscitava Lazzaro da morto

che già puzzava,

se già levava in piedi il paralitico da sempre,

se fugava i demoni dai corpi stravolti,

perché non inceneriva il governatore,

perché non folgorava i centurioni,

perché non scannava i legionari?

Perché?

Poi, venne quel giorno.

Quel giorno quando Lui disse una cosa di troppo.

Disse: “Beati i poveri in spirito,

perché di essi è il regno dei cieli,

beati i miti…”.

Dalla sommità di quel colle

disse anche dell’altro.

Disse: misericordia.

Disse: perdono.

Ma come: Giuda pensava alla guerra,

a cacciare i romani, a massacrare Erode,

e Lui calmava le genti invece di aizzarle?

Così no! Così non si andava da nessuna parte.

Anzi, peggio, si rafforzava il nemico,

si spegneva l’odio,

Eppure, quelle parole – a dire il vero –

continuavano a scaldare dentro.

Scaldavano anche il cuore di Giuda.

Solo un attimo.

Poi il senso di vendetta riprendeva piede.

Meglio non pensarci.

Meglio, a questo punto,

sbarazzarsi del Galileo,

meglio trattare con il potere ebraico,

ottenere qualcosa in cambio.

Meglio venderlo.

Trenta denari come sfogo,

trenta per sigillare il cuore.

Giuda pensò a Maria.

Solo per un istante:

a quegli occhi, a quelle labbra,

a quella pancia che aveva tenuto caldo

un rivoluzionario che rivoluzionario non era.

Lo vendette.

I Giudei lo presero.

Era una notte di paura.

Il tempo sembrava sospeso.

Gesù aveva pregato da solo,

sanguinato da solo,

vegliato da solo.

Gli torsero un braccio,

gli piegarono il capo,

lo trascinarono nel Sinedrio.

Tre anni era durata la predicazione di Gesù.

Ed ora aveva tutti contro.

Gli ebrei lo consegnarono ai Romani.

Giuda rimase a guardare di lontano

mentre i soldati gli strappavano la pelle.

Solchi sempre più profondi sul corpo

e sangue schizzato dappertutto.

Ma lui zitto con gli occhi in alto.

Un supplizio prima del supplizio.

Pilato voleva salvarlo.

Pilato era ligio alla legge.

Ma nessun re può proclamarsi tale,

senza l’avallo di Roma.

Il Calvario era fuori dalle mura.

La croce era pesante,

penetrava nella carne già penetrata dal flagellum.

Gesù cadde e si rialzò,

più volte, più volte…

fino a che quell’uomo, costretto o volente

non prese il legno su di sè.

Maria seguiva piangendo,

gli occhi suoi e di suo figlio s’incrociarono

nei vicoli.

Poi, sulla sommità del colle,

il martirio, le spine confitte nella carne…

l’aceto per dissetare una sete infinita.

E tutto questo solo perché aveva parlato

di un altro regno.

Giuda non resse.

Quel Signore forse era veramente il Signore.

Infilò la testa nel cappio.

Si lasciò andare.

Penzolò a lungo dal ramo.

E forse di lontano, o da un altro mondo,

vide una donna che correva al sepolcro.

Vide una pietra rotolata.

Vide un corpo che tornava dai morti.

E poi lo vide sulla sponda del lago di Tiberiade.

Che riempiva di pesci le reti dei suoi vecchi compagni.

Che cuoceva del pesce per i suoi amici.

“E’ il Signore” gridava uno di questi

che era tornato a fare il barcaiolo.

Attende, Domine,

et miserere,

quia peccavimus tibi…

E tutto cambiò.

Adolfo Leoni

Il miracolo della Sacra Spina?

La mente più aperta è quella che tutto vaglia, nulla esclude, ogni cosa giudica.

Un metro per misurare e guardare anche la processione del Venerdì santo quando dal Tempio di sant’Agostino di Fermo si muoverà una lunga colonna per raggiungere la chiesa di san Domenico, in centro.

In mezzo ai fedeli ci sarà la Sacra Spina, quella che la tradizione vuole facente parte della corona del “Giusto” crocefisso.

E’ una giornata particolare quella di domani. E’ contemporaneamente il giorno del “Venerdì santo” e il giorno dell’ “Annunciazione”. E’ il giorno della morte di Cristo ma anche l’annuncio della sua nascita. E’ oscurità e luce. E’ anche il giorno: il 25 marzo, secondo la tradizione medievale, in cui “Dio creò il mondo e lo ricreò poi con il fiat di Maria”. Non ce lo ricorda un teologo, ma uno scrittore, un insegnante, uno sceneggiatore: Alessandro D’Avenia.

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La Sacra Spina di Fermo

Ma è anche la notte degli eventi inconsueti. E qui entra in gioco la sacra Spina. Perché, si racconta, nel giorno in cui Venerdì santo e Annunciazione si sommano nella stessa data, la Spina ha un sussulto, un baluginio diverso, un arrossarsi differente dal consueto. Come accadde ad Andria, dove esiste un’altra Sacra Spina.

Nel venerdì santo del 25 marzo 2005,  al termine della via Crucis, il vescovo mons. Raffaele Calabro notò “alcune variazioni, come un rubino ed alcune piccole escrescenze filiformi”.

Lo stesso era accaduto quasi un secolo prima. Era il 1842: “Due rametti filiformi spuntati dal becco di flauto della spina”.

A Fermo non s’è mai parlato di alcun evento particolare.

Ufficialmente, non se n’è detto. Ma qualche vecchio emigrato, tornato in città, raccontò di aver visto, lui bambino, la sacra Spina avvolta da uno splendore mai notato in precedenza, uno sfolgorio. Era il 25 marzo del ‘32. La stessa data, lo stesso giorno in cui ad Ascoli Piceno, il parroco della Chiesa di S. Pietro Martire, durante l’ostensione, si accorse che la reliquia aveva mutato sembiante.

Casualità? Forse. Ma aprire la mente è accettare che anche altro possa essere accaduto.

Nell’incognita europea, un ‘ciao’ può ridare speranza di convivenza

Ho finito di rileggere un terribile libro dell’antropologa Ida Magli.

S’intitola “Dopo l’Occidente”. Lo scrisse nel 2012.

Mi ha colpito il passaggio quando si dice che: “L’Europa, specialmente la parte dell’Europa più attraente, più ricca, più facile da aggredire – quale l’Italia, la Spagna, la Grecia, la Francia, la Germania – sarà abitata in maggioranza da mussulmani i quali avranno il piacere e il dovere di eliminare tutto ciò che ci appartiene”.

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Il Budda afgano ricostruito in 3d

Più avanti, aggiunge: “Una volta padroni dell’Europa, quindi, i mussulmani ‘giustamente’ ne distruggeranno ‘l’europeità’, come è sempre successo quando una cultura è subentrata ad un’altra”.

 

Mi ero chiesto più volte negli anni scorsi quali mussulmani potevano amare e difendere gli affreschi del Tempio di Sant’Agostino di Fermo o i soffitti del Cappellone di Tolentino, il Crocefisso di San Damiano ad Assisi o i polittici dei Crivelli a Monte San Martino.

Le devastazioni di Palmira insegnano, come sembrava avessero insegnato quelle dei Budda di Mamiyan in Afganistan.

Secondo la Magli, deceduto da qualche tempo, l’Europa che conosciamo: quella della democrazia, dell’arte, della laicità, della bellezza, del cristianesimo, è destinata a scomparire.

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La devastazione di Palmira

Dura prospettiva. Che però mi fa venire in mente una scena dello scorso anno a Massa Fermana quando un gruppo di ragazzi ha studiato a fondo chiese ed opere d’arte per far da cicerone ai visitatori.

Tra questi, c’erano alcuni ragazzi di famiglie mussulmane. Che non si sono tirati indietro difronte ai soggetti religiosi cristiani.

Le insegnanti – e lo scrivemmo a suo tempo – sono state brave a far apprezzare ai loro studenti quelle opere.

La scuola è essenziale. Sembra un facile ritornello, quasi uno scaricabarile.

Purché i docenti ne siano all’altezza, il che non significa: grandi specialisti, ma gente appassionata, capace di dire parole profonde allacciate alla propria vita.

La nostra cultura, staccata dalla sua origine, sarebbe perfettamente inutile.

Ultimo passaggio. Dopo i terrificanti attentati di martedì, ho fatto un giro in alcuni vicoli e strade fermane abitate da immigrati marocchini e tunisini.

Se ne sono visti pochi in giro.

ciao

Ho salutato alcune donne con il velo, ricevendo nessuna risposta o un nonsoche sommesso. Finché un bambino – poteva avere cinque sei anni – mi ha sorriso e mi ha detto: ciao!

Una speranza.

 

Colpita la capitale d’Europa. Colpito uno dei simboli del Continente.

Bruxelles violentata.

La capitale dell’Europa in ginocchio.

Il primo pensiero va ai morti.

Iniziavano una giornata normale.

Sono stati strappati via dalle famiglie, dalle occupazioni, dalle gioie e dalle amarezze di tutti i giorni.

Le bombe hanno impedito la vita.

E’ il nulla che avanza.

La settimana santa, quest’anno, è di vera passione.

L’anno bisestile appare veramente ferale.

L’altro pensiero va ai feriti, ai tanti che saranno marchiati a vita nel corpo e nello spirito.

Il terrorismo islamico viene da lontano.

Dall’odio per la civiltà europea.

Bruxelles

Dal rifiuto della nostra laicità nata con il cristianesimo, con quel date a Cesare quel che è di Cesare, e a Dio ciò che è di Dio.

I mussulmani non conoscono laicità.

Il terrorismo nasce da quei piccoli/enormi gesti di disprezzo. Quell’orinare sulle grandi statue e i sagrati delle chiese fiorentini.

Lo raccontava Oriana Fallaci: le abbiamo riso dietro 15 anni fa.

Il terrorismo nasce dalla non volontà, ma anche impossibilità religiosa, di integrazione.

I mussulmani non la vogliono. Restano gruppi chiusi e impenetrabili. Hanno la loro legge e quella gli basta.

Dieci anni fa il cardinal Biffi propose di accogliere in maggior numero gli immigrati cattolici. Non per spirito di parte. Ma perché capiva che gli usi e costumi sono simili ai nostri.

Lo schermirono accusandolo di oscurantismo e razzismo.

Sette anni fa qualche voce si alzò per chiedere all’Europa di costruire cittadelle protette sulle coste africane dove ospitare i profughi divenuti carne da macello degli schiavisti.

Il silenzio fu assordante.

Ieri la capitale d’Europa è stata violata.

Forse – o quasi sicuramente – l’Europa è solo un’espressione geografica.

Però, l’impatto delle bombe, oltreché devastante per le vittime, lo è anche sotto un profilo psicologico.

Come dire: l’Occidente è in ginocchio.

L’infedele si può battere.

Su questa strada c’è ora un altro simbolo da abbattere. Saremmo tentati dal non scriverlo per esorcizzare la possibilità che accada.

Si tratta di un’altra capitale. Diversa da Bruxelles e dalle sue istituzioni politiche e giuridiche.

E’ un altro tipo di capitale, questa.

Non  ha a che fare con parlamenti e corti di giudici.

E’ Roma, è il Vaticano, è piazza san Pietro.

E’ il centro del cattolicesimo.

L’unico punto fermo nel magma indistinto di oggi; l’unico faro acceso nell’insensatezza che ci circonda.

Colpirlo significa attaccare forse l’ultimo baluardo di unità e unica, vera, radice di un Continente.

Dio non voglia.  

Ma occorre esserne coscienti.