Autonomie locali. C’è qualcuno che le difende? Il caso della Giornata dell’Economia a Fermo

Ieri, abbiamo rilevato come i tre politici (Paolo Petrini, Fabrizio Cesetti, Francesco Verducci) presenti a Fermo, alla Giornata dell’Economia, siano ben allineati per il “sì” al referendum costituzionale del prossimo autunno.

La loro tesi è stata: non si cresce, non ci si sviluppa perché mancano le riforme costituzionali.

Come dire: quando ci saranno, voleremo.

Ognuno ha le sue convinzioni.

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Possiamo capire il deputato Paolo Petrini che a Roma già siede è non vede in pericolo la sua poltrona.

Meno comprendiamo l’assessore regionale Fabrizio Cesetti che difende, pur non dicendolo apertamente, l’operazione Renzi.

Eppure, proprio gli amministratori regionali dovrebbero insorgere. La riforma del sistema costituzionale riporta a Roma, non solo le competenze in campo energetico che inopinatamente vennero passate alle regioni con la riforma del 2001, ma anche altre funzioni. Come la sanità, ad esempio. Azzerando, di fatto, quel principio federalista su cui l’Italia si stava avviando.

Solo per fare un esempio: le materie di competenza legislativa regionale si ridurranno da 19 a 6. Una falcidie.

Ma una falcidie che è stata possibile votare in Parlamento – poi in autunno il popolo dirà la sua – sull’onda di certe indignazioni contro certa corruzione regionale.

A questo punto, è stato semplice buttar via l’acqua sporca con il bambino in mezzo.

Anche il presidente della provincia di Fermo, Aronne Pettinari, sabato scorso in Camera di Commercio, avrebbe potuto rimarcare qualcosa in più. Ad esempio, che l’abolizione prevista del vecchio Senato non verrà sostituita da un vero Senato federale, rappresentante sul serio delle autonomie locali, quindi anche delle province, ma da qualcosa di ibrido e comunque del tutto inincidente.

E’ la fine delle autonomie locali e del federalismo. Ma per tanta parte ce lo siamo anche meritato.

A noi bastano i progetti sulle trote.

E’ tutto dire.

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Giornata dell’Economia del fermano. Chi procede, chi s’attarda, chi non vede.

Sabato 28 maggio. Camera di Commercio di Fermo. Giornata dell’Economia. Si guarda al “Futuro Fermano”.

In sala, una fila e mezzo di autorità; il resto sono studenti delle Superiori: ITET, IPSIA, Liceo “Don Bosco”.

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I problemi non mancano. Il Fermano è… fermo. I dati trimestrali – spiega il presidente dell’ente camerale Graziano Di Battista – rivelano che da noi si soffre un po’ più che altrove.

Di Battista chiede «comprensione» alle banche (è presente il neo amministratore delegato Alessandra Vitali Rosati, ci sono anche il presidente della Spa Grilli e della Fondazione Palma ), che significa: rapporto nuovo, sguardo diverso, collaborazione con le imprese.

Massimiliano Colombi è sociologo e consulente della Camera di commercio. I sociologi usano gerghi particolari. Stavolta sono termini nautici: «Facciamo il punto nave in acque agitate». Manca una visione, dice il sociologo, e senza non si può operare. Senza visione siamo al piccolo cabotaggio, alla sopravvivenza finché dura. Questo tempo è rivoluzionario: «siamo alla quarta rivoluzione» dove occorre essere protagonisti. Ogni rivoluzione opera fratture, cioè un cambio netto di mentalità e di operatività.

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Graziano Di Battista

Colombi elenca le necessità: efficienza, velocità, flessibilità. Solo così saremo al fermano 4.0.

Poi, una freccitina quando aggiunge che occorrono centri di ricerca seri, veri, interconnessi: no, quindi, ai centri di ricerca caserecci!

E’ chiaro a chi si riferisca a Fermo.

Marcatili è un economista che si è fatto le ossa a Nomisma. Fa capire che le lenti d’ingrandimento con cui si legge lo sviluppo debbono cambiare. Non sono più sufficienti.

E’ vero che siamo lenti, è vero che il fermano produce sempre gli stessi beni, ma c’è già una rivoluzione in corso, c’è già una porzione di società che ha scelto ed opera di conseguenza. Ci sono start up innovative lanciate da giovani, c’è una forte capacità brevettuale.

Del fermano 4.0 inteso come beni collettivi, innovazione, co-creazione, coralità produttiva, si vedono i primi bagliori.

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Cesare Catà

Marcatili conclude con una proposta interessante: sostenere le start up con costituzioni di club di imprenditori sperimentati che le sostengano, e con la presenza, fa capire l’economista, di uomini della cultura. Centri studi?

Sembra originale, l’idea. Ma già era stata sperimentata da Olivetti, da Mattei e da altri imprenditori illuminati degli anni ’60. Però, se ha funzionato allora, funzionerà ancora.

Che molto si muova per suo conto, pur se non raccontato, visto e sostenuto, lo dice l’ing. Emanuele Frontoni della Politecnica delle Marche. Usa il power point per illustrare il piccolo elicottero che misura la necessità d’acqua dei nostri terreni, il pasto su misura preparato da un’impresa locale, la domotica sviluppata da un’azienda di Montegranaro, la misurazione dei dati di un’altra impresa giovane, i nuovi materiali approntati grazie al 3d. La rivoluzione è in atto. Ma non ce ne accorgiamo.

A Cesare Catà, filosofo, scrittore e docente, il compito di disegnare il futuro. Non ci prova nemmeno. Usando Sant’Agostino, ricorda che il futuro è un concetto inesprimibile. Ma ci si può attrezzare ad incontrarlo, il futuro, riflettendo a fondo su di sé (sempre sant’Agostino). Esplorarsi nell’anima, ricercare la propria identità. Quindi comunicarla, con determinazione. «L’identità apre al futuro», è colloquio, si fa rapporto vero.

«La storia ha saltato le Marche – spiega, citando un intellettuale – ma così le ha preservate». Due facce di una stessa medaglia. Occorre ora affrontare questo aspetto. Riprendere in mano la propria storia. Il professore parla della Sibilla: unisce Antoine de la Sale a Wagner; racconta del Guerin meschino unendolo all’Irlanda. Legami, connessioni, intrecci.

Basta, sembra dire, con Leopardi che parla a Silvia. Occorre oggi parlare con Silvia.

Catà segnala un’urgenza: rendere parola quel che c’è. Rendere racconto – lui usa il termine Story telling – la nostra storia.

La Giornata dell’Economia a Fermo rivela velocità diverse. Ci sono le nuove imprese che, zitte zitte, si stanno facendo largo. Ci sono le scuole con i loro dirigenti che vogliono agganciare queste novità, e ci sono i politici (Fabrizio Cesetti, assessore regionale, Paolo Petrini deputato, Francesco Verducci, senatore) che accorgendosi del ritardo della politica ne scaricano la colpa alle mancate riforme costituzionali. Il referendum, pur non citato, è oggetto di grande attenzione. Come se la Carta costituzionale fosse un tappo. Come se l’enorme sviluppo dell’economia italiana degli anni ’60 non avesse avuto la stessa Carta.

Ci viene in mente però che diversi erano gli uomini. E gli ideali.

Chiese e bombe. Perché?

Questa mattina entra nella sua piena funzione il neo prefetto di Fermo Mara Di Lullo.

Il “benvenuto” è stata una bomba – poi inesplosa – dinanzi alla chiesa di San Gabriele dell’Addolorata di Campiglione di Fermo.

Qualche anno fa, passati pochi giorni dall’arrivo del nuovo procuratore della Republica di Fermo, a Domenica Seccia furono recapitate buste con dentro proiettili.

Non è il massimo dell’accoglienza.

Non ci sono legami, ovviamente.

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Certo è che il clima che sta vivendo il Fermano non è dei migliori.

La bomba di ieri dinanzi alla vetrata della chiesa di Campiglione – che fu costruito anche con il contributo delle maestranze della Sadam, per dare il senso della coralità – svela qualcosa di più.

Gli ordigni sono stati posizionati dinanzi a luoghi solitari e poco frequentati: la canonica del Duomo, quella di San Tommaso di Canterbury, l’abbazia di San Marco alle Paludi, infine San Gabriele dell’Addolorata. Chiese periferiche.

Non si è voluto colpire i sacerdoti, quindi, men che meno i fedeli. Gesti dimostrativi, allora.

Perde consistenza anche la pista della Caritas. Don Luigi Traini, parroco di Campiglione, non ne fa parte. E il banco di solidarietà, che distribuisce pacchi alle famiglie bisognose la gran parte italiane, opera una volta al mese e con consegne a domicilio.

Non si tratterebbe dunque, almeno direttamente, di una protesta violenta contro l’accoglienza dei profughi, di atti di xenofobia.

Prende sempre più piede invece la pista di atti più o meno clamorosi conseguenti ad una sorta di disagio esistenziale.

Dietro a quelle bombe potrebbe esserci una fuorviante ma accorata richiesta di attenzione.

Don Luigi Traini ha posto forse la domanda più puntuale.

Ha detto: “Per quanto sia irragionevole il sistema di ricorrere alla violenza, dovremo chiederci attentamente chi abbiamo di fronte, e quale disagio si sta dimostrando”.

Si è anche domandato, indirettamente, che cosa, come chiesa, come clero, come comunità, come istituzioni si stia facendo “per cercare di capire quale messaggio si nasconda dietro questi attentati”.

Non basta dunque una lettura politica. Una riduzione alla presunta xenofobia, un riemergere dello smithiano amico-nemico. Occorre andare oltre.

E questo è un impegno collettivo, dal Prefetto al Procuratore, dal Vescovo al cittadino qualsiasi.

Quale senso e consistenza per la vita.