Il sacerdote ucciso. Il ritorno ai confessionali e l’Ordine del Tempio

Padre Jacques Hamel è stato ucciso sull’altare di una chiesa francese, in Normandia.

Come accadde al cardinale Romero, a San Salvador.

Islamisti dell’Isis gli assassini del primo, appartenenti agli squadroni della morte i secondi.

Hamel era anziano, in pensione da dieci anni aveva chiesto di restare nella sua parrocchia a dare una mano al nuovo parroco: celebrazioni eucaristiche, catechismo, confessioni, sulle tracce del Santo Curato d’Ars, che confessava per 16 ore al giorno mangiando una mela.

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Hollande afferma che la Francia è in guerra e deve vincerla.

A quando la mobilitazione della Legione come in Algeria?

Anche Matteo Renzi mostra muscoli verbali.

Dobbiamo mettere scarponi e mimetica?

Sarebbe bello che le chiese di Normandia si riempissero di laici-cattolici e di laici-laici, insieme, per un gesto di comunità, di legame, di fraternité effettiva.

Sarebbe bello che in Francia ed anche in Italia, e da noi, e nel Fermano, si trovassero sempre sacerdoti ai confessionali.

Uno psichiatra ateo disse al vecchio arcivescovo fermano Gennaro Franceschetti che la confessione era una grande medicina. Per l’anima e per il corpo.

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Chissà che tante deviazioni, tante depressioni, tanto scontento non possano rasserenarsi con questa pratica?

Forse, o quasi sicuramente, ai capi dell’Isis farebbe un baffo. Non è detto per gli altri.

Per noi sarebbe comunque diverso.

Sarebbe come ricostruire una trama popolare, una rete solidale e senza paura, ridare vita ad una comunità capace di integrare chi vuol essere integrato e sorvegliare chi integrato non vuole esserlo.

La Francia è stata all’origine dei Cavalieri del Tempio. Difendevano il Santo sepolcro di Gerusalemme e i pellegrini. E non avevano problemi a stimare e colloquiare con similari Ordini mussulmani.

La Storia qualcosa insegna. La presunzione no.

#hamel #chiesafrancese #ordinedeltempio

In odio la vita

Non cambia se un milite dell’Isis fa strage di bambini e adulti a Nizza rispetto ad un giovane depresso che ammazza coetanei a Monaco di Baviera, o un giapponese che accoltella a morte 19 handicappati.

Non cambia il senso.

Vengono spente vite umane.

C’è un odio contro la vita

Che lo si faccia per ideologia, politica d’espansione, o purezza della razza, c’è qualcosa che scatta come odio verso l’altro.

Sembra una china inarrestabile.

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Un rotolar veloce sempre più in basso.

L’altro è il nemico; l’altro è l’avversario, il concorrente; l’altro è un ostacolo, un impaccio, una palla al piede.

Misure diverse di uno stesso concetto.

Gulag, lager, laogai, manicomi, cliniche sterilizzanti, per estirpare ogni altro. Per annientarlo. Per far piazza pulita.

Poi l’aborto: il buttar via nel water, nel secchio dell’immondizia, nel canale, la vita nascente.

Poi le varie pulizie etniche e le guerre pulite e quelle sporche.

Fino ai coltelli di ieri.

Questo “impero del male”, questi “imperi del male”, con le loro propaggini militari, culturali, informative, sono odiosi e accrescono odio.

Li batterà, forse, l’esatto contrario.

Ma chi educa a farlo?

#Monaco #vita #gulag #lager #aborto

Strage di Monaco. E dis-informazione

19:40 di venerdì scorso. Le trasmissioni RAI si interrompono improvvisamente per lo Speciale TG1.

I cuori sobbalzano. Tutti abbiamo pensato la stessa cosa: ci risiamo, è una strage.

La conduttrice è in video. Racconta di colpi di pistola in un grande centro commerciale di Monaco di Baviera.

Torna e ritorna sui colpi, le immagini fanno vedere sempre la stessa immagine: gente in fuga, pulmini verdi della Polizei.

Ancora sui colpi, ancora sui pulmini, ancora parole intorcinate perché non c’è nulla di sicuro.

Quanti morti? 3, 6, 9? Un enalotto della tragedia. Quanti sparatori? Uno, due tre. Non si sa.

Scatta il collegamento con il corrispondente RAI da Monaco. E’ seduto, guarda le agenzie in alto. Ne sa meno della conduttrice.

Passano i minuti, resta lo Speciale.

Collegamento con un italiano che vive a Monaco.

Telefonata ansiogena. Come sta? Dove sta? Che succede?

L’italiano non sta dove sarebbe comodo che stesse: nel centro commerciale della strage.

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E’ stato rinchiuso invece in un altro centro commerciale, nemmeno vicino al luogo della morte.

Si continua a parlare sul nulla. Si continua a spargere preoccupazione.

Gli errori ci possono essere, anche la confusione.

Ma questa non è più informazione. Questo è solo spettacolo, è galvanizzazione morbosa, riduzione ad unum della paura. Già a partire dall’interruzione improvvisa e non introdotta da alcuna presentatrice – che non c’è più in RAI.

I vecchi maestri insegnavano che informare significa dare forma, dare sostanza, dare contenuto.

E’ accaduto l’esatto contrario, per un’ora intera.

Alì Somboly ha ucciso 9 persone, soprattutto giovani. Era depresso, era stato vittima di violenze. Odiava i suoi simili. Ha preferito annientarli e ammazzarsi.

Punto.

Ed ora facciamo un nuovo corso obbligatorio di giornalismo: da Buzzati al cabaret della morte.

#strage di monaco #terrorismo #disinformazione

I bamboccioni. Le mamme. Le stragi. La vertigine. Incontro con Crepet

«Tutto quello che è comodo è stupido». Parola di Paolo Crepet. Lo psichiatra-sociologo-scrittore lo ha ripetuto tre volte alla folla che gli stava davanti. Sorrisi ma anche imbarazzi.

400 persone in piazza della Solidarietà a Smerillo, giovedì sera, in occasione del Festival Le Parole della Montagna.

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Lo psichiatra Paolo Crepet

Crepet non è stato dolce. Simpatico sì. Ma non le ha mandate a dire. L’educazione è andata a rotoli. I bamboccioni tali sono per colpa di mamme e babbi.

Motivo? Ai figli hanno spianato e lastricato ogni strada, rimosso ogni ostacolo: dalla sveglia del mattino al caffèlatte girato nella tazza, dall’acquisto del biglietto per il treno all’accompagnamento con il trolley munito di pupazzetto in peluche. Sino al Suv, potente, guidato da una madre che fa scendere quasi dentro l’aula di scuola una super accessoriata ragazzina con i tacchi alti.

Dove? In tutta Italia. Anche nelle Marche, anche nel Fermano.

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Perché i passaggi generazionali nel 33 per cento delle imprese nostrane non funzionano? Perché, racconta Crepet, i figli non hanno avuto la fame dei genitori. Tutto pronto, tutto confezionato: è venuto fuori un giovane che non sa più lottare.

Crepet è un divulgatore navigato. Sa quando insistere, colpire e ritirarsi.

A lui piacerebbe una scuola come quella di don Milani, o come quella dell’Attimo fuggente. «Capitano, mio capitano» con regole, con passioni da esternare, confronti da compiere.

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Reciprocità, ha ripetuto il prof., io e tu di fronte, a confrontarci, a conoscerci, ad approfondire. Si dovrebbe. Ma nessuno che chieda effettivamente: «Chi sei» e, in special modo, «Chi sono».

Viaggiare incontrare, libertà, disemologazione.

Lancia queste parole dal palco, il discepolo di Franco Basaglia. La sazietà uccide. Il quieto vivere uccide. «Fatti non fummo a vivere come bruti…» spiega con le parole di Dante, bruti e sazi.

Altra parola è stata creatività, che non entra nelle pagelle, nelle scuole, nelle teste degli insegnanti.

Che fare? Iniziare a cambiare, ognun per sé. Ricordando che «tutto quello che è comodo è stupido».

L’incontro è stato introdotto con una riflessione sulla vertigine. Vertiginosa la strage dei bambini in Promenade des Anglais a Nizza; vertiginoso lo sfacelo dei corpi dopo l’accartocciamento dei vagoni ferroviari nello scontro in Puglia; vertiginosi i massacri in Siria, in Nigeria, nelle terre dei Curdi; vertiginoso l’aumento dei suicidi in queste settimane in tutto il Fermano; vertiginoso il pugno assassino che ha ucciso una persona scatenando follie razziste e anti-razziste; vertiginose le strumentalizzazioni di chi cavalca l’emozione dell’istante.

Vertiginose le immagini dei giovani soldati golpisti che tremano occupando le sedi istituzionali e che continuano a tremare, poi denudati, nelle carceri del contro-golpe di Erdogan.

Vertiginoso lo spaesamento, la paura, l’insicurezza dinanzi a quello che Spinoza chiamava il futuro come minaccia. Un male oscuro, un nulla – come nella Storia Infinita di Ende o nella canzone l’Obeso di Giorgio Gaber – che progressivamente sta ingurgitando il mondo.

Recita, Geremia, nell’Antico testamento: i figli di Israele si misero a correre dietro al nulla, diventando loro stessi nullità.

Un affresco già dipinto nell’Ottocento da Dostoevskij ne “I Demoni”, e un secolo dopo da Louis Ferdinand Destouche-Cèline in “Bagatelle per un Massacro” e “Morte a credito”.

Torna in mente anche il protagonista del “Miguel Manara” di Milosz: Don Julian ha ucciso, massacrato, stuprato. S’è bevuto anche Satana.

Ma “Quando tutto è perduto o sembra essere perduto – come ripeteva Antonio Gramsci – è il momento di ripartire”. Facendo attenzione a quello che scriveva Dostoevskij: “Se gli uomini venissero privati dell’infinitamente grande non potrebbero più vivere e morirebbero in preda alla disperazione”. O al nulla.

 

Unioni civili. Sesso degli Angeli. E nuovi sultani

Premessa per non essere bruciati in Campo de’ Fiori dalla nuova Inquisizione: a me delle Unioni civili – tra l’altro una legge approvata in un mese appena – non frega niente, facciano pure, ognuno ha i suoi interessi e gusti.

Mi è chiaro come mai prima il significato del discutere sul Sesso degli Angeli.

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Questa mattina, le prima pagine dei quotidianoni nazionali riportavano tutti la nuova legge e le disposizioni, a partire da agosto, per le unioni tra persone dello stesso sesso.

Le rassegne stampa facevano a gara per mettere in mostra questa conquista dell’umanità.

Accade, mentre in Turchia il nuovo Sultano Erdogan sta arrestando migliaia di persone, fa “pulizia etnica” nelle università, manda in galera i magistrati, surriscalda la piazza che attacca le chiese e i mussulmani moderati, e fa scattare le manette ai polsi dei giornalisti laici. Di quei colleghi che hanno avuto il fegato – loro ce l’hanno il fegato d’opporsi – di raccontare i rapporti tra Isis e servizi segreti turchi, traffico di petrolio tra il Califfo e ambienti vicini al Sultano.

Le prigione turche non sono propriamente quelle svedesi con palestra e pc e possibilità di ricorrere alla Corte di Strasburgo.

Un intervento così massiccio, messo in campo in poche ore, qualche dubbio lo fa venire.

Fa quasi pensare ad un piano già stabilito da tempo. Quasi quasi viene l’idea che per colpire così a fondo e rapidamente, Erdogan stava aspettando proprio un colpo di stato contro di lui.

I turchi di oggi iniziano ad assomigliare a quelli di ieri.

Quelli che nel 1453 avevano cinto d’assedio Costantinopoli.

E mentre le truppe del Sultano d’allora stringevano nella morsa della fame e della sete i bizantini, i teologi di Bisanzio discutevano di che? Del sesso degli angeli.

Molto somigliante, la questione.

Senza dimenticare che Costantinopoli cadde nello stesso anno.

Benvenuta Turchia!!!

 

 

Bombe dinanzi alle chiese e anarchici del piffero

Ieri, i due arresti a Fermo.

I carabinieri hanno messo in manette due uomini accusati di aver posizionato cinque bombe (quattro esplose) dinanzi alle chiese fermane.

Dopo aver sentito le parole del Procuratore della Repubblica Domenico Seccia, cambio parere, almeno in parte, rispetto a quanto scrissi all’indomani del secondo botto.

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La pista delle bombe posizionate davanti alle canoniche per colpire i preti dediti all’accoglienza di immigrati e alla carità, non mi convinceva. Tanto che, sia dalle colonne de Il Resto del Carlino sia nell’editoriale su Fm-Tv, invitavo gli inquirenti a guardare oltre: a scrutare nella nostra storia recente, dove Fermo fu luogo di incubazione dei primi atti riconducibili al successivo terrorismo Br, come l’assalto alla Casa dello Studente e il rogo dei ciclostili, ecc..

Ero convinto che le recenti bombette potevano essere state piazzate da elementi estremisti e anti-sistema. Come per un laboratorio.

Quando Seccia, ieri, ha parlato di un movente di origine insurrezionalista, e il suo sostituto Monti, del ritrovamento di numerosi libri di matrice anarchica e di disprezzo per le istituzioni, invece che rafforzare la mia convinzione, e rallegrarmi della pista intuita a suo tempo, quelle parole e, soprattutto, il profilo degli indagati, mi hanno convinto di altro.

Mi sono convinto che l’anarchia e il terrorismo c’entrano come i cavoli a merenda.

A mio parere, sempre che si accertino le responsabilità, i cinque gesti bombaroli vanno attribuiti a persone disturbate, problematiche, con difficoltà economiche e caratteriali che, proprio per problemi personali, si coprono di una bandiera di cui probabilmente non conoscono neanche l’origine. E, sempre probabilmente, non hanno letto né Bakunin né Stirner.

Allora, non siamo di fronte, in sedicesimo, a Gaetano Bresci o Felice Orsini.

Marco Bordoni e Martino Paniconi non sono I Demoni di Dostoevskij.

Sono due patetiche figure di “incazzati” – come iniziano a starcene altri, purtroppo – contro le Istituzioni, sono dei marginali del sistema. O di scarti di questa società. Oppure piccoli malviventi alla ricerca del colpo giusto.

Magari alla fine, si scopre, che le bombette dinanzi alle chiese servivano da esercitazione per colpire un bancomat, tanto per dire.

Per cui, non mettiamo troppi orpelli e aggettivi a questa vicenda e non pompiamola oltremodo.  

 

Iniziamo invece una riflessione su un modello di civiltà che produce tali fenomeni.

E, per favore, non ce la faccia don Vinicio, che ha troppo parlato e sparlato in questi ultimi anni.

 

Confindustria e artigianato. Quale scelta per la Terra di Marca?

Ieri alle 12:45, un importante canale televisivo privato ha descritto Forte dei Marmi e la nuova tendenza nel commercio: l’apertura di negozi unici, con prodotti unici, per clientela unica.

Non è la produzione di serie. E’ un lavoro di artigianato.

Rifletto che l’artigianato è stata la costante della Terra di Marca. Ne è il suo tratto distintivo.

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Il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia

Ce ne sono ancora di artigiani che resistono: dalle calzature al restauro di mobili. Sono per lo più dislocati nell’entroterra fermano.

Sempre ieri, ma nel pomeriggio, ascoltavo il Giornale Radio Marche.

La notizia era che il neo presidente di Confindustria Vincenzo Boccia ha visitato la nostra regione e ha presenziato all’assemblea di Fermo.

Mi aspettavo un commento di un altro neo-presidente: Giampietro Melchiorri, da poco ai vertici della territoriale fermana.

Niente da fare. Ai microfoni RAI si è sentita la voce di un esponente di Confindustria Ascoli Piceno.

Capisco l’esigenza giornalistica di dare copertura ampia alla notizia coinvolgendo più attori possibili e di aree diverse.

Ma è chiara anche un’altra cosa: la diversità di tessuto economico produttivo tra Fermo ed Ascoli.

Il secondo ha avuto grandi insediamenti industriali ai tempi della Cassa del Mezzogiorno. Molto meno oggi che la Cassa non c’è più e la crisi ha flagellato furiosamente.

Il Fermano è contraddistinto invece da una realtà totalmente diversa: quella delle piccole imprese.

Le grandi si contano sulle dita di una mano.

Per dire che il giornalista non ha sbagliato ad intervistare un protagonista ascolano. La vera realtà confindustriale, teoricamente, è più lì che da noi

Confindustria ha sempre rappresentato aziende di grandi dimensioni. Quanto spazio c’è stato effettivamente per le PMI?

Forse il rilancio produttivo della Terra di Marca. riparte proprio dall’artigianato che tra l’altro è anche meno invasivo e più rispettoso dell’ambiente. E può legarsi ad uno sviluppo turistico equilibrato e ad una agricoltura di qualità.