Ora Emmanuel ha trovato la sua terra. E qualcuno lo abbraccia. Sul serio

Il Duomo di Fermo non è una chiesa qualunque o la chiesa dove si erge la sola cattedra del vescovo.

E’ il tempio dedicato all’Assunta, alla Madonna, alla Madre di Cristo, all’intermediaria tra l’uomo e Dio. Ce lo ricordano la lunetta incastonata nella facciata di pietra d’Istria e un grande gesso dorato dietro all’altare.

Quando la bara di Emmanuel, ieri pomeriggio, entra nella Cattedrale, due i pensieri che vengono in mente. Si materializza la Pietà di Michelangelo: quella Donna giovanissima che tiene in grembo (come lo tenne un tempo) suo figlio morto; e quella musica di Antonin Dvorak, con il suo incredibile e lacerante Stabat mater. Immagini ovviamente. La Madonna che abbraccia, che piange, che consola

pietà

Nella bara non c’è il nigeriano di 36 anni, colpito da un pugno di un senza senno, caduto a terra e deceduto per un trauma cranico. Non c’è neppure il nero fuggito dagli stermini di Boko haram. Lì, tra i suoi connazionali con bandana rossa, a lutto, c’è una persona: una persona unica e irripetibile, morta a migliaia di chilometri dalla sua terra di origine, buttata a terra da un colpo terribile alla mascella, per aver voluto difendere sua moglie Chimiary da un insulto.

Morire lungo la «strada nuova» dopo aver scampato i roghi e le torture degli integralisti islamici! Che terribile ironia!

fun

L’Assunta, siamo sicuri, oggi lo ha in grembo. Emmanuel è ora nella pace, l’unica, quella vera. Non ha più bisogno di migrare, di attraversare botte e schiavitù, di montare su gommoni che non tengono l’acqua.

La giornata è solo di Emmanuel: l’uomo che cercava dignità per sé e per la sua costituenda famiglia.

L’arcivescovo Conti richiama all’unità dei fermani, parla di una comunità slabbrata, divisa, spaccata.

Perché a Fermo –- aggiungiamo noi – questo è accaduto. Con tanti che hanno seminato odio, che hanno strumentalizzato, che hanno voluto parlare ed apparire quando mai avevano parlato e mai si erano fatti vivi prima.

Bisogna dirle queste cose.

L’arcivescovo parla della nostra disperazione. Sembra di udire un altro arcivescovo, Caffarra. Grassa e disperata, definì Bologna, ma, indicando la sua città, indicava tutto l’Occidente: senza radici, ingordo, egoista, senza speranza. Senza rispetto. Senza rispetto per l’altro: bianco, nero, giallo, uomo, donna, gay.

«Che non sia vana la tua morte», hanno mormorato in diversi.

Al di là della bella espressione, che significa questa frase? O le parole diventano fatti oppure sono un simulacro pieno di muffa e alla fine d’inganni e ipocrisie.

Ieri all’Angelus, Papa Francesco ha detto che «gli altri ci interpellano, e quando gli altri non ci interpellano, qualcosa lì non funziona; qualcosa in quel cuore non è cristiano».

Gli altri sono tutti. E’ Emmanuel, sicuramente, ma è anche Amedeo Mancini, l’accusato di omicidio preterintenzionale imprigionato ad Ascoli Piceno. Due poveri, l’uno ammazzato, l’altro l’omicida.

«Ci interpellano», cioè ci scuotono, ci pongono davanti ai problemi del vivere quotidiano e del futuro. Ci invitano ad attivarci. Ma non basta sventolare bandiere, emettere comunicati stampa pronti già nei cassetti per eventuali altre occasioni, o fare marce il cui gesto termina un attimo dopo che ci si è tolti le scarpe da tennis.

E’ molto, molto di più. E’ stare a scuola con un altro significato, è tirare avanti la fabbrica con un altro fine, è costruire aggregazioni di quartiere, di comune, di territorio, «è avere gli altri dentro di noi», come cantava Gaber.

E’, per i preti, stare ai confessionali per ascoltare persone, è tenere le chiese aperte, è stare tra la gente.

Ah, dimenticavamo, in Duomo c’erano il presidente della Camera Boldrini, ll ministro Boschi e altri rappresentanti delle istituzioni.

Non potevano mancare…

 

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One thought on “Ora Emmanuel ha trovato la sua terra. E qualcuno lo abbraccia. Sul serio

  1. Bravo Adolfo, come sempre uno dei pochi ad andare al fondo della questione, a non dimenticare il morto, a non strumentalizzare ai propri fini le umane tragedie. Le “romane presenze” sono la nota fastidiosa in questa vicenda di dolore.

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