Caso Emmanuel. Le condanne, le ricostruzioni. Le parole vuote e la prospettiva

Tante parole ieri a Fermo nei diversi consigli: comunale, regionale e provinciale insieme.

Chissà, invece, se qualcuno sia andato prima o dopo a pregare, in solitaria, fuori dagli schermi e lontano dalla Tv, dinanzi alla tomba di Emmanuel, 36 anni, nigeriano, morto a Fermo per un pugno terribile di un senza senno locale.

 

Tante parole ieri, dicevamo.

Molte di circostanza, molte dense solo di ricostruzioni che competono agli inquirenti.

Qualcuna è sembrata anche una marcia indietro interessata dopo le testimonianze raccolte e verbalizzate dalla magistratura, nuove verità che affiorano.

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Don Franco Monterubbianesi, fondatore della Comunità di Capodarco

Diversi gli interventi contro i media che hanno veicolato un’immagine razzista di Fermo.

Dimenticando che quell’immagine è stata propagata, diffusa, difesa e rilanciata da gente precisa: con nomi, cognomi e anche con appellativi molto precisi.

Altri hanno invece parlato di una Fermo da sempre ospitale, accogliente, senza menzionare però le origini di questa accoglienza, sospendendola invece in un indefinito iperuranio, in un farsi da sé.

L’intervento più vero e pregno di contenuti lo ha fatto colui che la Comunità di Capodarco ha fondato, e dalla cui responsabilità è stato emarginato.

Don Franco Monterubbianesi, tornato stranamente in pista, ha detto: «In questi giorni ho visto delle forti contrapposizioni in merito a quanto accaduto, e me ne dispiace. Se è vero che non va cavalcato il razzismo per demonizzare qualcuno, anche perché ritengo che lo stesso Amedeo sia vittima di una società che aveva il dovere di aiutarlo, occorre altresì ribadire che il valore del rispetto della dignità di una persona è fondamentale. Emmanuel ha difeso la sua e quella della sua compagna in una fase della loro vita nella quale erano in risalita da un passato atroce, fatto di dolore e sofferenza. Il nodo centrale dell’accaduto non è la dinamica della lite, è un compito che spetta alla magistratura, bensì l’attuazione di processo di integrazione coordinato, nel quale le giovani generazioni devono recitare un ruolo da protagoniste».

«Sia Amedeo che Emmanuel – ha continuato don Franco – sono vittime di una mentalità diffusa che tutti stiamo in qualche maniera subendo, dettata dalle falsità gratuite che vengono raccontate sugli immigrati. Il tutto senza rendersi minimamente conto delle loro storie».

Infine la prospettiva: sorgente e foce, per don Franco.

«Oggi solo il Cristianesimo ha le radici, la storia e le esperienze per poter essere la roccaforte di valori quali l’accoglienza, la solidarietà e l’integrazione».

Non lo ha detto esplicitamente ma parlava di Benedetto e Francesco, i cui ordini sono presentissimi nella nostra terra, parlava delle Confraternite della Carità e dell’assistenza, parlava del laicato impegnato ad accogliere i più poveri.

Non delle strumentalizzazioni e dei calcoli politici.

 

 

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