I bamboccioni. Le mamme. Le stragi. La vertigine. Incontro con Crepet

«Tutto quello che è comodo è stupido». Parola di Paolo Crepet. Lo psichiatra-sociologo-scrittore lo ha ripetuto tre volte alla folla che gli stava davanti. Sorrisi ma anche imbarazzi.

400 persone in piazza della Solidarietà a Smerillo, giovedì sera, in occasione del Festival Le Parole della Montagna.

mm ph / rizomedia

Lo psichiatra Paolo Crepet

Crepet non è stato dolce. Simpatico sì. Ma non le ha mandate a dire. L’educazione è andata a rotoli. I bamboccioni tali sono per colpa di mamme e babbi.

Motivo? Ai figli hanno spianato e lastricato ogni strada, rimosso ogni ostacolo: dalla sveglia del mattino al caffèlatte girato nella tazza, dall’acquisto del biglietto per il treno all’accompagnamento con il trolley munito di pupazzetto in peluche. Sino al Suv, potente, guidato da una madre che fa scendere quasi dentro l’aula di scuola una super accessoriata ragazzina con i tacchi alti.

Dove? In tutta Italia. Anche nelle Marche, anche nel Fermano.

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Perché i passaggi generazionali nel 33 per cento delle imprese nostrane non funzionano? Perché, racconta Crepet, i figli non hanno avuto la fame dei genitori. Tutto pronto, tutto confezionato: è venuto fuori un giovane che non sa più lottare.

Crepet è un divulgatore navigato. Sa quando insistere, colpire e ritirarsi.

A lui piacerebbe una scuola come quella di don Milani, o come quella dell’Attimo fuggente. «Capitano, mio capitano» con regole, con passioni da esternare, confronti da compiere.

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Reciprocità, ha ripetuto il prof., io e tu di fronte, a confrontarci, a conoscerci, ad approfondire. Si dovrebbe. Ma nessuno che chieda effettivamente: «Chi sei» e, in special modo, «Chi sono».

Viaggiare incontrare, libertà, disemologazione.

Lancia queste parole dal palco, il discepolo di Franco Basaglia. La sazietà uccide. Il quieto vivere uccide. «Fatti non fummo a vivere come bruti…» spiega con le parole di Dante, bruti e sazi.

Altra parola è stata creatività, che non entra nelle pagelle, nelle scuole, nelle teste degli insegnanti.

Che fare? Iniziare a cambiare, ognun per sé. Ricordando che «tutto quello che è comodo è stupido».

L’incontro è stato introdotto con una riflessione sulla vertigine. Vertiginosa la strage dei bambini in Promenade des Anglais a Nizza; vertiginoso lo sfacelo dei corpi dopo l’accartocciamento dei vagoni ferroviari nello scontro in Puglia; vertiginosi i massacri in Siria, in Nigeria, nelle terre dei Curdi; vertiginoso l’aumento dei suicidi in queste settimane in tutto il Fermano; vertiginoso il pugno assassino che ha ucciso una persona scatenando follie razziste e anti-razziste; vertiginose le strumentalizzazioni di chi cavalca l’emozione dell’istante.

Vertiginose le immagini dei giovani soldati golpisti che tremano occupando le sedi istituzionali e che continuano a tremare, poi denudati, nelle carceri del contro-golpe di Erdogan.

Vertiginoso lo spaesamento, la paura, l’insicurezza dinanzi a quello che Spinoza chiamava il futuro come minaccia. Un male oscuro, un nulla – come nella Storia Infinita di Ende o nella canzone l’Obeso di Giorgio Gaber – che progressivamente sta ingurgitando il mondo.

Recita, Geremia, nell’Antico testamento: i figli di Israele si misero a correre dietro al nulla, diventando loro stessi nullità.

Un affresco già dipinto nell’Ottocento da Dostoevskij ne “I Demoni”, e un secolo dopo da Louis Ferdinand Destouche-Cèline in “Bagatelle per un Massacro” e “Morte a credito”.

Torna in mente anche il protagonista del “Miguel Manara” di Milosz: Don Julian ha ucciso, massacrato, stuprato. S’è bevuto anche Satana.

Ma “Quando tutto è perduto o sembra essere perduto – come ripeteva Antonio Gramsci – è il momento di ripartire”. Facendo attenzione a quello che scriveva Dostoevskij: “Se gli uomini venissero privati dell’infinitamente grande non potrebbero più vivere e morirebbero in preda alla disperazione”. O al nulla.

 

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