Quel ruggito nel ventre dei Monti

Ore 7:30 di questa mattina. Ci si prepara al rientro a lavoro. Finite le ferie.

Esco in giardino. L’occhio va verso la montagna. I Sibillini sono più belli che mai. Sfumati in un grigio celeste già settembrino. Danno l’idea di un elefante accovacciato, disteso. Sembrano tranquilli. Eppure, di là è venuta la morte. Quasi trecento le persone che non sono scampate al disastro. Centinaia i senza casa e i senza lavoro. E’ durissima.

Nel ventre dei monti ruggisce qualcosa – come di ancestrale – che ancora non si placa. Stavolta la terra non è sta né madre né sorella.

E’ stata matrigna e sorellastra.

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La faglia del Vettore (foto di Paolo Galli da geologi.it)

Il Vettore è spaccato. Fa impressione vedere una ferita profonda separarlo quasi in due parti.

Mette angoscia il solco profondo lungo il sentiero che porta ai laghi di Pilato.

E’ come se una forza maligna, dopo aver stroncato tante vite umane, volesse oggi separarci da quelle montagne da cui è scesa la nostra civiltà. Annientare quelle comunità.

Non è possibile.

#terremoto

 

 

Il sisma e i monasteri

Venerdì 26 agosto. Il cielo è turchino. L’area di prima mattina è fresca. Ho deciso un viaggio per i nostri monasteri. Avevo già telefonato il giorno successivo al sisma. Paura tanta, danni più o meno gravi. Voglio essere presente, portare amicizia.

A Santa Vittoria in Matenano le monache hanno distintamente avvertito il terremoto. Solo in chiesa c’è qualche rigatura. Nessun crollo nell’edificio dedicato a Santa Caterina. La struttura ha retto. Era stata consolidata da nemmeno troppo tempo. Ad impaurirsi soprattutto sono state le suore nigeriano. Non sono abituate. Le nostrane conoscono i sismi. I Sibillini ce le hanno abituate.

A Monte San Martino è andata un po’ peggio. Quattro locali del monastero, anch’esso dedicato a Santa Caterina, sono inagibili. Lo scrollone è stato veramente forte. Le “sorelle” non indossano il consueto abito nero. Ne portano uno celeste: forse da lavoro, forse quello estivo. Consueto è invece il sorriso. E l’accoglienza.

Hanno portato i materassi nel vecchio e solidissimo refettorio, uno accanto ad un altro, suore giovani e suore anziane: tutte insieme.

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Ad Amandola ho l’impressione che la gente per strada e nella famosa pizzeria lungo la salita che porta al teatro la Fenice, al Parco, all’Albergo, parli sottovoce, come per un pudore, un rispetto, una mestizia. Qui è andata bene. A qualche decina di chilometri oltre i monti invece la tragedia. Le radio aggiornano il bollettino dei morti. Oltre 260.

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Nastri bianco-rossi dovrebbero impedire l’ingresso lungo la via che conduce al monastero. A terra molti calcinacci. Una abitazione ha una specie di grosso foro sulla parete del secondo piano. Si vede il retro di un armadio, il lampadario ed il soffitto intatto. La parete è come se fosse stata colpita da un proiettile. Incredibile, anche perché la struttura sembra semi-nuova.

Percorro la strada tenendomi al centro. Percepisco un gradevolissimo profumo di lavanda. Mi inonda. Un odore che rallegra dinanzi alla tristezza della facciata della chiesa che s’è piegata sulla strada, e pencola pericolosamente su di essa.

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Seguo il profumo. Sulla destra, dietro ad un portone in ferro, si apre un giardino stupendo. Incantato, imprevisto. Decine e decine di fiori ordinati e di erbe selezionate. Fa parte del monastero, di quella che non è stata colpita dal sisma. A terra, una montagnola di lavanda. Servirà per far sacchetti per la casa e la biancheria. Due signore ci stanno lavorando insieme ad una suora anziana. Una più giovane, di colore, nigeriana, sta trasportando una vecchia singer per cucire e una base dove poggiarla, con tanto di ruota e pedale. Do una mano.

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La madre badessa ha il volto cadaverico. Non ha dormito. E’ preoccupata ma non rassegnata. Si chiede cosa il Signore vorrà da loro. Cerca di interpretare i segni. La Comunità intera ha recitato il rosario come suggerito da Papa Francesco. Le morti di là dei monti sono nella mente, nelle parole e nelle preghiere delle suore di qua.

In una stanza risparmiata dell’ala nuova, una giovane insegna lingua italiana a suore straniere. E’ arrivata ai pronomi.

Montefortino è stata colpita più duramente. Il Santuario della Madonna dell’Ambro è chiuso. Il sindaco ha deciso così fino a dopo l’ispezione che dovrà verificare i danni al soffitto e forse al tetto. E’ accessibile la parte più antica, quella della cappella della Vergine con il Bimbo sulle ginocchia. Ci sono persone alla messa delle undici. Vengono da Civitanova Marche. Hanno portato pesce come dono ai cappuccini.

Padre Gianfranco Priori, il rettore, mi indica i distacchi del gesso dal soffitto. La notte della scossa la navata era piena di polvere, impossibile vedere per qualche decina di minuti.

Fuori dal Santuario ci sono pellegrini e turisti. La porta principale è chiusa. Entrano da quella laterale: la “Porta Santa”. Anch’essi pregano per le vittime, per il dolore, per lo strazio nel Lazio, nell’Ascolano, in Umbria.

Nei momenti peggiori le persone ritrovano la loro profonda umanità.

Domani si tornerà a ricostruire. Sarebbe bello non scordare questo sentimento.

La cascata del Rio, il giullare di Dio, il canto del melograno

D’estate si ha tempo per sognare. Sognare d’essere diversi: desiderantes. Cercare le stelle. Alla maniera di Samwise Gamgee, il Sam di Tolkien, protagonista vero de Il Signore degli anelli: il ritorno alla propria terra, a casa, dalla persona amata. La Contea, le verdi colline, i placidi corsi d’acqua.

Dove trovarli?

Il Santuario della Madonna dell’Ambro era meta di fedeli e turisti. Ebbe un calo. Ha ripreso alla grande. I Cappuccini sono lì da secoli. Oggi il Rettore, padre Gianfranco Priori, fa omelie dense eppure semplici, piace a papa Francesco. La gente accorre, arriva in un luogo stupendo, si segna, guarda la Madonna del miracolo che ridiede la parola a Santina pastorella muta, legge gli ex voto. Ci sono le sibille affrescate sulle volte e una Madonna dei pellegrini caravaggesca.

Sul colle, alla sinistra, sotto un chiosco dove si mangia bene e si paga il giusto, la chitarra di Luca, avvocato, fa intonare un canto ad una Compagnia di amici. E’ dedicato a Giorgio Gaber, lo ha scritto e musicato Claudio Chieffo.

«In una piccola casa nel cuore della città  c’è un giardino nascosto che nessuno si può immaginare, nel giardino c’è un melograno coi rami in fiore e tra i sassi del muro nascono le viole… ». Un luogo bello, un luogo desiderato. Continua: «Devi dirmi dov’è questa casa dei fiori: è da sempre che cerco la casa dove posso tornare, devi dirmi dov’è, perché voglio venire anch’io, non lasciarmi da solo… ». Dal sagrato del Santuario padre Gianfranco ha sentito le voci, le parole. Vi si incammina. Saluta la comitiva. Entra subito in rapporto. Racconta di sé, del posto, del miracolo. Soprattutto della Bellezza, che ha la b maiuscola. Dice: Bellezza, intende Dio.

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Compare un mazzo di carte. Padre Gianfranco non è solo rettore. E’ anche frate mago, che raccoglie offerte per le missioni africane. Con il mazzo stupisce l’imprenditore, l’avvocato, l’operatore turistico, la guida, la segretaria, l’impiegata al parlamento, il manager, il dipendente. Sorprende tutti la sua buona magia. Frate mago è un’altra sorpresa del Santuario. Da preservare così.

La Compagnia è tornata da 12 chilometri di camminata in montagna. Scontato l’eremo di San Leonardo. Per nulla invece il Fosso Rio. Non ci vanno i turisti della domenica. Ci vanno quelli come Sam. Si scende tra i boschi, tra i resti di carbonaie e forse di antichi romitori camaldolesi. Il ruscello si avverte da lontano, sempre più forte. Il Monte del Priore ha fatto piovere massi che s’intrecciano con foglie di camomilla. Si scivola, occorre attenzione. Ci siamo. La cascata! Le cascate! Un piccolo invaso a raccogliere le acque che saltano da 20 e più metri. Vien voglia di bere. Roberto va dentro. Un giovane si ficca sotto. I piedi ghiacciano. Il ritorno è festoso. Eccetto in due, gli altri non conoscevano il luogo.

«Bussa pure alla porta, – canteranno più tardi gli amici – mia madre ti aprirà, lei è ancora più bella di quello che puoi immaginare, nella casa del melograno c’è sempre il sole e la brezza di sera ti fa sentire il mare…». Il melograno è come la cascata, come il rio, come il bosco, come la camomilla, come lo stupore che ci assale dinanzi ad una cosa bella.

Da Il Resto del Carlino di domenica 14 agosto 2016, “Cammino la Terra di Marca”

#terradimarca #destinazionemarche

Mons. Luigi Valentini: il “padre di tanti bambini” poveri

Il volto di don Luigi Valentini è di quelli felici. Gli occhi sorridono. Lo sguardo è sereno. 81 anni, barbetta ad incorniciare il mento, capelli che lasciano intuire il castano chiaro quasi biondo precedente, bretelle sopra la camicia grigia da sacerdote, da far pensare a Giorgio Gaber.

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Mons. Luigi Valentini

Quanto gli fu preconizzato da un vecchio e saggio prete in seminario a Fermo si è avverato. Don Luigi, sangiorgese di nascita, è diventato indirettamente «padre di tanti bambini». Molti decenni fa. Era tempo di scelte definitive: accedere al sacerdozio o formarsi una famiglia. Entrambe le opzioni avvertite in maniera forte. Giovane di preghiera, sentiva anche l’altro richiamo. Cosa scegliere? Un incontro, come tanti negli anni successivi. Quello con mons. Cardenà, burbero in apparenza lungo i corridoi del seminario, umanissimo nel colloquio franco a quattr’occhi. Luigi Valentini parlò, ascoltò, meditò e scelse: presbitero. A supportarlo anche l’esperienza con Madre Speranza, la mistica religiosa spagnola (aveva visioni estatiche) che aveva scelto Collevalenza ed era sbarcata con le sue suore a Fermo per continuare l’opera di don Ernesto Ricci. Importante anche la vicinanza di padre Arsenio, braccio destro di Madre Speranza. La scelta si è consolidata cammin facendo. Prima vice parroco a Porto Sant’Elpidio, poi direttore della Casa dello Studente a Fermo (anni della contestazione studentesca). Infine, il richiamo del Brasile, la partenza missionaria, gli ostacoli, l’arresto da parte della polizia politica, le tragedie della povertà (tre bimbi morti bruciati in una baracca delle favelas), le opere nate come risposta, a San Paolo, Brasilia, Salvador Bahia, Belo Horizonte…

Difficile quantizzare il numero dei bambini accolti, accuditi, sfamati, educati nelle creche, che vuol dire asilo/scuola, nei dopo-scuola, nei laboratori artigiani. Opere nate con l’aiuto di volontari, sostenitori, personale specializzato. Don Luigi ha lavorato, diretto, cercato sostegni, bussato a mille porte. Ora gli anni sono cresciuti ed anche qualche problema di cuore. Eppure il sacerdote sangiorgese non fa mancare la sua presenza costante, il suo consiglio, la sua paternità. A condividere il suo impegno è nata l’associazione… Condividere.

Il 15 settembre prossimo la città di San Paolo del Brasile gli conferirà la cittadinanza onoraria. Un riconoscimento per l’alto valore delle opere realizzate. Un riconoscimento che vale l’impegno di una vita. Per l’occasione è nato un libro: “Il mio bene sei Tu. L’avventura di un sacerdote in Brasile”. Un libro-intervista che si apre con la presentazione del prof. Giorgio Vittadini, presidente della Fondazione della Sussidiarietà, e del sindaco di Porto San Giorgio Nicola Loira.

Sarà presentato il 20 agosto al Meeting di Rimini. Un evento. Di riconoscenza.

 

Da Il Resto del Carlino di sabato 13 agosto 2016, “Minori… per modo di dire”

Padre Pietro è il “Muratore di Dio”

Giusto un anno fa: 9 agosto 2015. Padre Pietro Lavini saliva al cielo, come amano dire i cattolici. E lui era cappuccino. Di una razza particolare. Di quelli che alla povertà francescana, vissuta con grande fedeltà, univano una sorta di operosità benedettina e un richiamo alla contemplazione camaldolese. Una persona con un sentire così non poteva non ridare vita all’eremo di San Leonardo. Perché quell’eremo, un tempo monastero e forse anche scuola di novizi, quella giuntura la contiene tutta. Benedettino-farfense agli inizi, camaldolese successivamente, francescano-cappuccino per tornare a vivere, ed ancora benedettino oggi perché appartenente alle suore di Santa Vittoria in Matenano.

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Padre Pietro Lavini

Padre Pietro non ha ricostruito solo mura, non è stato solo calamita di tanti «lontani» che l’hanno sentito vicino, ha immedesimato quell’invito a custodire e coltivare la natura, l’ambiente, il mondo. Prima di tutto la persona.

Non sappiamo se padre Pietro abbia letto Santa Hildegarda di Bingen. Sicuramente avrebbe apprezzato le parole della badessa tedesca: «I luoghi hanno i loro ricordi, filtrano nell’aria come profumi segreti e possono essere percepiti solo dai pochi che hanno la mente aperta». Impegnandosi però perché ognuno avesse aperta la propria mente.

Vincenzo Varagona è giornalista di Rai 3 e collaboratore de L’Avvenire. All’eremita di San Leonardo, che non voleva essere chiamato tale, ha dedicato un libro «Il Muratore di Dio». Questo sì, era il titolo di cui il cappuccino amava fregiarsi.

La prefazione è del cardinale Edoardo Menichelli.

Il volume sarà presentato martedì 9 agosto, ad un anno esatto dalla salita in cielo del frate.

L’iniziativa è stata presa dal Comune di Montefortino, dal Santuario della Madonna dell’Ambro, a cui padre Pietro apparteneva, e dal Monastero benedettino di Santa Vittoria in Matenano.

Presentazione del libro ma anche momento religioso e musicale. Si partirà alle 8:30 da Valleria di Montefortino. Un evento.

Un evento che però non sarà l’unica rievocazione. Il 13 toccherà a Di Villa in Villa e il 27 agosto a Filo-Fest camminare la storia raggiungendo quella giuntura di cui padre Pietro è stato protagonista forse inconsapevole sino in fondo.

Valleria o, per altri Balleria, luogo del ballo, pianoro dove i pastorelli attendevano le fate. E poi, Gola dell’Infernaccio, dove, attenti, si potrebbero risentire le tragiche parole di Cecco d’Ascoli: «L’ho detto, l’ho insegnano, lo credo». Per poi raggiungere la deviazione per Capotenna, dove il Guerin meschino iniziò a far l’impresa accolto nel minuscolo monastero di sant’Antonio. Si proseguirà sino al bosco dei faggi e su su sino al piano di San Leonardo, per ascoltare di monaci dal saio nero, di quelli dal saio bianco e di frati cappuccini amanti di Dio e del suo Creato.

 

#sanleonardo #padrepietro #destinazionemarche

Da Il Resto del Carlino di domenica 7 agosto 2016

 

Cammino la Terra di Marca. I passi, la musica e le stelle che a Cerreto puoi contare

La notte è nera! Ma non è scontato. La fanno bianca e rosa dappertutto. La illuminano tanto da annientarla.

A Cerreto non capita. E’ ancora pece. Buio assoluto.

Poi, le stelle: l’Orsa, il Carro, le Pleiadi.

Il cielo di città le ha perdute. Qui: no. Possiamo contarle, dare nomi, e immaginare i volti che li hanno suggeriti.

Prima dell’ingresso al Borgo, un unico faro a illuminare tavoli posti dinanzi alle mura castellane. Storia su storie.

A dieci metri l’oscurità più profonda.

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Sessanta persone sedute insieme. Cibo e colloquio, nuove amicizie e idee che zampillano. Convivio di gente ancora sanamente abituata a ritrovarsi. Giuliano, Giacomo, Loris, Rossano, Alessandro, Roberta e Marco a portar vivande. Sono loro i protagonisti veri. Quelli del Rivivi-Cerreto.

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Di personaggi importanti ce ne sono molti: dal direttore del Coro de La Fenice di Venezia (Moretti), ai docenti di Macerata e del San Raffaele di Roma (Cavicchi e Santini), dal presidente di Confindustria Fermo (Melchiorri) a direttori di Laboratori per l’esame di alimenti, olio soprattutto (Cecchi). Ma stasera non ci sono Vip o pedoni. C’è gente innamorata del Bello e dello stare insieme.

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È un incontro. Una rete informale, di quelle che funzionano al meglio perché basate su stima e rapporto personale. Un incontro voluto da quattro realtà: l’Associazione Rivivi Cerreto, che promuove la Festa medievale di fine maggio; gli Errabundi Musici, che girano l’Europa e hanno campo base proprio a Cerreto; gli Antichi sentieri Nuovi cammini, che nascono per riscoprire la Terra di Marca; il Laboratorio Piceno della Dieta mediterranea, che ha riportato questa Terra alla ribalta nazionale.

Prima del pasto, domenica 31 luglio, s’è camminato dal bivio di Rapagnano sino al Borgo antico, all’ombra dei Cerri, scorgendo Alteta, Mogliano, Francavilla… raccontando delle migliaia di pellegrini che transitavano da qui verso Urbs Salvia e poi per Roma o Lucca. Gli Errabundi Musici attendevano la comitiva di fronte al composto cimitero. Le cornamuse appenniniche si sono gonfiate, la musica scaturita è stata stimolante e pop. Si è scesi poi per la brecciata.

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La Chiesa di Santa Maria delle Grazie è uno scrigno di affreschi che incantano i visitatori. In cinquanta non c’erano mai stati. Stupore! Scoperta!

Il corteo informale ha superato l’arco della dogana, è salito alla piazzetta, è ridisceso sino alla chiesa senza tetto. Incredulità! Terra di Marca!

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Foto alle pareti. Gli scatti della festa in costume. Tre le migliori. Parola di Claudio Marcozzi, tra i più bravi fotografi d’Italia, che ha spiegato e premiato Giuseppe Silenzi, Umberto Bufalini e Stefania Badiali.

Ci si è raccontati. Ma non è stata la vetrina dell’apparire. È stato ponte di collaborazione. Progetto comune.

Chissà se il GAL capirà?

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Le mura del Borgo sono ancora infuocate quando ci si siede. Il pane è di Cerealia e l’olio di Lumavite. Ottimo il coniglio in porchetta, per non dire di crostate e vino cotto.

Moderazione raccomanda la Dieta di Lando Siliquini e Paolo Foglini. Non accade sempre. Ma stavolta c’è stato il ritorno, la strada, il cammino ad aiutare. E ad immergersi in una notte magica. Perché nera. Perché normale.

Perché reale.

#Destinazionemarche #Cerreto #antichisentierinuovicammini

da Il Resto del Carlino di domenica 7 agosto 2016