L’oblio, l’a Dio e il Libero Regno della Sibilla. Parola di Montagna

C’è l’oblio: la voluta dimenticanza, il divertere ficcando la testa nella sabbia. Magari, dopo aver assunto alcol, pasticche, musica assordante, sesso senza gusto di sesso. Mischiume di corpi identici senza volti singoli. Un fuggire per un’ora, una serata, un giorno, fors’anche una vita.

Alienazione, si diceva un tempo. «Nichilismo gaio», decretò l’irridente Umberto Eco.

C’è poi un divertere – verbo così tanto mistificato – che è guardare altrove, staccare lo sguardo dall’orizzonte basso e senza prospettiva, portarlo ad un’altra altezza. Trascinandovi dentro tutto.

Davide-Rondoni
Il poeta Davide Rondoni

È differenza che passa tra una notte bianca da consumo e una proposta culturale che scarnifica l’intimo e lo inchioda. Aiutando a vivere.

Si scherza, a volte, sul Libero Regno della Sibilla, lanciato mesi fa da queste colonne. Regno un po’ insorgente, un poco anarchico, di grande libertà non dalle cose, ma per qualcosa di più grande.

Pericolosi, allora, quei tizi arroccati a Smerillo negli scorsi giorni. Pericolosi perché scrivono poesie che non sono ancelle o serve d’economia, finanza, politica od anche religione.

Sono parole di vertigine, invece.

La più grande: quella di Gesù, ha detto Davide Rondoni, un Dio entrato nella carne attraverso un grembo di femmina illibata madre, destinato alla Croce dalla quale si ode ancora quel «Padre, perché mi hai abbandonato?».

paradisi, davoli, morasso
Da sx: Simonetta Paradisi (direttore artistico Parole della Montagna) e i poeti Davoli e Morasso

 

Terribile e sconvolgente. Niente melassa o dolciastri selfie da scampagnata GMG.

Da perdere il senno.

Sono tanti i poeti bravini, ha sottolineato Filippo Davoli, altro poeta, da Smerillo. Ricchi di tanta misura. Ma di tanta poca vertigine. Mancanti di quella potenza espressiva capace di far esplodere la coscienza di un uomo.

Colpa anche di scuole dalla scrittura creativa. Standard e omologazione. Come nei Talent.

Forse una generazione saltata.

Saltata è anche il titolo di una raccolta di poesie di Antonio Santori, nostro scrittore potente, esploratore di abissi e scalatore di vette di cielo. Per Antonio due componimenti di Massimo Morasso, che usciranno in un prossimo libro. Morasso, anch’egli a Smerillo per il “Festival Parole della Montagna”, dice che l’impegno politico di Santori fu coscienza profonda di Res Publica. Fuoco di giustizia, bellezza, verità, che gli ardeva dentro.

I poeti dovrebbero governare il mondo, perché, soli, conoscono le attese degli uomini. Quelle vere.

Rondoni l’aveva già scritto. Non lo ripete a Smerillo, fuori dall’arco medievale, sopra la spianata che conduce alla Fessa, una trentina ad ascoltarlo senza testa nella sabbia.

Luogo giusto per vertigini e parole. La Fessa e l’ignoto, la spaccatura e il Mistero. Come per l’Ulisse di Dante, nell’incessante Cerca.

Dante, il maggiore poeta di sempre, colui che a sette secoli di distanza analizza l’oggi meglio di politologi e psicologi. Densità contro banale. Profondità contro effimero.

Poesia è memoria attiva di vertigine, dice Rondoni, la parola deve mantenere forza e fertilità. Energia in atto, che punta l’alto ma è radicata saldamente nella realtà, che simpatizza con i viventi. Che si fa «amica» e di popolo.

Tramontata l’apertura verso il divino, resta cultura trincerata e arte idolatrata. Ma rattrappite entrambe.

Parola di poeti. Parole di montagna.

 

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