Le radici più forti del sisma. Dalla Sibilla a… Lampedusa. Parlando di comunità

Venerdì 23 settembre. Ore 7. La montagna della Sibilla è rosa

confetto. I raggi di sole la illuminano dal mare.

La vegetazione più in basso assume il colore di un autunno spinto: dal marrone chiaro a quello intenso, sino al verde marcio.

Qualche ora fa un’altra scossa. Nel ventre di questi monti sembra trovarsi l’inferno. La mente va ai miti che potrebbero averne avuto origine.

Chissà se le bombe al fosforo su Aleppo o quella nucleare in Corea del Nord abbiano una qualche colleganza. «Può, il battito d’ali di una farfalla in Brasile, provocare un tornado in Texas?» scriveva nel 1963 Edward Lorenz per la New York Academy of Sciences. La risposta era sì. Siamo in una connessione, non virtuale.

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La pagina odierna dell’Ecclesiaste recita: «C’è un tempo per nascere e un tempo per morire, un tempo per piantare e un tempo per sradicare le piante… un tempo per demolire e un tempo per costruire». Oggi è tempo di ricostruire… un senso, un significato soprattutto.

Da Isola San Biagio di Montemonaco, dove svetta solitario il tiglio che dà il nome ad un noto ristorante, si scende verso le zone di Montefortino. Lungo la via, verso casa Liberati, s’incontra la lapide di Giorgio Perlasca, il «Giusto» che salvò centinaia di ebrei dalla lucida follia nazista e delle Croci frecciate ungheresi. Venne posta il 14 agosto del 2006. Nelle vicinanze ha trovato dimora anche un albero. Due simboli per ricordare.

Poco più in là nasce il grano «Senatore Cappelli» de «La Regina dei Sibillini». Emblema di vita.

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Ancora più in basso, dove gli archi a sesto acuto di alcune abitazioni tradiscono l’origine di residenze medievali, s’incontrano, liberi al pascolo, mucche e cavalli macchiati dalla coda più chiara.

Domenica 2 ottobre, a Penna San Giovanni, si farà festa: la Festa Regionale del Creato. «Salute, agricoltura, ambiente» i tre temi che verranno affrontati da relatori economisti, storici e medici.

A far da filo rosso sarà l’introduzione di Dominique Guillemant dell’Università di Macerata su «Francesco d’Assisi, uno sguardo riconciliato con il creato».

Nell’enciclica «Laudato si’», papa Francesco spinge con forza a farci custodi del Creato avvertendo, con le parole del predecessore Benedetto XVI, che «se i deserti esteriori si moltiplicano» è «perché i deserti interiori sono diventati così ampi».

Al Alteta, due sabati fa, si sarebbe discusso, nella piazza deserta d’abitanti, di «Borghi da riscoprire e comunità da ricostruire». Il maltempo non l’ha consentito. Il tema sarà ripreso a Servigliano il 19 e 20 novembre all’interno della Terza Fiera delle Qualità e in parte da Ottobre all’Abbazia che troverà sede a Montegiorgio, ai Cappuccini.

Il 14 ottobre, a San Marino, il fermano mons. Mario Lusek, direttore nazionale dell’ufficio turismo-sport e tempo libero della CEI, ha organizzato «Vie, Cammini, Parchi ecclesiali: un turismo accessibile, etico, solidale». Una risposta anche alle necessità della Terra di Marca dove comunità vive, buona vita e ospitalità potranno sanare ferite nuove e antiche.

Stupendo lo sceneggiato RAI «Lampedusa» con un popolo che, dinanzi alla tragedia delle migrazioni forzate, ha fatto vedere la sua stoffa prima ancora delle istituzioni nazionali.

Adolfo Leoni

da Il Resto del Carlino di domenica 25 settembre 2016


Emanuela Canigola e l’arte del vetro

Grottazzolina, via Palmiro Togliatti, piano terra di un gradevole edificio su due lati circondato da un orto perfettamente geometrico. Emanuela Canigola mi attende dinanzi alla sua bottega/laboratorio. Capelli svolazzanti, blusa e pantaloni neri, sigaretta eternamente in bocca. Un anello con teschio al dito medio della mano destra, come Keith Richards dei Rolling Stones, e un altro ricavato da un gettone della metropolitana di New York, al medio della sinistra. Al muro, la laurea Honoris Causa conferitagli negli USA dall’Università Pro Deo. Poco più sotto una bandiera srotolata a stelle strisce dove s’appoggia un quadro con fondo di vetro di bottiglie Coca Cola. Ci sono delle incavità, sembrano buchi, sono i segni delle pallottole che uccisero J.F. Kennedy. Per un ambasciatore greco realizzò un ritratto della Callas.

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L’arte di Emanuela è quella di lavorare il vetro fuso usando innovativamente bottiglie, realizzando così quadri, vetrate, lampadari, piatti. Ultimamente crea monili con una tecnica africana perfezionata dai russi. «Per pagare bollette e sigarette».

All’ingresso, c’è un quadro su vetro che raffigura Alessandro Magno. Il suo amore. Un amore scoppiato leggendo la trilogia su Alexandros di Valerio Massimo Manfredi che Emanuela ha voluto conoscere a tutti i costi diventandone amica. Così come con un altro grande archeologo: Paolo Moreno.

La nostra artigiana/artista, di discendenze irlandesi dal ramo materno «cuneglas», ha sempre bisogno di idee. Le vengono camminando per strada, cogliendo un particolare che sfuggirebbe ai più: un semaforo, un’indicazione stradale, il selciato di un’antica strada romana, o un vecchio telefono pubblico. Lei li fotografa, ci rimugina sopra, li rielabora mentalmente, poi li disegna sul vetro, cuoce il vetro su stampi predisposti, li sistema con i diversi colori, li dipinge fino alla perfetta realizzazione. Ha allestito mostre negli Emirati Arabi, negli Stati Uniti, e poi in Italia, specie a Roma. S’è legata anche ad una Galleria di Viterbo.

Mentre parliamo appoggiati ad un grande tavolo rettangolare ingombro di stampi, prove, disegni, pennelli e tubetti, passa la sua «assistente»: la gatta lula.

Dirimpetto ad Alexandros, dall’altra parte del tavolo, su un cavalletto, c’è un dipinto con ombre e luci. «È il mio fidanzato virtuale: Keanu Reeves», l’attore.

Emanuela è una donna inquieta. Un’inquietudine religiosa, alla ricerca di qualcosa di più.

Con i preti non va molto d’accordo. Specie con quelli dei Musei vaticani. Con uno in particolare è molto arrabbiata. L’ha fatta lavorare tanto, ripetutamente, per realizzare 12 oggetti di cui poi non s’è fatto nulla.

Preferisce Pasolini e la sua celebre frase: «La libertà è la mia forza, la solitudine che ne consegue è la mia debolezza».

Emanuela Canigola è nata a Fermo nel 1963. Ha studiato presso l’Istituto d’Arte “Preziotti” diplomandosi in Architettura e Decorazioni d’interni. Ha frequentato l’Accademia delle Belle Arti di Macerata. Impara l’arte della legatura dei vetri piombati o istoriati a Siena, nella bottega di Marisa Casale, ex moglie di Dario Argento, nella campagna toscana, «dove i cinghiali venivano vicini a mangiare le mele». Nel 1987 apre il suo primo laboratorio a Grottazzolina, nella ex farmacia, dove realizza lampade Tiffany e vetrate. Nel 1991 inizia il suo lavoro con l’uso delle bottiglie più disparate: dai succhi di frutta ai chinotti.

di Adolfo Leoni da Il Resto del Carlino di sabato 24 settembre 2016

Terremoto. L’ambulatorio diabetico di prossimità. Da Fermo arriva Foglini

Il terremoto non è solo morti, case distrutte, lavoro perduto, vita sociale bloccata. Il terremoto porta conseguenze gravi, specie, per gli anziani e per i “pazienti fragili”. Ma dalle tragedie può scaturire anche un’esperienza di bene e di innovazione.

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Ad Arquata, nel rettangolo quasi perfetto di tende azzurre che danno rifugio ai terremotati, spicca un container chiaro. Lo ha collocato la Protezione civile. E’ un ambulatorio medico. Lo frequentano in tanti.

Lo scorso sabato ha iniziato ad operarvi il dottor Paolo Foglini, fermano. Il medico diabetologo, che ha diretto l’Unità Operativa di Diabetologia dell’ospedale Murri di Fermo, ha risposto, insieme ad altri colleghi, all’appello lanciato dal dr Italo Paolini, medico di medicina generale di Acquasanta Terme, e dall’associazione Diabete Italia.

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«Lo scompenso del diabete indotto dallo stress e dalle improvvise modificazioni della vita comune, – si legge in un documento presentato ad un recentissimo convegno a Monaco – se di per sé potrebbe non provocare sintomi evidenti, può comunque portare alla manifestazione o aggravamento di complicanze potenzialmente devastanti». Foglini e Paolini, sabato scorso, hanno condiviso il primo ambulatorio specialistico diabetologico di “prossimità” che resterà aperto sino allo stabilizzarsi della situazione.

Con Foglini anche la dottoressa Tiziana Stampatori, già Primario del Centro trasfusionale del Murri di Fermo, che si è occupata di prelievi.

Il container-ambulatorio è stato attrezzato dalla MeTeDa SRL di San Benedetto del Tronto che ha fornito il supporto informatico necessario all’utilizzo dei dati. Quello della conoscenza dei dati è infatti una necessità fondamentale ai fini dell’assistenza. Ma quanti hanno salvato dalle macerie le proprie cartelle cliniche? Pochi o nessuno. Alla perdita improvvisa di tutto, si aggiunge, dunque la perdita della “storia” clinica dei pazienti. E qui sta l’importanza – forse unica in Italia – di una scelta fatta nelle Marche.

La scelta di mettere in rete i “data base” esistenti per permettere la condivisione dei dati con gli specialisti presenti sul territorio. E già «al primo ambulatorio – ha spiegato Foglini – il sistema ha funzionato, le cartelle hanno “parlato” insieme fornendo i dati necessari alla continuità assistenziale». Questo è potuto accadere perché nella nostra Regione da anni il diabete mellito è attentamente monitorato con una cartella clinica specialistica e i dati assistenziali di tutti i pazienti sono raccolti in un “data-base” centralizzato.

I tecnici della Regione Marche, che l’associazione Diabete Italia ha ringraziato di cuore, sono riusciti velocemente a risolvere i grossi problemi delle autorizzazioni necessarie alla trasmissione di dati sensibili verificando e garantendo con estrema puntualità ed efficacia il rispetto della privacy. Nelle prossime settimane a sostituire il dr Foglini sarà il collega dr Giacomo Vespasiani, già primario diabetologo all’ospedale civile di San Benedetto del Tronto.

Il sistema ha funzionato, dichiara Foglini, ed ora potrà «seguire i pazienti che necessariamente dovranno essere trasferiti in zone anche lontane e più sicure».

da Il Resto del Carlino di giovedì 22 settembre 2016

#diabeteitalia #diabete #terremoto #Arquata del Tronto

 

Longevità attiva. Le buone pratiche. Insegnare agli insegnanti

Suor Maria Beatrice ha 97 anni e ogni giorno va nel campo del monastero di Monte San Martino a curar fiori e far mangiare polli. In California è conosciuta per essere tra i protagonisti di un filmato sulla buona vita marchigiana. Peppe, di anni ne ha 89, vive a Belmonte Piceno, e bambino, come ha raccontato su Youtube, lavorava i campi. Così come Angela, che di anni ne fa 84. Potremmo continuare all’infinito. Siamo i più longevi. Un vanto, una risorsa, e un problema.

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Il prof. Cavicchi in piedi, la prof.ssa Spigarelli alla sua dx

Come vivere il tempo che il Padreterno ci lascia? Una risposta arriva dalla “longevità attiva”: interessarsi, appassionarsi, vivere e non vivacchiare. Di progetti ce n’è. La Regione ha lanciato concorsi di idee.

Altro aspetto: se da noi la vita è buona, l’area salubre, la cordialità non manca: il turismo della terza e quarta età potrà essere una risorsa?

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In fondo, in piedi a sx l’agri-chef Gabriella

Mercoledì scorso a Cupra Marittima, in collina con dinanzi il mare e il restaurando castello di Sant’Andrea, una decina di docenti e ricercatori universitari di Lisbona si sono confrontati con le iniziative prese dall’Azienda agrituristica La Castelletta, ospiti “Le Marche in Valigia” dell’Agritour-Aso e il “Laboratorio Piceno della Dieta Mediterranea”.

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I docenti partecipano al Laboratorio

Insieme ai portoghesi c’erano i colleghi dell’università di Macerata guidati da Alessio Cavicchi, e funzionari della Regione: Leonardo Lopez in testa. I portoghesi vogliono capire le “buone pratiche” delle nostre contrade. Ma anche quelle di Lovanio (Belgio) e Maastricht (Olanda), le cui università si sono coinvolte nel progetto europeo.

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Rosanna, Anna, Graziella, Alfonso, Giorgio, Giovanna ed altri sono ex insegnanti, ex coltivatori diretti, ex imprenditori, che due volte la settimana salgono sino a La Castelletta per vivere alcune ore insieme. La loro longevità attiva è realizzare carta a mano, piccoli oggetti di falegnameria, sciarpe, sapone, trasformare le pietre trovate in riva al mare, fare ginnastica e assaggiare i piatti della squisita Gabriella, in arte: agri-chef. Siamo nell’ambito dell’agricoltura sociale, quella su cui punta la Regione Marche che, dopo gli agri-nido (quello del fermano Bagalini: L’Arca di Noé, è all’avanguardia, dicono i funzionari regionali) ha in mente di attivare anche il co-housing per ospitare anziani e, perché no?, anche i disabili rimasti senza famiglia del Dopo di Noi. Obiettivo che sta perseguendo il fondatore della Comunità di Capodarco don Franco Monterubbianesi. Sono gli ex a esemplificare “le buone pratiche”, realizzandole sotto gli occhi dei proff. stupiti.

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Sullo schermo passano le immagini delle iniziative all’estero di “Marche in valigia”: Belgio, Inghilterra, Olanda, Giappone. Colpiscono i due slogan: “Un modo semplice per promuovere il territorio e fare amicizia con la gente del mondo”, e “accogliere degli ospiti quando arrivano e salutare degli amici quando partono”.

Molta attenzione è riservata alle iniziative del Laboratorio Piceno della Dieta mediterranea e allo studio del Seven Countries Study di cui poco o nulla i ricercatori sapevano.

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Paesaggio, accoglienza, qualità e bontà del cibo. L’incontro termina a tavola con i piatti incredibilmente semplici quanto incredibilmente gustosi dell’Agri-chef Gabriella.

da Il Resto del Carlino di domenica 18 settembre 2016, articolo di Adolfo Leoni

#longevitàattiva #destinazionemarche #unimc #lacastelletta

Cittadinanza onoraria a mons. Valentini. Il Brasile lo abbraccia

Un orgoglio per Porto San Giorgio, dov’è nato; per il Fermano, dove ha iniziato ad operare; per l’Italia, che è la sua patria; per il Brasile, dove ha passato mezzo secolo di vita.

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Mons. Valentini insignito della cittadinanza onoraria di San Paolo del Brasile

Giovedì 15 settembre, la sale nobile (salâo nobre), sala enorme – come tutto è enorme in Brasile – del comune di San Paolo ha reso omaggio a mons. Luigi Valentini, missionario impegnato dagli anni ’70 a costruire opere educative e sociali nelle zone più povere e svantaggiate del Brasile: le favelas. Come a San Paolo, appunto.

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Dinanzi ad un pubblico numerosissimo e commosso, mons. Valentini ha ricevuto la cittadinanza onoraria della megalopoli. Un riconoscimento che gli ha fatto luccicare gli occhi. Un riconoscimento consegnatogli dal Presidente del Municipio Antonio Donato. Un abbraccio, una stretta di mano, una serie di interventi, per dire che questo missionario italiano, fermano, sangiorgese ha fatto e sta facendo tanto per i bambini e gli adolescenti del Brasile. E, proprio per questo, per quest’amore disinteressato, il comune di San Paolo lo ringrazia e gli conferisce la cittadinanza onoraria, il Titulo de Cidadâo Paulistano. Non una cosa da poco, o formale, ma un riconoscimento pubblico venuto dopo una proposta e un iter burocratico e serie verifiche sul campo, cioè negli asili e nei centri educativi originati dal sacerdote.

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La proposta era stata fatta al Municipio dall’assessore comunale (Vereador) Toninho Vespoli che aveva conosciuto e sperimentato l’opera di “padre Giggio”, come i brasiliani chiamano don Luigi.

La motivazione recita: “Per l’alto contenuto educativo e sociale”.

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Nel biglietto di invito alla cerimonia campeggiava l’immagine di un adulto che dà la mano ad un bambino, e la scritta “Tudo por Amor”, tutto per amore.

In sala, sotto gli arazzi alle pareti, sedeva una rappresentanza di quei bambini e adolescenti (tutti con la maglia verde e oro, i colori della bandiera brasiliana) strappati alla violenza dei vicoli, alla sporcizia delle fogne, alla droga e ad una vita di soprusi.

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Accanto a “padre Giggio”, oltre agli operatori degli asili nido, dei dopo – scuola, dei laboratori artigiani e del centro di aggregazione anziani, c’era anche un altro sacerdote missionario fermano, don Vando Valentini, partito nei primi anni Settanta sulla scia di don Luigi, dopo la laurea a Perugia.

Mons. Valentini, anche grazie all’Associazione Condividere, sostiene oggi opere in cinque città del sud America: quattro in Brasile: a San Paolo, Belo Horizonte, Brasilia e Salvador de Bahia, e una in Argentina, a Buenos Aires.

Di recente è uscito un libro che raccoglie la sua storia, “Il mio bene sei tu”.

Il suo bene è stato il Brasile, il Brasile ha trovato il suo bene in padre Giggio.

#brasile #sanpaolo# #condividere