La sibilla che tesse. La sibilla che tinge

Ho incontrato una sibilla. Di quelle moderne. Detentrici di un sapere antico tramandato: la tessitura, la conoscenza delle erbe naturali con cui tingere la lana.

Si chiama Alessandra Sbrolla, è biologa e botanica. Abita tra Piane di Falerone e Falerone capoluogo. Contrada Madonna delle Camminate per l’esattezza, contrada Pozzo per tutti gli altri.

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A piano terra, una stanza quadrata dalle pareti bianche e dal soffitto basso ospita un incredibile telaio. Legno pesante, congegni perfetti come solo gli artigiani dell’onore lavorativo sapevano costruire. Un telaio antico, raccattato da Alessandra in un mucchio di macerie. Nella stanza attigua, nel piccolo laboratorio dalle pareti rosa confetto, si susseguono pentoloni d’acciaio, barattoli di vetro pieni di sali, estratti colorati e piante di ogni sorta, lunghi bastoni di legno per far girare delicatamente le matasse di morbida lana.

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E’ qui che la giovane sibilla prepara i colori naturali e tinge la lana inzuppandola e rimestandola. Ma non lana qualunque. L’acquista grezza da un piccolo allevamento abruzzese dove il pastore Giulio, nella sua azienda familiare, gestisce un gregge di pecore di razza Gentile di Puglia e Sopravissana: le prime due razze italiane ottenute dall’incrocio di femmine autoctone con arieti merinos francesi. Un procedimento innescato nel XV secolo.

Quello del tessitore artigiano e del tintore naturale è professione quasi scomparsa. Ci vuole coraggio a riprendere le fila. Ci vuole coraggio ad aprire un laboratorio, il suo, ribattezzato Indaco.

«Il tintore è oggi mestiere sconosciuto, quasi dimenticato, – spiega – eppure, un tempo è a questo mestiere che si doveva gran parte del successo della tradizione tessile italiana sul mercato dell’Europa Centrale. L’abilità di estrarre pigmenti coloranti da una pianta per tingere le fibre naturali è una attività che accompagna l’uomo da almeno 4000 anni; fino alla scoperta del primo colorante di sintesi chimica avvenuta nel 1825 da Sir Perkin».

Intorno a casa ci sono alberi d’ogni genere. Nella parte retrostante, 400 ulivi digradano al fondovalle.

Se le domandi perché Indaco, apre un file mentale infinito.

Indaco ha a che fare con il blu apprezzato dagli Egizi, per nulla amato dai Romani. Poi Alessandra, attraverso decine di esempi, arriva a Napoleone, al blocco navale inglese delle erbe, alle coltivazioni di Massa Trabaria…

Nel suo orto, sta curando soprattutto due piantine: la reseda lutea, che dà un giallo particolare: nell’antica Roma colorava gli abiti delle Vestali e delle giovani spose; e la rubia tintorum, che produce un incredibile rosso mattone.

«Per tingere una partita di lana – dice – si impiegano tre giorni di lavoro». Una fatica. Ma una soddisfazione.

Da Il Resto del Carlino di sabato 10 settembre 2016

#lana #sibilla # #destinazionemarche

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