Emanuela Canigola e l’arte del vetro

Grottazzolina, via Palmiro Togliatti, piano terra di un gradevole edificio su due lati circondato da un orto perfettamente geometrico. Emanuela Canigola mi attende dinanzi alla sua bottega/laboratorio. Capelli svolazzanti, blusa e pantaloni neri, sigaretta eternamente in bocca. Un anello con teschio al dito medio della mano destra, come Keith Richards dei Rolling Stones, e un altro ricavato da un gettone della metropolitana di New York, al medio della sinistra. Al muro, la laurea Honoris Causa conferitagli negli USA dall’Università Pro Deo. Poco più sotto una bandiera srotolata a stelle strisce dove s’appoggia un quadro con fondo di vetro di bottiglie Coca Cola. Ci sono delle incavità, sembrano buchi, sono i segni delle pallottole che uccisero J.F. Kennedy. Per un ambasciatore greco realizzò un ritratto della Callas.

foto-canigola

L’arte di Emanuela è quella di lavorare il vetro fuso usando innovativamente bottiglie, realizzando così quadri, vetrate, lampadari, piatti. Ultimamente crea monili con una tecnica africana perfezionata dai russi. «Per pagare bollette e sigarette».

All’ingresso, c’è un quadro su vetro che raffigura Alessandro Magno. Il suo amore. Un amore scoppiato leggendo la trilogia su Alexandros di Valerio Massimo Manfredi che Emanuela ha voluto conoscere a tutti i costi diventandone amica. Così come con un altro grande archeologo: Paolo Moreno.

La nostra artigiana/artista, di discendenze irlandesi dal ramo materno «cuneglas», ha sempre bisogno di idee. Le vengono camminando per strada, cogliendo un particolare che sfuggirebbe ai più: un semaforo, un’indicazione stradale, il selciato di un’antica strada romana, o un vecchio telefono pubblico. Lei li fotografa, ci rimugina sopra, li rielabora mentalmente, poi li disegna sul vetro, cuoce il vetro su stampi predisposti, li sistema con i diversi colori, li dipinge fino alla perfetta realizzazione. Ha allestito mostre negli Emirati Arabi, negli Stati Uniti, e poi in Italia, specie a Roma. S’è legata anche ad una Galleria di Viterbo.

Mentre parliamo appoggiati ad un grande tavolo rettangolare ingombro di stampi, prove, disegni, pennelli e tubetti, passa la sua «assistente»: la gatta lula.

Dirimpetto ad Alexandros, dall’altra parte del tavolo, su un cavalletto, c’è un dipinto con ombre e luci. «È il mio fidanzato virtuale: Keanu Reeves», l’attore.

Emanuela è una donna inquieta. Un’inquietudine religiosa, alla ricerca di qualcosa di più.

Con i preti non va molto d’accordo. Specie con quelli dei Musei vaticani. Con uno in particolare è molto arrabbiata. L’ha fatta lavorare tanto, ripetutamente, per realizzare 12 oggetti di cui poi non s’è fatto nulla.

Preferisce Pasolini e la sua celebre frase: «La libertà è la mia forza, la solitudine che ne consegue è la mia debolezza».

Emanuela Canigola è nata a Fermo nel 1963. Ha studiato presso l’Istituto d’Arte “Preziotti” diplomandosi in Architettura e Decorazioni d’interni. Ha frequentato l’Accademia delle Belle Arti di Macerata. Impara l’arte della legatura dei vetri piombati o istoriati a Siena, nella bottega di Marisa Casale, ex moglie di Dario Argento, nella campagna toscana, «dove i cinghiali venivano vicini a mangiare le mele». Nel 1987 apre il suo primo laboratorio a Grottazzolina, nella ex farmacia, dove realizza lampade Tiffany e vetrate. Nel 1991 inizia il suo lavoro con l’uso delle bottiglie più disparate: dai succhi di frutta ai chinotti.

di Adolfo Leoni da Il Resto del Carlino di sabato 24 settembre 2016

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