Fermo. Una notte al museo

Immaginate una trentina di bambini che, sul far della sera, risale la scala del Palazzo dei Priori di Fermo. Ognuno indossa uno zainetto rigonfio sulle spalle. Qualcuno dà la mano ad una signora, forse madre forse maestra. Il portone è socchiuso. Vi si infila, quasi timoroso, uno alla volta per poi affrontare la risalita in Pinacoteca. Silenzio quasi sacrale, solo passi leggeri.

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Una decina sosta dinanzi alla pala del Rubens. Altri arrivano nella sala del Mappamondo. Altri ancora sono davanti alle tavolette con cui Jacobello del Fiore ha narrato le Storie di Santa Lucia. I bambini aprono gli zainetti, tirano fuori i sacchi a pelo, li srotolano e si preparano alla notte. Dormiranno sotto le capriate di un Palazzo antichissimo, sognando il genio dei secoli.

Prima di chiudere gli occhi, bambini maestre e mamme compiono un giro nelle austere sale. Il silenzio inizia a rompersi, la familiarità con il luogo inizia a crescere: domande, spiegazioni, racconti: Santa Lucia che non vuole sposarsi e viene condannata; l’Aquila federiciana salvata dalla distruzione della Rocca sul Girfalco; i tanti quadri dal Quattrocento al Seicento, quel Bambino candido che illumina la scena buia dove i Pastori sono inginocchiati; il Margutte destinatario delle lance di cavalieri giostranti; quel gallo in bronzo, un tempo svettante sulla Chiesa cattedrale, poi crivellato di pallottole dei francesi occupanti, fine Millesettecento.

Il Mappamondo ammutolisce tutti. La storia che si fa leggenda: come è entrato nella stanza zeppa di antichi libri, già piccolo teatro cittadino, quell’enorme globo terracqueo approntato nel 1722 da Amanzio Moroncelli, di professione cosmografo? I bambini guardano affascinati. La guida li porta sulla loggetta affrescata che collega Pinacoteca a Biblioteca. I piccoli appoggiano la testa alle braccia sui due parapetti guardando una magica Fermo ricca di storie sovrapposte. È tempo di dormire. Difficile prender sonno dopo emozioni così forti. I bambini si impregnano di bellezza, ne sono avvolti, come infasciati.

Certo, ce lo siamo immaginato. Potrebbe mai accadere? Sì: perché già accaduto, e proprio pochi giorni fa.

Ce lo ha raccontato Giuseppe Frangi, critico d’arte di vaglia, nipote di Giovanni Testori. «13 bambini con i loro genitori hanno potuto vivere un’esperienza davvero fuori all’ordinario: hanno dormito dentro uno dei palazzi più celebri e più ricchi di storia del mondo, il Palazzo Ducale di Venezia. L’invito è partito dalla fondazione che gestisce i musei veneziani. I ragazzini si sono presentati con materassini e sacchi a pelo e guidati dal team Education del museo, hanno visitato le sale in notturna e poi dormito molto spartanamente in quella che un tempo era la cappella del Doge. Al mattino sveglia all’alba per vedere dalle finestre affacciate sulla Laguna il sorgere del sole».

Fatto episodico? Non proprio. Qualche anno fa, il Museo di Palazzo Madama di Torino lanciò l’iniziativa «Madama Knit»: un sabato al mese le sue sale sono state aperte a giovani e anziane signore che, nella stupenda dimora che propone duemila anni di storia cittadina, hanno lavorato a maglia e uncinetto.

La Bellezza che torna popolare. Di cui siamo parte.

di Adolfo Leoni da Il Resto del Carlino di domenica 30 ottobre 2016

#fermo #mappamondo #rubens

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Agostino Scaloni. Il bisogno di poeti.

Il viale per il teatro Alaleona di Montegiorgio è giallo ocra. Foglie di tigli fanno tappeto. Svolazzano. Carte leggere s’alzano insieme.

«… silenziu… un suffiu de ventu strascina un pezzu de carta vilina, è comme un lamentu!». È il primo verso di Mezzanotte, una delle poesie più struggenti di Agostino Scaloni, poeta vero (Gustì de Ciriòlu), dialettale la più parte, colto, di acutissima sensibilità, protagonista di decenni di cultura.

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La ripete quotidianamente, Agostino, in queste settimane di malattia, sul letto della sua camera, da cui non si può muovere. Dall’ospedale di Fermo è voluto tornare a casa, lungo la discesa de li Ferrà, sopra Frattuccia, che è un luogo stupendo, specie per lui «frattucciaro». A Frattuccia «Se chiudo l’occhi sulo per’ un momentu, e rvaco arrete cinquant’anni fa, rsento la stamperia in movimentu e lu prufumu friscu de lo pa’…».

Tra le pubblicazioni, Core de Muntijorgio è stata quella che ha desiderato non per raccogliere versi, ma per raccontare, riproporre, «dire del volontariato». Volontariato ovvero modo gratuito di darsi a qualcuno, farsi dono, insomma.

Così mi spiega con un filo esilissimo di voce, lui che di voce era quasi un baritono tosto se non addirittura un basso profondo. «Panta rei» sussurra mentre chiudo lo scuro della finestra perché il sole non lo colpisca in faccia. Tutto scorre. «Se carma lu ventu, jó n terra, un chirchiu de luce, ma fiaccu, se nnannola sempre più straccu, più lentu». Si calma…

È il momento dei ricordi. «Con Mario (Leoni, ndr) contavamo le pietre della pavimentazione di piazza, da Pompa (negozio di alimentari in cima alla piazza, ndr) sino alla barricata. Pietre grosse, che formavano scacchi. Erano poco più di 3000».

Oggi ci sono i sampietrini, e le vecchie pietre? «Pavimentano Offida».

Sopra il letto, immagini di papa Francesco e padre Pio. La parete corta della finestra accoglie le foto di Muntijorgio cacionà, la sua invenzione. Sua e degli altri poeti in vernacolo: ‘Ntuni de Tavarrò («ci sapeva fare»), Sesto de Rabbiò («ottimo») Nannì de Capiccittu («il rapsodo della sua contrada»). A marzo 2017 sarà celebrato il mezzo secolo di vita.

Ci sono ancora poeti? «Non ce ne sono più». Scordata la terra, scordati l’humus, l’umiltà, la profondità.

Esco da casa Scaloni, supero la vicina chiesa barocca di san Michele, sede delle Confraternite: il volontariato medievale e rinascimentale. Raggiungo quel che rimane del Parco della Rimembranza. C’erano 116 alberi, in memoria dei montegiorgesi caduti nella Prima Guerra Mondiale. Ne ha scritto Giammario Marzialetti in Montegiorgio in grigio-verde.

Torna la Mezzanotte di Gustì: «E quasci ce bbisogna na ninna-nanna dilicata e fina pe’ la carta vilina che dorme e sogna… silenziu…».

C’è bisogno di poeti. C’è bisogno di Agostino.

La Scheda:

Agostino Scaloni è nato a Montegiorgio il 4 agosto 1931. Dopo aver frequentato l’Istituto Tecnico Agrario di Ascoli Piceno e Macerata, si diploma Perito Tecnico Agrario interessandosi delle vigne di proprietà.

L’incontro con l’eclettico Manlio Massini, ai primi degli anni cinquanta, lo conferma nell’amore per poesia e scrittura in genere.

Frequenta a Roma l’Accademia di Arte Drammatica diretta da Silvio D’Amico. Attore di numerose commedie, protagonista di trasmissioni radio e tv, poeta di forte intensità, pubblica nel 1991 Canta lu galle, mentre nel 2005 esce Un par de tacchi vassi. Nel 2012 è la volta di Core de Muntijorgio.

di Adolfo Leoni da Il Resto del Carlino di sabato 29 ottobre 2016

#poesia #destinazionemarche #montegiorgio

Imprenditore azienda e mercato. L’homo oeconomicus non basta più. Presentato il Rapporto Sussidiarietà

Forse le teorie dell’homo oeconomicus non bastano più, forse le leggi dell’economia sono insufficienti da sole a spiegare le pieghe che sta prendendo il mondo, forse dovremmo rileggere il pensiero medievale quando il «noi» comunitario era superiore all’«io» individualista, forse andrebbe riletto Kant quando, nella Critica della ragion pratica, scrive di un «cielo stellato sopra di me» cui sono spinte le nostre azioni, e di una «legge morale in me» che ci obbliga a scelte quotidiane. Forse dovremo aprire nuove piste di ricerca, ed è quel che ha fatto e sta facendo l’Università degli Studi di Bergamo in collaborazione con la Fondazione per la Sussidiarietà: tenere in considerazione, studiandoli a fondo, tutti i fattori anche nel campo economico, anche in quello imprenditoriale. Specie, porsi la domanda: chi è l’imprenditore oggi, quali le sue caratteristiche? Così è scaturito l’ultimo Rapporto: Sussidiarietà e… politiche industriali.

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Lo ha presentato, mercoledì pomeriggio, alla Camera di Commercio di Fermo, l’economista e docente Gianmaria Martini.

Lo studio ha preso in considerazione 3.314 imprese intervistando 380 imprenditori. Obiettivo era quello di capire da dove sgorgassero le migliori performances aziendali, cosa stesse alla base degli aumenti di fatturato. La prima considerazione di Martini è stata quella classica: l’Italia ha circa 5 milioni di imprese di cui il 95% sono piccole e medie, così accade anche per la Germania e la Francia. Ma solo in Italia il 40% della produzione è dovuto a quelle PMI: un volume enorme di prodotto. Dopo aver analizzato gli aspetti tangibili e tradizionali, il gruppo di studio lombardo, ha iniziato a scavare in quegli aspetti che Martini ha definito intangibili.

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Il prof. Gianmaria Martini

E’ venuta fuori un’immagine di imprenditore con caratteristiche particolari. Riducendo all’osso uno studio di quasi 300 pagine: le imprese che vanno meglio sono quelle il cui imprenditore ha la tendenza a collaborare con i suoi clienti, fornitori, dipendenti e colleghi di settore; che sente una forte responsabilità sociale, che si apre alla realtà rimanendone interrogato, che legge la stampa quotidiana e s’informa stando al passo con i tempi, che vede poco la televisione, che non si omologa, che ha una sensibilità religiosa, che non si fa incasellare in ruoli indotti dall’esterno. È una sorta di economia del carattere dell’uomo alla guida di una impresa sinora quasi per nulla tenuta in considerazione.

Dopo l’introduzione del presidente della Fondazione San Giacomo della Marca (organizzatrice dell’evento) Massimo Valentini, hanno preso la parola alcuni imptenditori. Cristian Manoni della ‘Nethesis di Pesaro ha raccontato la sua filosofia aziendale fondata su collaborazione e condivisione: i suoi dipendenti non «spaccano pietre, ma costruiscono cattedrali»; Gianluca Mecozzi, titolare del calzaturificio Gianros di Casette d’Ete, ha spiegato dell’impegno e responsabilità dei suoi dipendenti: una squadra che è una famiglia; Stefano Violoni si è soffermato sul passaggio generazionale, il dialogo e la cooperazione con i dipendenti. Le conclusioni sono state tratte dall’on. Paolo Petrini, vice presidente della Commissione Finanze della Camera. Il sindaco Paolo Calcinaro ha portato il saluto del Comune di Fermo.

di Adolfo Leoni

#sussidiarietà #economia #imprenditore #homooeconomicus

Moregnano. Nel silenzio un borgo della storia

C’è nebbia azzurrina in questo dopo pranzo con pioggia lieve.

Lascio l’auto nei pressi del cimitero di Torchiaro e cammino per contrada Cerqueto. «Cerque» in dialetto, querce in italiano. E quante!: un tempo a rendere distinguibili, da altre, le nostre contrade.

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Immagino secoli indietro con querce, ghiande e maiali nei boschi, «dapprima quelli del monastero, quindi in ordine quelli del re, dei signori del villaggio e infine quelli dell’università», scriveva lo storico Leo Moulin parlando d’Europa, innamorato di noi.

Ce n’erano da queste parti di maiali scorrazzanti liberi prima dell’industrializzazione modenese. Ne parlò Enrico Gentili nel suo «Maiali nella nebbia».

Oggi nella campagna si scorgono, come tubi srotolati, le perfette e circolari rotoballe. Saliscendi su strada stretta. Un segnale informa: «Petritoli», ma siamo a Moregnano. Inglobare, accentrare è il nuovo e risorgimentale leit motiv, quando invece occorrerebbe distinguere, conoscere e puntare sulle diversità.

Moregnano, dunque, anzi: sua periferia, con alla destra una restauranda chiesa di campagna: Santa Maria degli Angeli, stravolta dai rovi e impalcature che dal 2014 spiegano: lavori in corso!… con porta spalancata per possibili ultime razzie.

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«Castello poligonale a fuso», definizione tratta da un bel libro: Terre Castelli Ville nel Piceno, «piccolo insediamento fortificato ubicato sulla sommità della collina». Un altro castello, dunque, delle decine in Terra di Marca. Un altro castello che non ha più mura di difesa. Scomparse, distrutte dalla moderna edilizia e dalla ricerca di comoda viabilità. Storie cancellate.

Non c’è nessuno in strada. Sovrano regna il silenzio. Sul fianco della grande chiesa settecentesca una bacheca racconta brani di vicende locali: «Studi toponomastici farebbero derivare Moregnano da Murena, possedimento patrizio d’epoca romana». La piazzetta-sagrato ha panchine di pietra e di legno, e una fontana. Senso d’accoglienza.

Un’anziana compare dalla parte opposta del mio arrivo. È sguardo di curiosità il suo. Glielo dico. Risposta tradotta dal dialetto usato: «Cocco, qua non si vede mai nessuno». Eccetto che d’estate, quando tornano gli emigrati e arrivano i turisti. O, quando Roberto Ferretti organizza la Sagra de li tajulì pilusi. Allora il minuscolo centro storico si ravviva. Le vecchie preparano il cibo povero e gli avventori gustano piatti sconosciuti o dimenticati.

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Palazzo Trenta nacque patrizio ed ancora lo è, nonostante lo sfacelo del tetto. Dagli infissi malandati si scorgono, prima del cielo, ancora gli affreschi dell’ultimo piano. C’è chi preme per il restauro, per l’inserimento nelle Dimore storiche, per un tipo di turismo da grande resort. L’unica strada porta ad un balcone sulla campagna e la collina prospicienti.

Diverse abitazioni sono state ben ristrutturate. Qualcuno ancora vi risiede, altri le usano come seconda casa. Uno stemma al muro recita: Malaspina.

Petritoli è a qualche chilometro, lo si vede per l’inconfondibile torre civica.

Mi sembra azzeccato l’eco di parole di un grande dimenticato, Alex Langer: «Lentius, profundius, suavius, più lento, più profondo, più dolce». Il nuovo benessere. Qui lo si assapora.

di Adolfo Leoni da Il Resto del Carlino di domenica 13 ottobre 2016

#moregnano #petritoli #dimorestoriche #silenzio #alexlanger

“La mia seconda vita è dura ma non smetto di combattere”.

Questa intervista è l’incontro con un dolore che non ha spento la voglia di vivere. Con una sofferenza, dura, quotidiana, che non ha soffocato amore e libertà. È la storia di Vito con la sua famiglia: la moglie Daniela, i figli Giulia e Leonardo. Vivono a Porto Sant’Elpidio, pieno centro.

La storia di «un uomo normale, un marito e padre di famiglia, che si è trovato improvvisamente a combattere una guerra che purtroppo era già persa in partenza».

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Da alcuni anni Vito, 55 anni a novembre, è immobile a letto. Lucidissimo, dal 27 ottobre 2014 non parla più. Le sue parole, oggi, sono affidate ad un un potente e innovativo lettore ottico, perennemente fisso davanti ai suoi occhi. Vito è affetto da Sclerosi laterale amiotrofica. Nel ramo parentale materno c’erano stati alcuni casi. Tra cui il nonno. Venti anni fa, nel periodo di malattia di un cugino, fu sottoposto a visita neurologica all’Università di Pavia. Domandò se la Sla fosse ereditaria. La risposta fu negativa «e comunque loro stavano facendo ricerche per stabilirne le cause».

Ma quando è iniziata la malattia?

«Forse l’autunno del 2011 quando, tornando a casa dal lavoro, mi sentivo molto stanco. Ad inizio gennaio 2012, nel corso di un Ecografia da sforzo, mi sono accorto che il piede sinistro non andava. Lo stesso una sera mentre tornavamo dal cinema. Sono andato dal medico che mi ha prescritto una visita neurologica, sospettando si trattasse di una malattia del motoneurone»

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A quali visite si è sottoposto?

Innumerevoli: elettro miografie, tac, ricoveri. Il risultato è stato: malattia del primo e secondo motoneurone. Cominciava la mia sfida nei confronti della Sla, dovevo combattere sfruttando le mie conoscenze e soprattutto con l’aiuto di internet data la mia poca fiducia nei confronti della classe medica. Purtroppo, però, mano a mano che il fisico peggiorava si affievoliva anche la volontà di combattere.

Perché?

Quando vedi che, dopo medicine, integratori, vitamine varie, fisioterapia, il tuo corpo peggiora questo è sconfortante se non peggio.

Com’è progredita?

All’inizio è stato il piede sinistro, poi gamba sinistra, piede destro, gamba destra, mani braccia tronco ed infine, cosa forse peggiore, autonomia respiratoria.

E lei che faceva?

Cercavo di andare avanti, di andare al lavoro. La mia azienda: Wind, mi ha sempre aiutato fornendomi un’auto con cambio automatico, così come mi hanno aiutato i miei colleghi. Quando non ce l’ho fatta più a guidare mi venivano a prendere a casa: una grande famiglia allargata.

E la sua di famiglia?

Siamo riusciti a mantenerla unita, nella buona e nella cattiva sorte, come dice la promessa che ci facemmo io e Daniela. Non è stato facile starmi vicino, anche se io ho sempre cercato di non far pesare a nessuno la mia situazione evitando crisi depressive e di sconforto. Con Daniela abbiamo deciso insieme e siamo anche caduti insieme. La Sla toglie tutto, se non hai un appoggio forte rischi di crollare definitivamente. 

Dicono che la Sla sia lenta e inesorabile…

Sì, passi dalla protesi caviglia a quelle per le ginocchia, dal bastone alle stampelle, dalla carrozzina al letto, dalla difficoltà a orinare al catetere in un crescendo che lascia scampo. La Sla colpisce i motoneuroni che sono le cellule del sistema nervoso che si occupano di trasmissione delle informazioni dal cervello fino ai muscoli, quando muoiono i muscoli si atrofizzano e non c’è più nessuna possibilità di movimento.

L’autonomia respiratoria è legata ai muscoli del diaframma, quindi…

Appena ho cominciato ad avere difficoltà mi hanno dotato di un ventilatore con maschera che utilizzavo la notte. Le cose sono peggiorate e mi è stata prospettata la tracheostomia: dipendere a vita da una macchina per la respirazione.

La sua reazione?

Assolutamente negativa.

Poi è arrivato quel 27 ottobre 2014

Ho ricordi confusi: crisi respiratoria con i polmoni pieni di catarro, senso di soffocamento che non auguro a nessuno; mia moglie che mi tiene la mano, il dolore fortissimo quando, non riuscendo a trovare le vene, mi hanno tagliato con le forbici. Ricordo che mi dicevano dell’intubazione e poi della tracheo. In quelle condizioni nessuno l’avrebbe rifiutata. Poi la rianimazione all’ospedale di Camerino, gli incubi, il trasferimento a Fermo, al reparto di neurologia dove mi hanno messo la peg sullo stomaco. Giorni lunghissimi: unico conforto la mia famiglia. Dimesso, mi sono trovato con la tracheo, paralizzato dal collo in giù, senza parlare né mangiare, in una casa non mia, con il valzer delle badanti… con il morale sotto ai piedi e il desiderio di farla finita.

Cos’è successo poi?

Mi sono chiesto: lamentarsi risolve qualcosa? Perché devo far soffrire anche chi mi sta vicino? Perché ho smesso di combattere? Ero una roccia, per quale motivo non devo esserlo ancora? 

Cos’ha fatto?

Ho ricominciato a mangiare: all’inizio gelato e yogurt, poi pappe e così via. Non è semplice per un tracheostomizzato ma ci sono riuscito. E cosa c’è di meglio di un buon bicchiere di vino per tirare su il morale?

Che diceva alla sua famiglia?

Di tirar via la tristezza e sostituirla con la quotidianità della vita, perché nonostante tutto la vita continua. Non un effimero ottimismo ma la convinzione che la mia, ora, era un’altra vita, meno varia e divertente ma che valeva la pena di essere vissuta, non solo per me ma soprattutto per Daniela e i miei figli che mi sono stati sempre vicino.

Cosa le manca della vita precedente?

Le passeggiate, la vita all’aria aperta, il lavoro, le cose che facevo con Daniela, ma cerco di pensarli in maniera positiva e non come una triste nostalgia. La mia condizione è quella di una testa pensante su di una statua di marmo che è sensibile: prova dolore, sente caldo, freddo, sente il prurito senza poter fare nulla se non chiamare qualcuno che risolva il problema. A volte ci si sente schiacciati sul letto, specie quando bisogna aspirare le secrezioni.

Quant’è dura?

È abbastanza dura come seconda vita, però quando rivedo mia moglie, i miei figli, i miei amici-colleghi che mi vengono a trovare allora mi passa quasi tutto. Un mio vecchio amico dei tempi di Telecom, Walter, ogni mercoledì mi viene a trovare e mi prepara il pranzo. Poi sono in contatto con tante persone su Facebook e ho intenzione di ricominciare a scrivere sul mio blog Il Dubbio che parla di politica ed attualità. Insomma, non sono solo e questo mi fa andare avanti. Mi dicono che sono un esempio, una roccia, un superman. Non è così. La vita ci fa brutti scherzi e ci presenta il conto, spetta a noi rispondergli in maniera adeguata. Montagne di sogni e sotterrane di dolore, per dirla con Heschel.

di Adolfo Leoni da Il Resto del Carlino di domenica 23 ottobre 2016

#sla #wind #telecom #amicizia #amore

Minori… per modo di dire. Il Cognome è una garanzia. Gabriela fa tutti… Contenti

I Romani non sbagliavano: nomen omen, nel nome il destino. Nel nostro caso il destino è nel cognome: Contenti. Perché la signora Gabriela (con una elle sola) contenta lo è proprio. E contenti sono quelli che le stanno attorno o che lei incontra quotidianamente.

Vedova e pensionata, non vive da pensionata. Anzi, la sua giornata non finisce mai, gli impegni si moltiplicano. Non conosce il termine depressione né quello di scontentezza.

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Gabriela non perde tempo con la televisione, «che ci propone soltanto le disgrazie» commenta. Ha mille cose di cui occuparsi. Me le scandisce quasi stagionalmente, come se consultasse un’agenda mentale. Montegranarese di adozione, ha da poco finito il mercatino per san Serafino patrono. Per la pesca di beneficenza ha preparato borse, borsellini, borselli, grembiuli. Il materiale glielo hanno donato gli artigiani e gli imprenditori veregrensi che la conoscono e l’apprezzano. Lei ha smontato la camera delle figlie, oggi sposate, e l’ha trasformata in un piccolo laboratorio di cucito da cui sforna i prodotti di cui sopra. A Monte San Giusto e a Montegranaro, ma anche a Grottazzolina, la chiamano gli amici dell’Università della Terza Età perché insegni cucito a giovani e adulti. Tra qualche giorno, passate le feste dei santi e dei morti, insieme ad alcune amiche: Mariella e Anna, inizierà a preparare gli indumenti per il presepe vivente di Montegranaro. Non solo: per l’Avis, presieduta da suo genero Dino Pesci, cucirà 800 calze che gli avisini riempiranno di doni per i bambini della cittadina, ma che lei e le sue compagne, vestite da Befane (e qui Gabriela fa la battuta) consegneranno nel tempo di Natale. Passata Pasquetta, l’impegno sarà quello per i vestiti di Carnevale. Se a febbraio qualche studente delle medie non partecipa alla settimana bianca, Gabriela va in aula ad insegnare quel che un tempo era l’economia domestica, cucito soprattutto.

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Un momento di festa

Quando, con i primi caldi, gli anziani partono per Salsomaggiore lei è nominata capo-gruppo, perché capace di grande animazione. Stesso ruolo a luglio, quando si va al mare a Civitanova Marche.

Vivace, spumeggiante, allegra. Vive solo della sua pensione. Quel che fa è tutto gratuito, nel senso più nobile del termine: dà il suo tempo agli altri, guadagnandone in allegria e felicità. Ma come fa? «Prendo la vita come viene» risponde, scorgendovi ogni giorno qualcosa di buono e di bello.

Se Jacques Attali l’avesse conosciuta, l’avrebbe inserita nei suoi «transumani» di cui trattò nel libro del 2008, tra quelle «persone che tra 60 anni ridaranno l’umano all’uomo: l’economia dell’altruismo, della disponibilità gratuita, del dono reciproco, del servizio pubblico, dell’interesse generale». In questo caso non fra 60 anni, già oggi.

La scheda: 

Gabriela Contenti ha 74 anni. Nata a Monte Urano, risiede a Montegranaro, da sei anni vedova di Romano Gazzani, ha due figlie e tre nipoti. Dopo la Scuola dell’Avviamento professionale, ha imparato il cucito dalla mamma e dal babbo che aveva un’azienda calzaturiera a Monte Urano. Fa parte della Caritas cittadina. Ama cucinare. La domenica riunisce la famiglia preparando tagliatelle al cinghiale, crepes di ricotta e spinaci, maltagliati con funghi porcini. Per la sua chiesa dei santi Filippo e Giacomo, restaurata lo scorso anno, ha cucito tovaglie e coperture delle sedie. Per il Teatro comunale La Perla ha aggiustato le poltroncine.

di Adolfo Leoni da Il Resto del Carlino di sabato 22 ottobre 2016

#marche #destinazionemarche

Il racconto di Ottobre all’Abbazia. Dai monasteri nuova agricoltura e nuova economia

Cos’è la cultura oggi? Vezzo da intellettuali, prodotto da consumare, racconto di un palcoscenico vip goduto dalla platea? Oppure occasione di conoscenza per vivere l’oggi guardando al domani? Questa seconda è la risposta di Ottobre all’Abbazia: non spettacolo, ma possibilità di riallacciare catene generazionali. Lo ha fatto intendere, sabato scorso, Fabio Pierantoni della Condotta Slow Food di Corridonia citando Tonino Guerra. Il poeta, scrittore e sceneggiatore raccontò di una delle tante passeggiate fatte con il nonno. Un nonno che si guardava spesso indietro. Il piccolo Tonino chiese il perché. L’anziano gli rispose che per andare avanti bisogna conoscere da dove si è partiti.

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«Il paesaggio del Buon Governo: Monaci, mezzadri, imprenditori. Il sentiero della sapienza agronomica» è stato il tema del primo convegno di Ottobre all’Abbazia, sabato 15, curato da Tommaso Lucchetti, presso il già convento dei Cappuccini di Montegiorgio, oggi della Misericordia. Si è parlato con Adolfo Leoni di presenze monastiche, della giuntura benedettino-francescana, dell’«imbarazzo della ricchezza» dei cistercensi risolta dai francescani con la nascita dell’economia di mercato civile, dei laboratori di scarpe già nel 900 dopo Cristo nelle abbazie del lungo Chienti, del rispetto per la natura.

ottobre-verducciIl professor Carlo Verducci ha approfondito il tema dei contratti cosiddetti «ad medietatem» dei farfensi sino alla mezzadria classica che abbiamo tutti conosciuta. La relazione ha riguardato anche i dati statistici della popolazione italiana decimata dalla peste a metà del 1300 e in ripresa sul finire del 1400 inizio 1500. Nel XVI secolo la terra marchigiana conosce lo sbarco di albanesi e schiavoni soprattutto. Vengono distribuiti nelle campagne dove vige il contratto di «lavoreccio». Non è quello mezzadrile ma gli somiglia.

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Achille Ambrosini e Marida Corradetti hanno presentato la realtà di Civiltà Contadina e l’esperienza della Rete marchigiana.

Gran finale con la genetista Nadia Ficcadenti dell’Unità di Ricerca per l’orticultura di Monsampolo del Tronto, e Ambra Micheletti agronoma dell’ASSAM. La Ficcadenti ha compiuto un excursus dai geni ai semi: agricoltura tra passato, presente e futuro; la Micheletti si è soffermata sul recupero delle biodiversità nel territorio marchigiano alla luce del Progetto Biodiversità agraria secondo la legge regionale 12 del 2003.

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Prima del convegno, è stata inaugurata la bella e partecipata mostra di incisioni del prof. Domenico Pupilli dal titolo “Segni da passeggiate”. Presenti i sindaci di Montegiorgio (Benedetti) e Grottazzolina (Remola). Il buffet finale, nel Refettorio che fu dei Cappuccini, proposto da Marco Ilari di Cioccolami, ha decreto in toto la riuscita del primo appuntamento. Sabato 22 toccherà all’artigianato.

#ottobreall’abbazia #montegiorgio #monasteri #agricoltura #civiltacontadina