Moregnano. Nel silenzio un borgo della storia

C’è nebbia azzurrina in questo dopo pranzo con pioggia lieve.

Lascio l’auto nei pressi del cimitero di Torchiaro e cammino per contrada Cerqueto. «Cerque» in dialetto, querce in italiano. E quante!: un tempo a rendere distinguibili, da altre, le nostre contrade.

moregnano

Immagino secoli indietro con querce, ghiande e maiali nei boschi, «dapprima quelli del monastero, quindi in ordine quelli del re, dei signori del villaggio e infine quelli dell’università», scriveva lo storico Leo Moulin parlando d’Europa, innamorato di noi.

Ce n’erano da queste parti di maiali scorrazzanti liberi prima dell’industrializzazione modenese. Ne parlò Enrico Gentili nel suo «Maiali nella nebbia».

Oggi nella campagna si scorgono, come tubi srotolati, le perfette e circolari rotoballe. Saliscendi su strada stretta. Un segnale informa: «Petritoli», ma siamo a Moregnano. Inglobare, accentrare è il nuovo e risorgimentale leit motiv, quando invece occorrerebbe distinguere, conoscere e puntare sulle diversità.

Moregnano, dunque, anzi: sua periferia, con alla destra una restauranda chiesa di campagna: Santa Maria degli Angeli, stravolta dai rovi e impalcature che dal 2014 spiegano: lavori in corso!… con porta spalancata per possibili ultime razzie.

moregnano-palazzo

«Castello poligonale a fuso», definizione tratta da un bel libro: Terre Castelli Ville nel Piceno, «piccolo insediamento fortificato ubicato sulla sommità della collina». Un altro castello, dunque, delle decine in Terra di Marca. Un altro castello che non ha più mura di difesa. Scomparse, distrutte dalla moderna edilizia e dalla ricerca di comoda viabilità. Storie cancellate.

Non c’è nessuno in strada. Sovrano regna il silenzio. Sul fianco della grande chiesa settecentesca una bacheca racconta brani di vicende locali: «Studi toponomastici farebbero derivare Moregnano da Murena, possedimento patrizio d’epoca romana». La piazzetta-sagrato ha panchine di pietra e di legno, e una fontana. Senso d’accoglienza.

Un’anziana compare dalla parte opposta del mio arrivo. È sguardo di curiosità il suo. Glielo dico. Risposta tradotta dal dialetto usato: «Cocco, qua non si vede mai nessuno». Eccetto che d’estate, quando tornano gli emigrati e arrivano i turisti. O, quando Roberto Ferretti organizza la Sagra de li tajulì pilusi. Allora il minuscolo centro storico si ravviva. Le vecchie preparano il cibo povero e gli avventori gustano piatti sconosciuti o dimenticati.

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Palazzo Trenta nacque patrizio ed ancora lo è, nonostante lo sfacelo del tetto. Dagli infissi malandati si scorgono, prima del cielo, ancora gli affreschi dell’ultimo piano. C’è chi preme per il restauro, per l’inserimento nelle Dimore storiche, per un tipo di turismo da grande resort. L’unica strada porta ad un balcone sulla campagna e la collina prospicienti.

Diverse abitazioni sono state ben ristrutturate. Qualcuno ancora vi risiede, altri le usano come seconda casa. Uno stemma al muro recita: Malaspina.

Petritoli è a qualche chilometro, lo si vede per l’inconfondibile torre civica.

Mi sembra azzeccato l’eco di parole di un grande dimenticato, Alex Langer: «Lentius, profundius, suavius, più lento, più profondo, più dolce». Il nuovo benessere. Qui lo si assapora.

di Adolfo Leoni da Il Resto del Carlino di domenica 13 ottobre 2016

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