Agostino Scaloni. Il bisogno di poeti.

Il viale per il teatro Alaleona di Montegiorgio è giallo ocra. Foglie di tigli fanno tappeto. Svolazzano. Carte leggere s’alzano insieme.

«… silenziu… un suffiu de ventu strascina un pezzu de carta vilina, è comme un lamentu!». È il primo verso di Mezzanotte, una delle poesie più struggenti di Agostino Scaloni, poeta vero (Gustì de Ciriòlu), dialettale la più parte, colto, di acutissima sensibilità, protagonista di decenni di cultura.

scaloni-foto-teatro

La ripete quotidianamente, Agostino, in queste settimane di malattia, sul letto della sua camera, da cui non si può muovere. Dall’ospedale di Fermo è voluto tornare a casa, lungo la discesa de li Ferrà, sopra Frattuccia, che è un luogo stupendo, specie per lui «frattucciaro». A Frattuccia «Se chiudo l’occhi sulo per’ un momentu, e rvaco arrete cinquant’anni fa, rsento la stamperia in movimentu e lu prufumu friscu de lo pa’…».

Tra le pubblicazioni, Core de Muntijorgio è stata quella che ha desiderato non per raccogliere versi, ma per raccontare, riproporre, «dire del volontariato». Volontariato ovvero modo gratuito di darsi a qualcuno, farsi dono, insomma.

Così mi spiega con un filo esilissimo di voce, lui che di voce era quasi un baritono tosto se non addirittura un basso profondo. «Panta rei» sussurra mentre chiudo lo scuro della finestra perché il sole non lo colpisca in faccia. Tutto scorre. «Se carma lu ventu, jó n terra, un chirchiu de luce, ma fiaccu, se nnannola sempre più straccu, più lentu». Si calma…

È il momento dei ricordi. «Con Mario (Leoni, ndr) contavamo le pietre della pavimentazione di piazza, da Pompa (negozio di alimentari in cima alla piazza, ndr) sino alla barricata. Pietre grosse, che formavano scacchi. Erano poco più di 3000».

Oggi ci sono i sampietrini, e le vecchie pietre? «Pavimentano Offida».

Sopra il letto, immagini di papa Francesco e padre Pio. La parete corta della finestra accoglie le foto di Muntijorgio cacionà, la sua invenzione. Sua e degli altri poeti in vernacolo: ‘Ntuni de Tavarrò («ci sapeva fare»), Sesto de Rabbiò («ottimo») Nannì de Capiccittu («il rapsodo della sua contrada»). A marzo 2017 sarà celebrato il mezzo secolo di vita.

Ci sono ancora poeti? «Non ce ne sono più». Scordata la terra, scordati l’humus, l’umiltà, la profondità.

Esco da casa Scaloni, supero la vicina chiesa barocca di san Michele, sede delle Confraternite: il volontariato medievale e rinascimentale. Raggiungo quel che rimane del Parco della Rimembranza. C’erano 116 alberi, in memoria dei montegiorgesi caduti nella Prima Guerra Mondiale. Ne ha scritto Giammario Marzialetti in Montegiorgio in grigio-verde.

Torna la Mezzanotte di Gustì: «E quasci ce bbisogna na ninna-nanna dilicata e fina pe’ la carta vilina che dorme e sogna… silenziu…».

C’è bisogno di poeti. C’è bisogno di Agostino.

La Scheda:

Agostino Scaloni è nato a Montegiorgio il 4 agosto 1931. Dopo aver frequentato l’Istituto Tecnico Agrario di Ascoli Piceno e Macerata, si diploma Perito Tecnico Agrario interessandosi delle vigne di proprietà.

L’incontro con l’eclettico Manlio Massini, ai primi degli anni cinquanta, lo conferma nell’amore per poesia e scrittura in genere.

Frequenta a Roma l’Accademia di Arte Drammatica diretta da Silvio D’Amico. Attore di numerose commedie, protagonista di trasmissioni radio e tv, poeta di forte intensità, pubblica nel 1991 Canta lu galle, mentre nel 2005 esce Un par de tacchi vassi. Nel 2012 è la volta di Core de Muntijorgio.

di Adolfo Leoni da Il Resto del Carlino di sabato 29 ottobre 2016

#poesia #destinazionemarche #montegiorgio

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